Fandom: Persona 4
Note: Digimon!AU, capitolo
Personaggi: Yu, Zubamon
Parole: 5000
Missione: M6 - L'imprevisto dietro l’angolo


Foresta Amida, Isola di File
1° avvio del primo periodo della Tigre Sacra, ciclo 2881
 
«Dove sono...?»
Quelle parole scivolarono fuori dalle sue labbra prima ancora che Yu potesse acquistare pienamente coscienza.
Il ragazzo si mise a sedere e spostò lo sguardo ancora assonnato sul paesaggio che lo circondava, mentre cercava di azionare gli ingranaggi nella sua testa.
Una foresta.
Su questo non aveva dubbi.
L'unica cosa che riusciva a vedere in quel momento era infatti l'immensa distesa di alberi che si trovava di fronte a lui e che gli impediva di intravedere cosa ci fosse oltre.
Ma cosa ci faceva in un posto simile?
Come ci era finito?
E soprattutto... dove era quel luogo?
Una forte fitta di dolore si propagò nella sua testa, costringendolo a portare le mani alle orecchie e a chiudere nuovamente gli occhi.
Poteva sentirlo.
Poteva sentirlo chiaramente.
Il canto di quella bambina che aveva sognato neanche ventiquattrore prima aveva ripreso a risuonare nella sua mente e ogni sillaba da lei pronunciata era come se lo scuotesse nell'animo, mentre i ricordi di pochi minuti prima (o erano ore? Quanto tempo era passato da allora?) riaffioravano.
Ricordò i fiocchi di neve che danzavano oltre il vetro della sua finestra, le luci della sua stanza che erano completamente impazzite, il terribile bagliore che lo aveva investito...
...e poi il buio.
Il ragazzo ansimò, mentre la voce della ragazzina dai capelli argentati se ne andava lentamente, facendolo finalmente tornare ad aprire gli occhi e osservare il suolo, ricoperto dall'erba.
«Cosa sta succedendo...?» riuscì a sussurrare, il cuore che gli batteva con forza nel petto.
Ma, ovviamente, non aveva la risposta a quella domanda.
Per quanto tentasse di cercare un filo logico in quegli eventi, Yu non aveva alcun modo per capire dove si trovasse, come ci fosse finito e perché si fosse risvegliato proprio in quel luogo.
Il ragazzo alzò nuovamente lo sguardo, tornando ad osservare gli enormi alberi che lo circondavano.
Non doveva lasciarsi prendere dall'ansia.
Da qualche parte, in quella foresta, doveva pur trovarsi qualcuno.
E, se non in quel luogo, sicuramente fuori di lì ci sarebbe stata una città, un paese, un posto abitato.
Con quel pensiero in testa, il ragazzo si alzò in piedi, rendendosi conto del suo abbigliamento solo in quel momento.
La cosa era strana, decisamente strana.
Era convinto di essersi messo il pigiama la sera prima, ma i suoi abiti erano quelli che aveva indossato durante la giornata.
Yu sbuffò, decidendo di smettere di provare a cercare una spiegazione a quei sempre più bizzarri eventi.
Più cercava di trovare una soluzione logica a quello che gli stava succedendo e più le cose si complicavano.
L'unica cosa che doveva e poteva fare in quel momento era trovare un luogo sicuro e cercare aiuto.
Ecco, quello sarebbe stato il suo unico obiettivo.
Con quel pensiero in testa, il ragazzo iniziò a camminare sull’erba secca della foresta, sperando, con tutto se stesso, di trovare presto l’uscita da quella foresta che gli ricordava, fin troppo, un temibile labirinto.
 
“Sono già passato di qua…?”
Yu non sapeva neanche quante volte si era fatto quella domanda da quando aveva iniziato a camminare, ormai qualche ora prima.
Era inutile, completamente inutile.
Quel luogo era un vero e proprio labirinto.
Gli alberi erano robusti e intrecciati l’uno all’altro, come per impedire a chiunque, anche ai più piccoli animali, di passare tra di essi e creando così delle vere e proprie mura invalicabili.
Inoltre erano così alti da rendere anche impensabile l’idea di arrampicarsi e poter osservare il territorio dall’alto, per riuscire ad avere un'idea più concreta di come fosse fatto quel luogo e quale fosse il percorso giusto da seguire.
Ma l’aspetto che più aveva fatto impensierire il ragazzo, era stato il modo in cui i sentieri si intrecciavano tra di loro.
Era come se ognuno di essi seguisse lo stesso identico pattern e che, ogni tot metri, vi fosse un incrocio con un altro sentiero identico a quello precedente, che a sua volta era una copia di quello ancora prima e così via fino al punto in cui aveva aperto gli occhi.
In più, ogni volta che si cambiava strada, si veniva colpiti da una sorta di fortissimo déjà-vu, come se si fosse già passati di lì.
Per quanto ne poteva sapere, il ragazzo poteva aver continuato a girare in tondo fino a quel momento.
Ma solo una cosa era chiara nella sua mente, senza il minimo dubbio: per quanto fosse impossibile pensare che qualcuno avrebbe potuto creare una foresta così grande a suo piacimento, era ovvio che quel luogo fosse stato costruito appositamente per far perdere le persone al suo interno.
Così, dopo l’ennesimo incrocio, Yu si lasciò andare contro un albero, ormai esausto.
Avrebbe potuto disegnare una mappa se solo avesse avuto gli strumenti per farlo.
Ma, anche con un aiuto del genere, il ragazzo non era minimamente convinto che sarebbe riuscito ad arrivare in fondo: nonostante avesse camminato per ore, non aveva neanche trovato un vicolo cieco. Era come se quella foresta si espandesse all’infinito, senza mai concludersi.
In più, non aveva trovato niente di utile.
Non aveva trovato un solo indizio su quello strano luogo.
Non aveva trovato alcun rifugio.
Non aveva trovato nessun altro uomo.
Niente di niente.
Il ragazzo sospirò pesantemente, nascondendo il viso tra le ginocchia e cercando di pensare ad un piano B o, meglio, E.
Aveva tentato più modi per uscire da quella foresta, ma tutti si erano rivelati vani.
Anche l’uso dell’udito era stato completamente inutile: intorno a lui regnava il silenzio più totale. Niente lo interrompeva, neanche i passi di qualche animale selvatico o il fruscio degli alberi. Era come se fosse completamente solo al mondo, rinchiuso in una foresta impossibile da localizzare.
Forse avrebbe davvero dovuto smettere di cercare.
Sarebbe morto lì, in un luogo di cui non sapeva il nome, lontano chissà quanti chilometri da casa sua.
Nessuno avrebbe potuto salvarlo...
«Aiuto!»
Yu alzò la testa di scatto, drizzando le orecchie.
Aveva sentito bene...?
Possibile che ci fosse qualcun altro, insieme a lui, in quella foresta?
Il ragazzo si alzò, barcollando leggermente quando i suoi piedi toccarono nuovamente il terreno e tornarono a sorreggere il suo peso.
Non poteva lasciarsi scappare quell'opportunità.
Nonostante la stanchezza avesse ormai preso il sopravvento su di lui, doveva in tutti i modi trovare l'altra persona in quella foresta e, con lei, un modo per uscire da lì...
«C'è qualcuno?» domandò, riprendendo a camminare con un passo decisamente più veloce di prima, ignorando le fitte di dolore che le sue gambe gli stavano lanciando.
«Aiutatemi! Qualcuno mi aiuti!»
Altre grida arrivarono alle sue orecchie, eliminando qualsiasi dubbio che il ragazzo ancora aveva.
Sì, c'era sicuramente qualcun altro in quella foresta.
Ma quella non era l'unica cosa ad essere chiara: chiunque si trovasse lì vicino era anche in pericolo.
«Sto arrivando!» urlò Yu, mettendosi praticamente a correre.
Doveva assolutamente trovare quella persona e aiutarla.
Chiunque questa fosse.
Guidato dalla voce, Yu continuò a correre.
Fu in quel momento che il ragazzo si rese conto che il sentiero intorno a lui stava cambiando.
Non sapeva come fosse possibile, lui stava solo seguendo la voce, ma più andava avanti più era come se gli alberi che formavano quel labirinto si stessero poco a poco diradando.
Dopo neanche cinque minuti di cammino, era molto più semplice vedere attraverso le mura create dalle diverse piante e, in alcuni casi, era anche possibile passare dalle fessure che si erano create tra i tronchi.
Anche il suolo si era modificato.
I ciuffi di erba stavano mano a mano scomparendo, lasciando invece il posto ad un terreno completamente brullo.
Una sensazione di sollievo attraversò il suo corpo.
Che stesse finalmente uscendo da quel luogo?
«Aiuto! Possibile che non ci sia nessuno?!»
Yu scosse la testa, riprendendo a correre.
Non importava al momento.
La prima cosa da fare era arrivare a chi stesse chiedendo aiuto e tirarlo fuori dal pericolo.
Più si avvicinava però e più la situazione si faceva strana.
La voce che gridava si faceva sempre più metallica, ed era quasi impossibile paragonarla ad una qualsiasi voce umana.
Insieme alla voce inoltre, giungevano anche altri strani rumori, come del legno che veniva tagliato.
Per questo, Yu trovò i suoi passi farsi sempre più lenti e incerti.
Doveva mantenere una certa prudenza.
Non aveva idea di che bestie popolassero quel luogo e, sicuramente, non aveva intenzione di diventare una loro preda.
«Aiuto!»
Quando l'ennesimo urlo arrivò alle sue orecchie, il ragazzo si rese conto di essere più vicino di quel che pensasse e, insieme a quello, gli giunsero anche tutta un’altra serie di suoni.
Era come se qualsiasi rumore, fino a quel momento attutito dalla foresta, fosse finalmente tornato a popolare quel luogo.
Lentamente, si affacciò nella radura che si apriva di fronte a lui, cercando di individuare colui che stava ancora urlando.
E fu in quel momento che lo vide.
Tutti i muscoli di Yu si gelarono completamente, le sue gambe cedettero e lui cadde in ginocchio, paralizzato da ciò che aveva di fronte.
Quello non era un essere umano e, a dire la verità, non ci assomigliava neanche.
Lì, a pochi metri da lui, si trovava uno strano animale (se così si poteva chiamare) ricoperto interamente di quella che sembrava un'armatura d'oro.
Continuava ad agitarsi, sferzando l'aria con la sua coda corazzata e appuntita, e affondando i suoi grossi artigli nell'albero davanti a lui.
La sua testa era invece protesa in avanti, contro il tronco dell'albero ed era come se il corno presente sulla sua testa e di cui si vedeva solo la base fosse rimasto completamente incastrato al suo interno.
«Aiuto!»
...e in più parlava giapponese.
Qualsiasi cosa fosse, Yu non era più così tanto convinto che fosse una buona idea aiutarlo.
Non aveva alcuna certezza che quell'essere non gli si rivoltasse contro una volta liberato, magari infilzandolo con i suoi artigli, la sua coda o il suo corno.
Per quanto lo riguardava poteva anche essere una trappola per catturare delle prede.
Il ragazzo si voltò, tornando ad osservare il sentiero da cui era venuto.
Già, forse era davvero meglio lasciarlo lì e cercare un'altra via d'uscita.
Però...
«Aiutatemi!»
...la sua voce non sembrava cattiva.
Anzi, era davvero sofferente, come se provasse sul serio del dolore fisico.
«Aiuto!»
«Sta calmo, ti aiuto io.»
Prima ancora che se ne rendesse conto, Yu aveva pronunciato quelle parole ed era entrato nella radura, dirigendosi verso di lui.
L'essere aveva sussultato visivamente quando il ragazzo aveva pronunciato quelle parole e aveva cercato di voltarsi verso di lui, lasciando poi un lamento di dolore quando il suo corno gli impedì il movimento.
«Calmo! Ora ti tiro fuori.– ripetè Yu, arrivandogli vicino –Tu afferra l'albero e spingi, vediamo se in due ce la facciamo»
Non sapeva neanche lui come facesse a mantenere la calma in quel momento.
Lo strano essere era molto più grande di quel che aveva pensato e arrivava ad avere la corporatura di un bambino medio.
Yu l'afferrò per i fianchi, rabbrividendo quando il freddo della sua corazza fu a contatto con i palmi delle sue mani.
Senza pensarci due volte, iniziò a tirare, cercando di liberarlo.
Dopo qualche tentativo andato a vuoto, il corno si sfilò finalmente dal tronco e i due caddero all'indietro, atterrando a terra.
Per un attimo, Yu sentì nuovamente l'ansia farsi strada dentro di lui.
Quello che aveva creduto essere un semplice corno era invece una lama lunga e affilata, come quella di una spada.
Nessuno poteva sopravvivere se colpito da quell'arma...
«Grazie mille, mi hai salvato la vita!»
Quando l'essere si alzò e si voltò verso di lui però, le paure di Yu si dissolsero.
La sua bocca, poco visibile sotto la corazza, era piegata in un sorriso e i suoi occhi rossi mostravano una gentilezza con cui poche volte il ragazzo era venuto in contatto.
«Ora devo andare,– aggiunse poi, facendo volteggiare il mantello che portava sulle spalle –sai, il mio umano sta per arrivare e non vorrei farmi trovare impreparato.»
...
Cosa aveva appena detto?
«Il tuo umano?»
L'essere si voltò nuovamente verso di lui, gli occhi che gli brillavano.
«Esattamente! L'hai visto per caso? Lo sto cercando, ma dovrebbe trovarsi qui intorno! Stavo facendo allenamento per la mia spettacolare entrata in scena per salvarlo da un Digimon selvatico e conquistare la sua fiducia, quando sono rimasto infilzato in quell'albero.»
Yu non era molto convinto di riuscire a seguirlo.
Cosa era un Digimon?
Perché quello strano essere stava cercando un essere umano?
E perché ne parlava come se fosse un evento straordinario vederne uno?
«A proposito, che Digimon sei tu? Non credo di aver mai visto la tua specie prima di adesso.– continuò lui, senza lasciargli modo di parlare –Io sono Zubamon, ma tutti su quest'isola sanno chi sono, quindi non credo ci siano bisogno di presentazioni da parte mia.»
...
«Isola?»
Che si riferisse a Honshū? O si trovavano in una delle isole minori intorno a Tokyo?
«Sì. L'Isola di File, no?»
...no.
Non esisteva un'isola del genere.
Di cosa stava parlando??
«Ma, quindi, che Digimon sei?– insistette lui –Forse vieni dal Continente Server? Ho sempre desiderato andarci! Com'è?»
Yu deglutì leggermente.
«Io non so neanche cosa sia un Digimon.– rispose, cercando di placare l’essere che continuava a porgli domande –Mi sono risvegliato qui qualche ora fa. Non ho idea di dove mi trovi né di come ci sono arrivato.»
Zubamon lo guardò interdetto, come se stesse cercando di elaborare le informazioni che aveva ottenuto fino a quel momento.
Poi i suoi occhi si spalancarono.
«...l'umano...» sussurrò, facendo un passo indietro.
«Eh?»
«Tu sei l'umano!» gridò, mentre il suo volto si riempiva di gioia.
Yu non riuscì neanche a reagire in tempo, quando Zubamon gli afferrò le mani e le strinse tra le sue, stando ben attento a non ferirlo con gli artigli.
«Questa è una cosa... è una cosa...– il volto del Digimon si scurì leggermente e il suo tono si fece sempre più basso –...questa è una cosa terribile.»
«Cosa??»
Il ragazzo era sempre più confuso.
Lo strano essere lo aveva adesso lasciato andare e si era portato le mani alla testa, mentre un lamento usciva dalla sua bocca.
«Ehi... va tutto bene?» domandò Yu, titubante.
«No che non va tutto bene! Tu sei l'umano!» urlò lui, in preda alla disperazione più totale.
Il ragazzo non capiva davvero quale fosse il problema.
«Intendi dire che non ti vado bene?» azzardò, cercando di intuire il problema.
«Cosa?! Ovvio che sì!– Zubamon era adesso completamente nel panico –O-ovvio che mi vai bene! Non intendevo questo!»
«E allora qual è il problema?»
Il Digimon lo guardò come se il mondo gli fosse appena crollato addosso.
«Il problema è che tu mi hai visto mentre avevo la testa conficcata in quello stupido albero!– gridò, lasciando andare un singhiozzo –Come posso passare da Digimon forte e fedele se tu mi hai trovato sconfitto da del semplice legno?! Come hai fatto uscire dalla Foresta Amida da solo?!– continuò, lanciando uno sguardo al sentiero da cui il ragazzo era arrivato –Io sarei dovuto essere lì ad aiutarti… e-e invece...»
Stava piangendo.
Zubamon stava piangendo.
La situazione era sempre più assurda.
«Ehi...» sussurrò Yu, portando una mano in avanti e posandola sulla testa del Digimon, cercando di non toccare la lama sulla sua testa.
«C-cosa?» rispose lui, abbassando lo sguardo.
«Non preoccuparti, non ci sono problemi.– cercò di rassicurarlo, non sapendo in realtà neanche perché lo stesse facendo in primo luogo –Posso sempre far finta di non aver visto niente se vuoi.»
Zubamon lo guardò, tirando su col naso (aveva il naso? Che fosse nascosto sotto quell'armatura?).
«D-davvero?» domandò poi.
«Certo,– rispose il ragazzo, sorridendogli leggermente –e poi non è vero che sono uscito da solo. Sono riuscito ad uscire da quel labirinto solo perché tu mi hai guidato con la tua voce.»
Gli occhi del Digimon si illuminarono e, prima che Yu potesse rendersene conto, questo si buttò su di lui, abbracciandolo.
«Grazie, grazie, grazie umano.» disse, stringendolo con forza.
Il ragazzo non potè fare a meno che sorridere.
«Sono Yu.» disse poi, accarezzandogli la testa.
«Eh?»
«Mi chiamo Yu.» ripetè, sentendo la confusione nel tono di Zubamon.
«Allora piacere di conoscerti, Yu.» rispose, staccandosi da lui e sorridendogli.
Il silenzio calò tra di loro, fino a quando Yu non prese nuovamente la parola.
«Quindi, tu sai cosa ci faccio io qui?– domandò –E poi dove siamo?.»
Il Digimon sembrò riscuotersi.
«Siamo a Digiworld.– disse, confuso –Nel mondo degli umani non sapete dell'esistenza di questo mondo?»
Il ragazzo scosse la testa.
Questa era la prima volta di cui sentiva parlare di un luogo del genere.
«Non so neanche come ho fatto ad arrivarci qui.»
«Oh, vi abbiamo evocato noi.– rispose Zubamon, portando avanti il petto con fare fiero –Abbiamo bisogno del vostro aiuto. Ma, a dire il vero, neanche io sono stato informato dei dettagli. So solo che io e altri sette Digimon siamo stati scelti come vostri partner...»
«Altri sette?»
«Sì, siete in otto in totale.– riprese a parlare il Digimon –Al momento non so dove sono i tuoi compagni, ma sono convinto che presto li incontreremo. Dobbiamo solo usare il Digivice.»
«Digivice?»
Più la loro conversazione andava avanti e più Yu iniziava a chiedersi come fosse possibile che Zubamon desse così tante cose per scontato.
«Sì, il Digivice. Ognuno di voi ne ha uno. Adesso ti consegno il tuo-»
I suoi movimenti si bloccarono completamente e il suo sguardo si fece di nuovo cupo.
«Zubamon...?»
Il Digimon deglutì, il volto terrorizzato.
«Credo di averlo perso.»
 
“Come è potuto succedere?”
Quelle erano le uniche parole che Zubamon ripeteva nella sua testa, mentre cercava il Digivice in ogni antro della sua armatura e del suo mantello.
Non era possibile.
Non poteva aver perso un qualcosa di così tanto importante.
«Zubamon...»
Doveva assolutamente tornare indietro.
Già, se avesse ripercorso i suoi passi, uno ad uno, lo avrebbe sicuramente ritrovato.
«Zubamon.»
Ma... e se lo avesse preso un altro Digimon? Cosa sarebbe successo a quel punto?
E se il Digivice fosse finito in un burrone? Come avrebbero fatto a recuperarlo?
Senza quello non potevano trovare gli altri e, anche se fossero miracolosamente riusciti a trovarli, non sarebbero stati in grado di combattere.
«Zubamon!»
Il Digimon si riscosse, alzando lo sguardo e incontrando gli occhi grigi del suo umano.
«Va tutto bene.– gli disse lui, mantenendo il tono calmo con cui gli aveva parlato fino a quel momento –Adesso lo cerchiamo insieme, ok?– continuò, sorridendogli –Sono sicuro che lo troveremo.»
“Lui non è un umano, è un angelo.”
Zubamon annuì leggermente, stando ben attento a tenere quella considerazione solo per sé.
Da quando era stato scelto come Digimon-partner, si era spesso interrogato su che tipo potesse essere il suo umano, ma le storie che si tramandavano sugli umani non erano poi così belle.
Da quel che gli avevano detto, il mondo degli umani era pieno di persone insopportabili, spesso malvagie.
Per questo, anche se per poco tempo, aveva avuto paura che anche il suo umano fosse uno di loro e che, invece che salvare Digiworld, lo avrebbe condotto alla rovina.
Invece, fortunatamente, non era minimamente così.
Dopo avergli nuovamente sorriso, Yu si alzò in piedi, iniziando a guardarsi intorno.
«Hai idea di dove puoi averlo perso?»
Zubamon si riscosse dai suoi pensieri.
Non era quello il momento per pensare a certe cose.
Dovevano trovare il Digivice al più presto.
«Nella Regione Giurassica.– rispose, dopo averci pensato e indicando il sentiero da cui era venuto, dalla parte opposta alla Foresta Amida –Ti stavo cercando lì quando sono stato attaccato da dei Saberdramon. Il Digivice deve essermi caduto mentre scapp...– si schiarì la voce –...mentre provavo a batterli.»
Il Digimon non sapeva se Yu avesse colto ciò che stava per dire ma, in qualsiasi caso, non dette segno di aver sentito.
«Bene, allora andiamo da questi... Saberdramon, giusto?» disse Yu, come se fosse la cosa più facile del mondo.
«...Tu non sai cosa sia un Saberdramon, vero?– gli domandò Zubamon, interdetto –Chiunque con un minimo di intelligenza non li combatterebbe mai da solo.»
Il ragazzo alzò le spalle.
«Noi siamo in due.» gli fece notare.
Zubamon non riusciva a capire.
Possibile che l'umano che gli era stato affidato fosse in realtà più forte e coraggioso di lui?
Non doveva essere il contrario?
Doveva essere lui il forte tra i due e proteggerlo, no?
Vedendo che non stava ribattendo, Yu prese nuovamente la parola.
«Allora, vogliamo andare?»
 
«Yu, torniamo indietro. Questa è davvero una pessima idea.»
Zubamon non sapeva neanche quante volte aveva ripetuto quelle parole da quando avevano attraversato le due grandi rocce che segnalavano l'entrata per la Regione Giurassica.
«Hai detto che il Digivice è importante, no? Allora non abbiamo altra scelta.»
...e non sapeva neanche quante volte Yu gli aveva risposto in quel modo.
Rassegnato, il Digimon sbuffò, tornando a guardarsi intorno.
Doveva assolutamente mantenere la guardia alta.
Per quanto quel luogo sembrasse tranquillo e calmo, Zubamon sapeva che il pericolo poteva nascondersi dietro ogni angolo.
In passato gli era capitato più volte di avventurarsi in quelle terre, per recuperare piante che ormai non esistevano più nel loro mondo o, addirittura, per cercare fossili nella parte più profonda della regione.
All'inizio, quando il Digivice aveva localizzato il suo umano in quella parte dell'Isola di File, Zubamon si era sentito sollevato.
La sua conoscenza del territorio lo avrebbe sicuramente aiutato e avrebbe potuto anche fare bella figura (obiettivo per niente raggiunto).
Ora invece era quasi terrorizzato.
Un conto era aiutare il suo umano a scappare da quel luogo, un altro addentrarsi al suo interno.
Se la sarebbero vista brutta, non c'erano dubbi.
«Certo che questo posto è così strano...»
Il Digimon si riscosse dai suoi pensieri solo quando Yu parlò.
Fu in quel momento che notò il modo in cui il ragazzo si stava guardando intorno, gli occhi che si muovevano da una parte e dall'altra della foresta che stavano attraversando.
«Non avete luoghi del genere nel vostro mondo?» domandò Zubamon, incredulo.
Yu scosse la testa.
«Abbiamo delle foreste ovviamente, ma nessuna ha degli alberi così grandi, né tanto meno queste strane piante.»
«Sono piante preistoriche.– rispose prontamente il Digimon –La maggior parte di loro sono velenose, quindi è meglio non toccarle. Si possono trovare solo qui, nella parte iniziale della Regione Giurassica.»
Il ragazzo lo guardò, interessato.
«Sono piante preistoriche? Come è possibile?» domandò. 
«La Regione Giurassica è divisa in due zone.– spiegò Zubamon, abbastanza contento di poter fare buona figura almeno in questo ambito –Questa zona è chiamata "Zona del tempo congelato", qui il tempo scorre molto più lentamente e quindi tutto, dalle piante ai Digimon che la popolano, sono specie antiche, non sopravvissute in altre luoghi dell'isola. Invece, in fondo alla regione, c'è la "Zona del tempo rapido": lì il tempo scorre più velocemente e non c'è rimasto niente, se non ossa e Digimon particolarmente duraturi. E' lì che ci stiamo dirigendo.»
Yu annuì, per indicare che aveva recepito il messaggio.
Poi, il silenzio torno nuovamente tra di loro e l'unica cosa che poteva arrivare alle orecchie tese di Zubamon era il rumore che i loro passi producevano, ogni volta che affondavano i piedi nel terreno fangoso.
Era strano.
Troppo strano.
Lanciò un'occhiata al piccolo rivolo d'acqua che aveva alla sua destra, osservando con attenzione l'acqua limpida e immobile.
Solitamente quel posto era pieno di Digimon erbivori.
Monochromon e Brachimon andavano spesso a bere in quel punto, visto che non vi erano molti altri luoghi in cui poterlo fare.
Eppure al momento non c'era nessuno, solo loro due.
Un brivido gli corse lungo la schiena e Zubamon si bloccò, mentre tutti i suoi sensi si facevano più acuti.
«Zubamon...?»
Anche Yu si era fermato e si era voltato verso di lui.
Ma il Digimon non si mosse.
Poteva percepirlo.
Qualcosa li stava osservando.
«Yu, dobbiamo corr-»
Prima che potesse finire la frase un enorme ruggito arrivò dalle sue spalle, così forte che anche gli alberi intorno a loro iniziarono a tremare.
Zubamon fece uno scatto in avanti, afferrando la mano del suo umano e iniziando a correre nella foresta e, neanche mezzo secondo dopo, un fortissimo boato li seguì, come se qualcosa di enorme avesse iniziato a corrergli dietro.
Un Tyranomon.
Nonostante le tante volte in cui Zubamon aveva esplorato quei luoghi, quella era la prima volta che ne vedeva uno.
Le voci su quella specie di Digimon erano poche anche nella capitale.
“E questo solo perché in pochi sono tornati vivi dopo averne visto uno.”
«Zubamon, cos'è quel coso?!»
La voce di Yu era più alta di prima e la calma che l’aveva caratterizzata fino a quel momento era completamente sparita.
«Non voltarti!– gli gridò lui di rimando, nonostante sapesse che il suo umano stava già guardando dietro di sé –Pensa solo a correre; se raggiungiamo il confine non ci seguirà!»
“Almeno spero.”
Il Digimon scosse con forza la testa.
No, doveva esserne certo.
Era il suo compito quello di proteggere il suo umano.
Non poteva lasciare che qualcuno lo feriss-
«Zubamon!»
Il ragazzo afferrò il suo compagno di peso e si gettò di lato, tra i cespugli alla sua destra.
Prima che Zubamon potesse chiedergli cosa stesse facendo, un'enorme getto infuocato passò esattamente nel punto in cui si trovavano poco prima, incenerendo l'erba su cui stavano correndo.
Il Digimon poteva sentire il suo intero corpo tremare, mentre osservava il modo in cui le fiamme stavano radendo al suolo l'intero sentiero, colpendo anche alcuni alberi che si trovavano poco più avanti.
«Zubamon, dobbiamo scappare!»
Nonostante quelle parole gli fossero arrivate alle orecchie, le sue gambe non accennavano a muoversi.
Era davvero possibile scappare da un essere del genere?
Cosa sarebbe successo se non ce l'avessero fatta e Yu sarebbe stato ferito?
...e se fosse morto?
Zubamon si riscosse dai suoi pensieri quando sentì due braccia cingergli il busto e sollevarlo da terra.
«Yu?»
Quando quel nome scivolò fuori dalle sue labbra, il ragazzo lo aveva già preso in braccio, gli aveva fatto poggiare la testa sulla sua spalla ed aveva ricominciato a correre all'interno della foresta, questa volta non seguendo più il sentiero di poco prima.
«Da che parte devo andare?– gli chiese, mentre aumentava la sua velocità –Dobbiamo uscire da qui prima che quel coso ci raggiun-»
Un altro ruggito coprì le parole di Yu e Zubamon distolse nuovamente lo sguardo dal ragazzo, puntandolo sul sentiero da cui erano venuti.
E lo vide.
Il Digimon che aveva davanti a lui era alto almeno cinque metri.
La sua pelle era rossa, dello stesso identico colore del fuoco che si trovava nello stesso punto poco prima, ed era segnata da striature nere che gli percorrevano l'intero corpo.
I suoi occhi celesti erano posati su di loro e le sue pupille si muovevano da una parte all’altra, seguendo ogni movimento che Yu faceva.
Zubamon sentì un fortissimo brivido percorrergli nuovamente la schiena quando vide che Tyranomon stava caricando un altro colpo.
«Zubamon! Dove devo andare?!»
«Buttati di lato!– urlò, senza neanche rendersene conto –Sta per colpire di nuovo!»
Il ragazzo non se lo fece ripetere due volte.
Svoltò immediatamente alla sua destra, evitando l'enorme fiammata che uscì dalla bocca del Digimon.
Ma non ebbero neanche il tempo di riprendere fiato.
Appena un secondo dopo, Tyranomon li aveva nuovamente individuati e aveva ripreso a inseguirli.
Così non andava.
Dovevano trovare un modo per scappare.
I movimenti di Yu si stavano facendo sempre più lenti e il ragazzo aveva iniziato a faticare a respirare.
Stava raggiungendo il suo limite.
Fu in quel momento che un frusciò arrivò alle orecchie di Zubamon.
Il Digimon alzò la testa di scatto, voltandosi verso la sua sinistra e distogliendo lo sguardo dal loro nemico.
Acqua.
Il rumore che percepiva era quello di tanta acqua che scorreva ad una forte velocità, cosa più che insolita nella Zona dal tempo congelato.
Yu si lanciò nuovamente di lato quando Tyranomon rilasciò un'altra fiammata, ma stavolta le cose non andarono come previsto.
Il ragazzo inciampò nelle radici che si trovavano sul terreno e rotolò a terra, trascinando con lui il suo Digimon.
Tentò di rialzarsi ma le sue gambe cedettero nuovamente, mentre il suo respiro era diventato terribilmente affannato.
Non ce la faceva più.
«Yu!»
«C-ce la faccio...»
La voce con cui aveva pronunciato quelle parole era stanca e dolorante.
Non potevano andare avanti così.
Il fruscio tornò, più forte di prima, e fu in quel momento che Zubamon capì che si doveva trattare delle Antiche Cascate.
Se avessero portato Tyranomon lì forse avrebbero potuto avere un vantaggio…
Yu tentò ancora di alzarsi, ma cadde a terra, il fiato che gli mancava.
No, era troppo pericoloso.
Il ragazzo non poteva correre fino a laggiù, non in quelle condizioni.
Doveva farlo da solo.
«Yu,– disse, liberandosi dalla sua stretta –nasconditi qui e fa silenzio. Ho un piano.»
Yu lo guardò, preoccupato.
«Che piano...?» la sua voce era un sibilo.
«Lascia fare a me, aspettami qui.» lo rassicurò, alzandosi in piedi.
Poteva riuscirci.
Doveva solo raggiungere le cascate.
«Zubamon, cosa vuoi fare?»
Un altro ruggito risuonò nella foresta.
Non aveva più tempo.
Il Digimon lanciò un ultimo sguardo al ragazzo, piegando le labbra in un mezzo sorriso, prima di cominciare a correre.
Non importava quanto fosse pericoloso.
Lui era il suo Digimon.
Era il suo compito salvarlo.
«Zubamon!»
Poteva sentire Yu tentare di alzarsi nuovamente per raggiungerlo, ma ormai era troppo tardi.
«Ohi! Quaggiù!»
Zubamon si era già posizionato nel punto di poco prima e aveva iniziato a muovere la lama sulla sua testa, emettendo fasci di luce blu.
Tyranomon si voltò verso di lui, le pupille che si muovevano da una parte all'altra seguendo il bagliore del corno del Digimon.
Aveva funzionato. Aveva attirato la sua attenzione.
Ora doveva solo portarlo via da lì.
«Seguimi se ci riesci!» urlò, iniziando a correre dalla parte opposta a quella in cui si trovava Yu.
Per un attimo, ebbe paura che la sua idea non avesse funzionato.
Poi, Tyranomon lasciò andare un altro rumoroso ruggito, prima di cominciare ad inseguirlo.
Fandom: Persona 4
Personaggi: Naoto Shirogane, Lopmon, Altri
Prompt: M1 – colpo di scena
Note: Digimon!AU
Parole: 4000
 
Foresta Nebbiosa, Isola di File
1° avvio del primo periodo della Tigre Sacra, ciclo 2881
 
Quando quel fortissimo bagliore emesso dall’enorme schermo della più grande piazza di Tokyo l'aveva folgorata, Naoto aveva chiuso con forza gli occhi e aveva stretto i pugni, cercando di aggrapparsi ad ogni sensazione per riuscire a capire cosa stesse realmente succedendo, così come le era stato insegnando da quando aveva iniziato a fare il suo lavoro.
Quella era la regola numero uno: rimanere vigili e attenti, sempre, indipendentemente da quale la situazione fosse.
Per questo, mentre sentiva il suo corpo sollevarsi da terra, la ragazza si era morsa con forza le labbra, trattenendosi anche dall'istinto di urlare per evitare che una qualunque informazione sfuggisse al suo udito.
Ma, in realtà, quello sforzo poteva essere considerato totalmente inutile.
Il suo udito non stava più funzionando.
L'ultima cosa che Naoto aveva sentito era il suo peso abbandonare il suo corpo, come se fosse diventata leggera come una piuma.
Il canto della bambina, che poche ore prima le era apparso in sogno, si stava adesso facendo sempre più forte, come se le pareti di quella stretta stanza blu fossero nuovamente intorno a lei.
La ragazza aprì gli occhi, cercando di capire dove si trovasse, invano.
Era nel buio più totale.
Era come se la vista le fosse stata privata da un essere superiore, contro cui lei non aveva alcuno scampo.
E dopo, pure il tatto e il gusto vennero a meno.
Non riusciva a sentire più niente.
E poi...
...poi arrivò il botto.
In quel momento, Naoto non sapeva se avesse davvero perso conoscenza o meno.
Ma, quando la ragazza riaprì gli occhi, la prima cosa che notò era che il tetro buio che era stata costretta a osservare pochi istanti prima se ne era completamente andato.
Adesso, al suo posto, si trovavano così tanti colori che la ragazza fu costretta ad assottigliare nuovamente le palpebre, mentre una fortissima fitta di dolore la colpiva alla testa.
«Dove… dove sono?»
Quel sussurro scivolò fuori dalle sue labbra senza che neanche lei se ne rendesse conto, nel momento in cui i suoi occhi si erano finalmente abituati al mondo che la circondava.
Il luogo in cui la ragazza si era risvegliata era tutto fuorché a lei conosciuto e l’unica deduzione che poteva fare era quella di trovarsi in una foresta.
Ma non era per niente facile stabilire quanto in profondità essa si estendeste.
La detective riusciva infatti a vedere solo pochi degli alberi che la circondavano, soprattutto a causa di una fitta nebbia che avvolgeva l'intera area, impedendo di raggiungere con lo sguardo i luoghi più lontani.
Nessun suono giungeva alle sue orecchie, se non quello di...
La ragazza si portò una mano al petto, rendendosi conto solo in quel momento di stare ansimando.
Doveva calmarsi.
Non importava il luogo in cui si trovava in quel momento, sicuramente qualcuno sarebbe venuto a cercarla.
“Mantieni la calma Shirogane.”
Dopo essersi detta quelle parole, Naoto iniziò a focalizzarsi sul suo respiro, cercando con tutta se stessa di ricominciare ad averne uno che fosse il più regolare possibile.
Doveva assolutamente tornare in sé e cercare una spiegazione logica a quello che le era successo.
Ce la poteva fare.
Non doveva essere poi così difficile, ricordava perfettamente cosa le era successo.
Non appena la scena di poco prima si ricostruì nella sua mente, però, la  detective sentì nuovamente l’ansia farsi strada nel suo cuore.
Era assurdo.
Tutto quello che ricordava non aveva, in realtà, alcun senso.
«Shirogane. Calma.» si ripetè nuovamente, questa volta ad alta voce, come per essere sicura che il messaggio arrivasse a destinazione.
Poteva farcela.
Doveva solo pensarci a mente fredda e tutto avrebbe acquistato un sens-
Un rumore secco interruppe il silenzio in cui la ragazza era immersa e Naoto alzò lo sguardo, puntandolo tra le fronde alla sua sinistra.
L’unica cosa che era visibile erano i pochi spiragli di luce che riuscivano a superare le fronde degli alberi e che illuminavano la fitta nebbia che la circondava.
Nonostante ciò, la ragazza trattenne il respiro, continuando ad osservare il punto da cui quello strano rumore era giunto.
Poteva percepirlo.
Era come se qualcosa la stesse osservando.
Naoto assottigliò lo sguardo, mentre tutti i suoi pensieri e le sue domande di poco prima smettevano di ronzarle in testa, lasciando spazio solo a piani immediati di fuga.
Si alzò lentamente, continuando a mantenere il suo sguardo sui cespugli fin troppo vicini a lei, mentre la sua mano destra raggiungeva la fondina che si trovava legata alla sua cintura.
Un piccolo senso di sollievo si fece strada dentro di lei non appena le sue dita esili sfiorarono la pistola che si trovava lì, al suo interno.
Ma quel momento durò poco.
Un suono più flebile, come solo un leggero frusciare di foglie arrivò dalle sue spalle e Naoto si voltò immediatamente, mentre la mano destra afferrava con forza la pistola e la puntava verso la nebbia.
Niente, lì non c'era nessuno.
La ragazza continuò a tenere la pistola puntata davanti a sé, cercando di fare in modo che il suo respiro diventasse il più silenzioso possibile.
Non sapeva neanche lei per quanto tempo rimase in quel modo, con la pistola stretta nella mano destra e lo sguardo che scrutava l'orizzonte, alla ricerca di qualsiasi minimo movimento.
E fu allora che se ne rese conto.
Le fievoli luci, che fino a quel momento aveva creduto essere i pochi raggi del sole che riuscivano a passare oltre la nebbia, erano… vive.
Alcune di loro sparivano e apparivano a ritmo, altre si spostavano da un albero all'altro, altre si facevano più vicine...
Naoto dovette usare tutte le sue forze per non mettersi a urlare, mentre le sue dita stringevano con più forza la pistola.
Quelli erano occhi. Era circondata.
“Mantieni la calma.”
Non doveva assolutamente far capire al suo nemico di essere stato individuato.
Altrimenti...
“Mantieni la calma!”
Giusto.
Doveva restare il più lucida possibile.
Se si fosse fatta prendere dal panico, sarebbe sicuramente morta.
Cercando di comportarsi come se niente stesse succedendo, la ragazza fece un piccolo passo indietro, mentre i suoi occhi si muovevano da una parte all’altra, con l’unico intento di trovare anche solo un piccolo spiraglio dal quale scappare.
Ma quello che accadde dopo fu troppo veloce per lei da prevenire.
Un altro suono, questa volta molto più vicino degli altri, arrivò dalla sua destra e Naoto fece appena in tempo a spostarsi poco più indietro per veder comparire di fronte a lei un'ombra nera.
La ragazza puntò immediatamente la pistola contro il nemico, pronta a sparare, quando l’arma rischiò seriamente di caderle dalle mani.
Non era possibile.
Quello che era lì, a pochi centimetri da lei, era un ragno grande almeno quanto un gatto.
Le otto zampe dell’aracnide, lunghe almeno quaranta centimetri, erano marroni e pelose e, alla loro base, si trovava un piccolo aculeo cremisi.
Il suo corpo era rotondo e a strisce gialle e marroni, mentre il suo volto era come se fosse coperto da una maschera dorata, che lasciava intravedere solo i suoi otto occhi celesti, così luminosi da sembrare delle lampadine.
Ma fu quando quelle stesse luci si puntarono si puntarono nuovamente verso di lei che un urlo di puro terrore sfuggì dalle labbra di Naoto e il suo dito premette il grilletto, mentre quel mostro aveva aperto la bocca e le mostrava i denti affilati.
Il ragno (o almeno, quell'essere chiaramente geneticamente modificato che condivideva il suo stesso aspetto) lasciò andare uno straziante lamento di dolore e indietreggiò di qualche passo, i suoi movimenti si fecero man mano sempre più rigidi e, infine, si accasciò a terra, non muovendosi più.
Per un attimo silenzio calò nella foresta, mentre la detective non poteva far altro che trattenere il respiro, osservando delle piccole strisce luminose, caratterizzate da delle particolari lettere, avvolgere il corpo del mostro, mentre quest’ultimo si dissolveva lentamente nell’aria.
Ma la ragazza non ebbe il tempo di chiedersi cosa quelle strane scritte significassero.
Neanche mezzo secondo dopo lo sparo, un fortissimo boato si propagò intorno a lei e tantissimi ragni, uguali a quello che Naoto aveva appena ucciso, saltarono all'interno della radura, per circondarla.
Ma, mossa da uno spirito di sopravvivenza che neanche lei era a conoscenza di avere, la ragazza aveva già iniziato a correre e si era buttata tra le fronde con meno "luci" al loro interno, mentre tutti i suoi nemici si accavallavano uno sopra al punto in cui lei si trovava fino ad un secondo prima.
Non che questo bastasse per fermarli.
Non appena si resero conto di essere stati raggirati, i mostri si voltarono nuovamente verso di lei e iniziarono a seguirla all'interno della foresta.
Naoto, dal canto suo, non aveva neanche il coraggio di voltarsi a guardare ciò che stava succedendo alle sue spalle.
L'unica cosa che la ragazza poteva fare in quel momento era continuare a correre, sperando che prima o poi sarebbe riuscita a sfuggire alla morte che, invece, le sembrava oramai sempre più vicina.
Non che ci fosse bisogno di voltarsi per farsi un'idea di ciò che stesse succedendo.
Il rumore delle centinaia di zampe che colpivano il suolo era fin troppo esplicito per i suoi gusti.
Alcuni ragni tentarono anche di prenderla di sorpresa, attaccandola dai lati.
Uno di loro si attaccò al suo braccio e Naoto urlò, iniziando a muoverlo con una forza e una velocità tali da far perdere l'equilibrio al suo nemico.
Ma, per quanto si sforzasse, la ragazza sapeva che non poteva andare assolutamente avanti così.
Non importava quanto corresse.
Prima o poi i suoi movimenti si sarebbero fatti più lenti e la sua corsa sarebbe cessata.
Ne era consapevole e, come temeva, ne erano consapevoli anche quei mostri.
Ma, nonostante questo, Naoto non poteva smettere di correre.
Ogni passo che lei faceva, era seguito dall'assordante rumore di altre centinaia, se non migliaia, zampe che toccavano il terreno, facendolo addirittura tremare.
“Mantieni la calma!” si ripeté nuovamente lei, continuando a stringere con forza la pistola nelle sue mani.
Magari non tutto era davvero perduto.
Se fosse riuscita a raggiungere la fine di quella foresta, forse i suoi inseguitori l'avrebbero lasciata in pace.
Ma quella non era certo un'impresa facile.
Per quanto corresse, lo scenario intorno a lei non cambiava minimamente.
La nebbia che avvolgeva il luogo era fitta, sempre più fitta, e, paradossalmente, invece di abituarsi a essa era come se i suoi occhi le diventassero sempre più estranei, impendendo a Naoto di vedere cosa ci fosse anche solo davanti a lei.
Anche la vegetazione si stava rivelando un ostacolo non da poco.
Ogni singolo albero era intrecciato agli altri, spesso rendendo la strada su cui lei stava correndo un sentiero obbligato, in quanto sarebbe stato praticamente impossibile cercare vie alternative tra i rami e i tronchi di legno.
E, se questo da una parte poteva essere un vantaggio, dall'altro era invece la sua condanna.
Certo, così come lei era costretta a seguire il sentiero, lo erano anche i tantissimi ragni che le stavano alle calcagna: nessun nemico sarebbe potuto apparire ai suoi lati e prenderla di sorpresa, impedendole così di scappare.
D'altro canto...
...e se il sentiero non avesse portato al limite della foresta, ma al suo interno?
Naoto non fece neanche in tempo a considerare quell'ipotesi, in quanto il terreno sotto ai suoi piedi mancò improvvisamente e lei lasciò andare un acuto urletto di sorpresa prima di cadere a terra.
La detective si rannicchiò, mentre il suo corpo veniva sbalzato sul terreno e iniziava a rotolare giù dall’inatteso pendio.
Non appena toccò nuovamente la terra ferma, Naoto si tirò immediatamente su, nonostante le fortissime fitte di dolore che arrivavano da ogni centimetro del suo corpo.
Doveva continuare a scappare.
Se fosse rimasta ferma in quel punto, quei ragni l'avrebbero sicuramente raggiunta.
Fu solo in quel momento che la ragazza si rese conto che, intorno a lei, regnava il silenzio più totale.
Nessuno strano verso di attacco, nessuna zampa che faceva rumore colpendo il terreno. Niente di niente.
La detective rimase immobile e trattenne il respiro, cercando di captare anche il più lieve dei suoni.
Che i ragni avessero continuato a correre senza accorgersi che lei fosse caduta…?
Per la prima volta da quando si trovava in quell’assurdo luogo, Naoto lasciò andare un sospiro di sollievo, mentre il cuore le batteva all'impazzata nel petto e le sue gambe perdevano le forze, facendola cadere in ginocchio.
Ce l'aveva fatta. Era fuggita da quei mostri.
Ora l'unica cosa che doveva fare era trovare un'uscita da quella foresta e capire cosa stesse succedendo.
La detective si alzò, ignorando la fitta di dolore che le sue gambe le lanciarono, e iniziò a guardarsi intorno.
La nebbia, così come gli alberi e le piante, non si trovava in quel luogo, permettendole, finalmente, di vedere cosa la circondasse.
L'antro in cui era caduta era buio e circondato da pareti ripide e rocciose, probabilmente molto difficili da scalare.
Un'apertura, diametralmente opposta al punto in cui si trovava lei, si apriva nella parete, lasciando lo spazio ad un tunnel che pareva essere stato scavato artificialmente, mentre in alto si trovava l'uscita e la ragazza dovette addirittura aguzzare lo sguardo per riuscire a vederla.
Lì, tra le rocce, vicino alla parete su cui era rotolata, vi era una piccola fessura da cui era visibile solo una fitta coltre di nebbia.
Naoto abbassò nuovamente lo sguardo e posò una mano sulla roccia fredda di fronte a lei.
Anche se non era sicuramente consigliabile perdersi tra le gallerie di quello strano posto, tentare di scalare quella parete tanto ripida quanto scivolosa era un'opzione ancora peggiore.
In più, se fosse anche riuscita a raggiungere la fessura da cui era entrata, non avrebbe avuto idea di dove fosse l'uscita da quella maledetta foresta...
Sì, la galleria era sicuramente l'opzione migliore.
Dopo essere arrivata a quella conclusione, la ragazza fece per voltarsi e per dirigersi verso la parte opposta di quell'antro, quando qualcosa attirò la sua attenzione.
Lì, poco lontano da lei, pendeva un filo quasi trasparente.
La detective aguzzò lo sguardo, notando solo in quel momento che quel filo non era unico.
Centinaia, se non migliaia, di filamenti penzolavano dal soffitto, e arrivavano fino a terra.
Un brivido le corse lungo la schiena e Naoto staccò il palmo dalla parete, rendendosi conto solo in quel momento di quanto quella fosse appiccicosa.
Si portò la mano al volto, osservando con attenzione i numerosissimi e sottilissimi fili che la ricoprivano.
“Sembra una ragnatela...”
Quando quel pensiero risuonò nella sua mente, la ragazza alzò di scatto lo sguardo, mentre il sollievo che aveva provato poco prima stava piano piano scomparendo, lasciando spazio solo alla paura.
Quelle strane ragnatele erano ovunque e ricoprivano completamente sia le pareti che il suolo...
...e anche il suo corpo.
Non c'erano dubbi.
Quello in cui Naoto si trovava non era un luogo sicuro.
Era un nido.
La ragazza si voltò di scatto, iniziando a correre verso la galleria che si trovava dall'altra parte dell'antro.
Quando era ormai a metà strada, però, un rumore arrivò dall'alto e lei si gettò istintivamente all'indietro, prima che un'enorme figura cadesse sul suolo, emettendo un fortissimo boato.
La detective afferrò la pistola dalla fondina e alzò lo sguardo, puntando l'arma davanti a sé e preparandosi a colpire il nuovo nemico che si era palesato.
Non appena vide ciò che si trovava di fronte a lei, però, Naoto dovette appellarsi a tutte le sue forze per non far cadere la pistola al suolo.
Lì, a neanche due metri da lei, vi era un essere molto più spaventoso dei mostri che poco prima l'avevano inseguita.
Doveva essere la loro madre.
Il ragno contro cui la detective continuava a puntare la pistola era molto più grande di quelli da cui era scappata.
Sei delle sue otto zampe erano lunghe almeno quanto due braccia di un uomo adulto ed erano completamente ricoperte da un leggero pelo nero, con degli artigli rossi che spuntavano dalla loro punta; mentre le due zampe anteriori erano prive di pelo e mostravano un colore violaceo, quasi malato, e si concludevano con delle vere e proprie mani rosse.
Il suo corpo era formato da un'enorme bolla nera, con sopra dipinta l'immagine di un teschio.
E il suo volto...
Il suo volto era sicuramente uno degli aspetti più terrificanti.
Metà del viso di quel mostro sembrava essere completamente nascosta da una strana maschera dorata, simile a quella che si trovava sul viso dei ragni più piccoli di poco prima, con due corna appuntite ai lati, ma che Naoto capì essere in realtà parte della sua stessa faccia nel momento in cui vide i nove occhi verdi che si trovavano su questa.
Sotto di essa, la sua pelle presentava lo stesso colore violaceo delle sue zampe anteriori ed era spaccata in quattro, creando così l'apertura di quella che doveva essere la sua bocca.
Naoto fece un passo indietro, mentre poteva sentire il suo intero corpo tremare.
Doveva essere un sogno.
Mentre poteva ancora esserci una spiegazione logica per i "piccoli" ragni che aveva visto poco prima, un aracnide di quelle dimensioni non poteva certo essere reale.
Sì, quello doveva essere un sogno.
Sì sarebbe svegliata presto, bastava solo riuscire a smettere di dormire.
Il nemico di fronte a lei aprì la bocca, mostrando le sue quattro diverse fila di denti affilati e la sua lingua rossa, e la detective si lanciò istintivamente di lato, prima che una spessa ragnatela venisse sparata dalle fauci del ragno e colpisse precisamente il punto in cui, un istante prima, lei si trovava.
No. Era inutile sperarci. Quello non poteva essere un sogno.
Quando il nemico si voltò nuovamente verso di lei, Naoto non ci pensò due volte.
Il suo dito premette il grilletto e il rumore dello sparo riempì il nido, mentre il proiettile volava direttamente verso il mostro, colpendolo al volto e... non facendogli assolutamente niente.
La già poca speranza che Naoto aveva avuto fino a quel momento iniziò a vacillare, mentre ricaricava la pistola e faceva esplodere un altro colpo.
E poi un altro. E poi un altro ancora.
Ma non c'era niente da fare.
I proiettili che colpivano la sua maschera dorata venivano sbalzati ai lati del suo volto, mentre i pochi che arrivavano alla parte più bassa della sua pelle causavano solo danni superficiali, pari ad una puntura di zanzara.
Nel frattempo, il ragno continuava ad avvicinarsi sempre di più a lei e Naoto, di rimando, faceva dei passi indietro, cercando con tutta se stessa di rimanere il più lucida possibile.
Quando anche l'ultimo proiettile presente nella sua pistola venne respinto, la detective abbassò l'arma, mentre la sua schiena toccava la parete rocciosa dell'antro.
Era la fine.
Il mostro era ormai a pochi centimetri da lei e, anche se le sembrava quasi impossibile, Naoto poteva giurare di vedere come una luce riflessa nei suoi occhi, come se si stesse divertendo a vederla tentare di difendersi, senza alcuno scampo.
Ma, oramai, non c'era niente che lei potesse fare.
Il ragno aprì nuovamente la sua mostruosa bocca e la ragazza chiuse gli occhi, sperando che, almeno, la ragnatela che presto l'avrebbe avvolta l'avrebbe uccisa in modo indolore, prima che quelle temibili fauci potessero affondare nella sua carne.
Il suono della ragnatela che veniva sparata ad alta velocità verso di lei riempì il silenzio che si era creato e Naoto strinse con più forza le palpebre, pronta al colpo.
«Scappa!»
Ma niente la colpì.
Un ringhio irritato, seguito da un forte lamento di dolore, risuonò nel nido e la ragazza aprì gli occhi, per trovarsi davanti una scena a dir poco surreale.
La faccia del ragno era ricoperta dalla stessa ragnatela che il mostro aveva sparato e il suo corpo era piegato all'indietro, come se ci fosse qualcuno sul suo addome.
E fu in quel momento che lo vide.
Una piccola figura marrone, non facile da distinguere a quella distanza, si trovava sopra il mostro e lo aveva afferrato per la chioma, continuando a tirarla all'indietro.
Poi, la figura saltò in aria e iniziò a girare, come se fosse un tornado, tornando a schiantarsi neanche un secondo dopo sul nemico che, sorpreso, lasciò andare un forte lamento di dolore, prima di cadere a terra.
Prima ancora che Naoto potesse capire cosa stesse succedendo, però, il suo soccorritore saltò di fronte a lei e le afferrò la mano.
«Dobbiamo scappare!»
Con una forza decisamente improbabile per la sua piccola stazza, l'essere iniziò a correre, trascinandosi dietro la detective che, frastornata, non poté far altro che seguirlo, mentre questo entrava nel tunnel che il nemico aveva bloccato fino a quel momento.
Un urlo di rabbia arrivò dalle sue spalle e Naoto si voltò, riuscendo a vedere con la coda dell'occhio il ragno che, con incertezza, si rialzava sulle sue gambe e guardava nella loro direzione, iniziando a seguirle.
«Non guardare indietro, pensa a correre!» le urlò il suo soccorritore, continuando a sfrecciare nel tunnel.
«Cosa è quel coso?!»
La ragazza sapeva che quello non era il momento adatto ad una domanda del genere, ma quelle parole scivolarono fuori dalle sue labbra prima che lei potesse fermarle.
Ma, come prevedibile, l'essere non le rispose, ma svoltò bruscamente a destra e iniziò a correre in una galleria più stretta della precedente, costringendo Naoto a stringersi nelle spalle per non rimanere schiacciata tra le pareti.
Nel farlo, però, la ragazza inciampò nei suoi stessi piedi e cadde in avanti, sopra la creatura che, non aspettandoselo, non poté minimamente schivarla.
Neanche un secondo dopo, la mano rossa del ragno si inserì nella fessura, tentando di afferrarla.
La detective lasciò andare un urlo di puro terrore quando le dita del mostro arrivarono a pochi millimetri da lei... per poi fermarsi.
Il nemico lasciò andare un grugnito di frustrazione, mentre cercava di far entrare la mano più in profondità per poterla afferrare.
Nel frattempo Naoto si era alzata nuovamente in piedi, aveva afferrato la povera creatura dolorante e si era allontanata ulteriormente dalla fessura, mentre il cuore continuava a batterle con forza nel petto e il respiro si faceva sempre più affannoso.
Non sapeva neanche lei per quanto tempo restò lì, immobile, ad osservare la mano del mostro che tentava di avvicinarsi di più possibile.
Poi, dopo aver lasciato andare un ultimo ringhio di frustrazione, il ragno ritirò l'arto e riprese a camminare nel tunnel, tornando nella direzione da cui era venuto.
Per l'ennesima volta da quando si era risvegliata, le gambe di Naoto cedettero nuovamente e la ragazza cadde in ginocchio, mentre le lacrime che fino a quel momento aveva trattenuto avevano iniziato a offuscarle la vista.
Ce l'aveva fatta.
Era riuscita a salvarsi di nuovo.
«A-Ahia.»
Solo quando un leggero lamento di dolore arrivò alle sue orecchie, si rese conto di star stringendo con così tanta forza la creatura, che poco prima aveva anche schiacciato al suolo, da doverle rendere difficile anche respirare.
«S-scusa!» esclamò Naoto con una voce molto più femminile e acuta del solito, aprendo immediatamente le braccia e lasciando andare l'essere che cadde al suolo, tossendo.
«N-non preoccuparti.» rispose poi, voltandosi verso di lei e mostrandole per la prima volta il suo volto.
Quello fu il primo momento in cui la detective poté osservare la creatura che le aveva salvato la vita.
A differenza dei mostri che aveva incontrato fino a quel momento, quell'essere assomigliava, anche se molto lontanamente, ad un coniglio.
La sua pelle era ricoperta da un leggero pelo color cioccolato al latte, con alcune chiazze rosa intorno al collo e sulle sue orecchie.
Sempre se quelle potevano essere considerate orecchie.
Ciò che si trovava ai lati della sua testa erano come due enormi parabole allungate, che terminavano in tre diverse punte rosa.
Sulla sua fronte, vi erano tre piccole corna.
«C-cosa sei?»
Quelle parole sfuggirono dalle sue labbra prima che Naoto riuscisse a rendersene conto.
La creatura piegò la testa di lato, come se quella fosse la domanda che meno si aspettasse in quel momento.
«Sono Lopmon.– rispose poi, come se quella fosse la cosa più ovvia del mondo –Benvenuta a Digiworld.»
Questa storia partecipa al COW-T10 indetto da LDF
Missione: M1 (Fandom!AU)
Fandom: Persona 4
Personaggi: Kanji Tatsumi, Kunemon
Parole: 7075
Avvertimenti: Digimon!AU
 
Ice-Block Road, File Island
1st bit of White Tiger’s first word, cycle 2881
 
“This must be a joke.”
Those were the only words in Kanji's mind at that moment.
Standing on a tiny ice-block in the middle of a freezing sea, the boy couldn't think at anything else than that, while the stream made him swing.
Ice. There was only ice in front of him.
The landscape was composed of a large number of ice-blocks that were floating on the water, moved by the stream. Some of them were larger than the one where he was on, but most of them were smaller; so small that it would have been impossible for him to stand on top of them.
Kanji shivered, thinking of what could have happened if he had ended up on one of them instead of the larger one he was on.
...But, how did he end up in that place to begin with?
He was confident that there wasn't any place like that near Inaba, so he was obviously very far from his hometown.
But then... were was him?
The boy tried to remember what had happened the night before.
He was roaming around in the dark streets of Inaba when, suddenly, it had started snowing. Then the televisions in the Central Shopping District had turned on…
A pang of pain hit him and Kanji took his hand to his head, while the yellow, gleaming eyes of the figure that he had seen right before he had lost consciousness appeared in his mind.
The voice of that little girl started singing again and the boy had to appeal to all his strength not to fall on the surface of the ice-block or, more likely, in the water.
«Boss!»
The song in his head stopped, when a strange voice that he had never heard before arrived to his ears.
Kanji raised his head and looked around him, searching for the source of that sound.
But nobody was there.
It doesn't matter how carefully he searched the area, he couldn't see anyone around him. Not a single soul.
The only thing that he could see was ice.
«Dammit...!»
Before he could think, a small imprecation escaped from his mouth.
Not only he had been “teleported” to an unknown place, but now he was also having hallucinations.
But that wasn't the main issue.
The mainland – that was also covered in thick, white ice – was farther and farther. 
He had to find a way to reach it before it was too lat–
Crack.
When that sound arrived at his ears, Kanji startled.
Slowly he looked at the ice-block which he was on...
...and the blood in his veins became more freezing that the sea behind him.
A huge split was visible on the surface of the ice-block, right under his feet.
The ice was breaking.
He didn't have time to think.
«Boss! I'm coming!»
The same voice from before echoed in the area.
Again, Kanji looked around him, hoping that it wasn't only an illusion and that there really was someone that was coming to rescue him.
«Boss! This way!»
He followed the voice and turned around, looking down on the ice-blocks that were floating on the sea.
«Boss!»
And then he saw him.
On one of the tiniest ice-blocks, not so far from him, there was a small, strange animal.
His appearance resembled the one of a worm, but he was way too big to be a normal insect.
Kanji gulped when he noticed that the monster was as big as a cat.
From what he can see, his body was yellow and covered by a large number of black stripes. Something like a long blue tail emerged from his back.
It was standing upright and was moving his little, blue quills frenetically, like he was trying to catch Kanji's attention.
«Boss! Come over here!»
...And he was talking.
From the blue, big beak that was, evidently, his mouth the strange voice of before escaped.
«Quick!»
But Kanji didn't move.
He was standing there, on that ice-block, completely petrified.
What was that strange creature?
What did he want from him?
How it was possible for he to talk?
«Boss! It's dangerous! Come, quick!»
...And why he was calling him "Boss"?
Another crack, stronger than the previous one, arrived from behind him and Kanji's body moved on his own, jumping from the ice-block to the nearest one.
At the same moment when his feet left it, the surface broke in three small pieces of ice.
Kanji landed on the other ice-block and had to balance himself not to fall in the sea.
He was safe for no–
Crack.
«Boss! Follow me!» the strange animal said, catching his attention again.
Then he started jumping from an ice-block to another, showing Kanji the right path to the mainland.
The boy wasn't sure that following that monster was the right decision.
He couldn't help but think that, when they would have arrived on the mainland, he could have attacked him.
But, when another malicious crack arrived from under his feet, Kanji decided that it wasn't the time to hesitate.
He jumped on the ice-block where the worm was standing only a moment before, trying not to fall in the freezing water.
«Yes, Boss!– the monster shouted with a touch of joy in his voice–Follow me!»
Kanji couldn't understand what he was thinking, but the tone with which he had said those words was... kind.
He couldn’t sense malice at all in his voice.
Crack.
No. Now it wasn't the time to think.
Kanji jumped again, and again, and again, following that little creature that was encouraging him after and before every jump.
The mainland was farther than he had thought, but now it was finally becoming closer and closer.
«It's the last jump! You can do it, Boss!»
When the monster said that, the boy jumped for the last time.
For a moment he thought that he wouldn't have been able to make it, but, luckily, he landed on to the ice of the mainland.
"I'm safe."
His legs gave away immediately after that thought had crossed his mind and Kanji fell on the freezing ice, exhausted.
He breathed in and out, trying to recover from the number of jumps that he had done.
«You were amazing, Boss!– the little monster exclaimed, his voice even more joyful than before –I knew you could do it!»
The boy turned his head around, to face the strange creature that, now, was standing near him.
There was no doubt.
He was a worm. A very big worm.
The black stripes that Kanji had seen before were indeed black thunders that stood out on the yellow back of the creature. The bottom part of his body was read and was divided in two parts: the first one – from what Kanji could see – could be moved vertically and was characterized by six quills that emerged from it, while from the other one there were three pairs of red feet, that the strange animal used to walk.
On the end of his body there wasn’t a tail, but a big blue sting.
Two larger lightnings where also on his head but, differently from the others, they were more… alive. A strange little light could be seen in them.
Kanji knew that he couldn't trust him.
He was so strange that he could be a deadly animal, that was helping him only to kill him and eat him.
But, for some reason, the boy didn't think that he was evil.
However, before Kanji could say anything, the little monster literally jumped on him, catching him off guard.
He was about to shove it off when the worm opened his beak.
«I'm so happy, Boss.– he said, rubbing his head on his chest like a cat would do –I have been waiting for you for so long that I started thinking you would never come»
...
"He's too cute."
It was impossible.
He couldn't be evil.
Kanji looked at him, without knowing what else to do.
The little monster didn’t move for a while: he remained curled up on the boy’s chest, while his thunders on his head – that Kanji thought that were his eyes – were looking at him.
After some time of silence, the boy decided to speak. 
«W-What are you?»
Only when those words left his mouth, Kanji noticed that his voice was way hoarser than he had thought.
The creature didn’t seemed to mind it, though.
«I'm Kunemon!– he answered with his buzzing voice –And I'm your Digimon partner. I was waiting for you, Boss!»
“What the hell is a Digimon?”
The situation was getting stranger and stranger.
All of this couldn’t be real...
«Oh, that’s a dream.» Kanji exclaimed.
Right, that had to be it!
Kunemon seemed confused for a moment, like if he couldn’t understand what Kanji was talking about.
Then his expression lighted up and the thunders on his head thinned, like the eyes of an animal would have done if it was smiling.
«Yes, Boss.– he answered –Knowing you is like a dream come true!»
Like… like a dream come true…?
What the hell was he talking about?
«No, this ain’t reality, is it?» Kanji asked, confused.
Kunemon didn’t answer.
He remained silence, looking at him.
Then, a little electric discharge hit the boy.
«Ouch! What was that for?!»
The Digimon seemed confused.
«I’m sorry, Boss. I was thinking that in your world there is the saying “pinch me, I must be dreaming” so I thought that I could that for you.– he said –Shouldn’t I have?»
Kanji didn’t know how to answer to that.
He wasn’t dreaming?
It was impossible!
If it wasn’t a dream, he would have known how he ended up in that place.
If it wasn’t a dream, he would have known where he was.
If it wasn’t a dream, then what were Digimons? Why hadn’t he ever heard of them before?
But, then, Kunemon’s voice echoed in his head.
“«In your world.»”
«What… what was that?!»
The Digimon bended his head to the side.
«What was… what, Boss?» he asked, more confused than before.
«The “your world” part! What was that supposed to mean?!» the boy shouted.
Kunemon “eyes” opened wide, like if he had finally remember something that he had forgotten to said.
«Oh, right! I forgot to tell you!– he exclaimed, with the same joyfulness in his voice of before – Welcome to Digiworld, Boss!»
 
When Kunemon said that he was taking him “to the shelter”, Kanji didn't think that he could have been so serious.
The cave where the Digimon has taken him was the most accurate example of what a "shelter" should look like.
The first thing that Kanji had felt when he had entered the cave was the warmth. Differently from the cold that was outside, the inside of that place was hot, like if there was a heater hidden somewhere.
According to Kunemon, the heat was coming from the hot springs that were at the bottom of the cave and that were the only heat source which someone could expect to find in Freezeland, the region of File Island where they were at the moment.
Then, the second thing that the boy had seen where the large number of bags that was disposed against the walls of the cave.
He didn't know what was inside them, until Kunemon had picked up a fruit from one of them. They were full of supplies.
The last thing that he had noticed was that a lot of leaves were laying on each other, in a corner of the cave. Was it possible that the Digimon had also built a bed for him...?
And now there Kanji was, sitting against the wall of the cave, with a strange, colorful fruit resting in his hands.
«Aren’t you hungry, Boss?»
Kunemon was in front of him and was looking at him with a preoccupied expression on his face.
«That ain’t it.– he answered –It’s just… I don’t understand what is going on.»
«But I’ve already told you, Boss.– the Digimon said –You are here because we have to save Digiworld.»
Yeah, Kanji knew that it had already told him that. They had talked for at least an hour before Kunemon decided to go to the cave that he had called shelter.
But it didn't matter how many time the boy heard that answer: that didn’t make any sense.
«“We” who?» he asked, trying to take a better grasp of the situation.
«You and I, Boss.» 
It was already impossible for only two people to save a world, let alone a boy and a worm!
«But how are we supposed to do it?»
Kunemon puffed his upper body out, like if that would have made it appear more strong and brave.
«I can fight, Boss.– he said, with a pinch of pride in his buzzing voice –It may not seem, but I can be very strong!»
...
"I have doubts."
Kanji couldn't believe it.
How could he agree to something like that?
It was impossible.
He had things to do at home! Not in an unknown, strange and dangerous world!
«You... you aren't going to accept, are you?»
The voice with which Kunemon said those words was different.
It was like that all the joyfulness, that had characterized his tone until that moment, was now gone.
Kanji looked at the Digimon.
He was looking at him with sadness in his eyes.
«Kunemon...» he tried, but the monster interrupted him.
«I know, Boss.– he said, lowering his gaze on the floor –You have things to do in your world, haven't you? It's ok, I understand. I don't know a way to take you back to your world, but I can look for it...»
...
Kanji couldn't bear to look at him in that state.
Kunemon had been so kind with him, since the moment he had arrived in that strange world.
And if he needed help...
Well, who was him to say no?
«I won't go nowhere.» Kanji said, even if he wasn't so sure about his decision.
Kunemon raised his head, confused by the use of the double negatives.
Then, when he understood, his expression lighted.
«Really, Boss? You will fight at my side?»
A little smile appeared on Kanji's face.
«Yeah. I'll stay here until we have beat the shit out of... who the hell is the bad guy here?»
A small laugher left Kunemon's beak.
«I don't know.»
...
«W-Well...– Kanji was already regretting his choice –then until we have found out who is the bad guy and we have beat the shit out of it!»
Kunemon's laugher was higher this time.
Then, the Digimon walked to him and got on his knees, curling up on them.
«I love you, Boss.– he whispered –I'm happy that you'll stay with me.»
"How the hell can you be so fucking cute?!"
He was sure that his cuteness would have killed him someday.
But then... why "Boss"?
Oh, right.
He hadn't said his name yet.
«Kanji.»
Kunemon looked at him, without understanding what his human was saying.
«I-I mean.– Kanji blushed and moved his head to face one of the side of the cave, not to have to look at the Digimon –I'm Kanji. Y-ya can call me by name, ya know? I don't have problems with that!»
«I want to call you Boss, Boss.» Kunemon answered, without hesitation.
...Why?
«Kanji is better.» the boy said, facing the Digimon again.
«No, I prefer "Boss", Boss.– he didn't want to give in –But I like Sensei too!»
Kanji sighed.
«I've said to call me Kanji...»
«Then, Kanji-sama?»
«Ok. Boss it's ok.» he gave in and another little laughter escaped Kunemon's beak.
They remained there, in silence, for a while, and Kanji finally ate that fruit that his Digimon had picked up for him.
He moved his gaze around him, looking at all the bags that were against the walls of the cave. Could it be that Kunemon had prepared all of that food by himself?
«Oh, I almost forgot!»
The Digimon got off from his knees.
«What?»
«I've something for you, Boss.»
Then, without saying anything else, he walked to one of the bags that was against the right side of the cave and started to search something in it.
Looking at him, while he was struggling to reach out what he was looking for, Kanji couldn't help but think how could they really do defeat a big evil Digimon.
Yeah, even if he didn't want to think about it in that way, Kunemon seemed even too weak to fight against the cat of his neighbor, let alone a monster that was destroying an entire world!
«I've found it, Boss!»
The boy returned to reality, facing again his Digimon than now had left something in front of him, on the floor.
«What is that?» Kanji asked, looking at the strange looking object.
He had never seen something like it before. The object that was in front of him was a small grey device, with an octagonal shape, even if his diagonal sides were rounded.
At the centre there was a very little, black screen. Near it, on its right side, there were two different blue buttons.
«It's a Digivice.– Kunemon answered –With this I can become stronger and we can fight together.»
Again, Kanji wasn't totally convinced.
Oh, come on, how could a little piece of metal like that be so helpful like Kunemon was saying?
He was about to reject the device when he saw the expression of the Digimon.
Kunemon was looking at him, a strange anxiety that was clearly visible in the light of his eyes.
...Ok. Rejecting it wasn’t a possible option.
Kanji moved his hand to the device that was laying on the floor.
And it was when his fingers touch it that something strange happened.
The Digivice started to tremble and its screen turned immediately on.
A purple light was emitted from the screen and the boy withdrew his hand
Kunemon left out a little scream of fear from his peak and ran behind his human's back, while the device started floating in the air and the purple light surrounded it.
Then, a ray of light, like a firework, escaped from the screen and went to the top, crushing itself on the ceiling of the cave.
And there, even if for only a moment, a strange symbol appeared.
Kanji looked at it, trying to understand what it was.
It resembled a rose: a small circle was in the centre while two other figures –that looked like petals – were around it.
Then, like it started, it finished. The Digivice –which was now purple and no longer grey– fell on the floor and its screen turned off.
Even if now everything was calm, Kanji didn’t make a move.
He didn’t stop looking at that device, not entirely sure if he could or not pick it up.
«We made it, Boss!» it was in that moment that Kunemon went out from his hideout, talking like if anything had happened.
Kanji turned around and looked at him, confused.
«What are you talk’ng about?» he asked.
The Digimon’s beak folded into something like a smile.
«They said to me that it would have reacted when my human partner would have touch it, even if I didn’t know it would have been so scary.– he admitted, and the boy was sure that he was blushing –So now it’s official, we are partners, Boss.»
 
«It was, Kunemon. He had done that!»
Kunemon raised his head, looking at ModokiBetamon who was accusing him.
«I haven't done anything wrong!» he replied.
That was the truth. Kunemon had stayed in his house until that morning.
«No, I've seen you.– Palmon said, crossing her long, green arms –You were the one that had eaten all of ours supplies!»
The insect Digimon looked at his companions, confused.
No, that was wrong.
«But I've never left my house! And I'm the smallest of the group, why would I have to steal your food?» he answered, with a pinch of sadness in his voice.
Why did Palmon say that she saw him?
Why did ModokiBetamon accused him in the first place?!
An angry snort arrived from his right and Kunemon turned around, facing Betamon, who, until that moment, had been silent.
«Because you are a virus-type Digimon, that's the obvious reason.»
It was like the world slipped from his quills.
«Wha... that doesn't make any sense at all!– Kunemon shouted –What's the matter with me being a virus-type Digimon?! I've done nothing wrong!»
But they weren't listening to him.
«See? See?– ModokiBetamon was now talking with the other two –I've said that we couldn't allow him to stay in our group!»
«Yes, you were right.– Palmon replied, nodding –He has to leave.»
To leave...?
But why? Why?!
«We have been friends since we were Baby II-level Digimon! Why are you treating me like this now?!»
Betamon looked down at him, with a look of contempt.
«At the time we didn't know that you would have become a virus-type Digimon.– he said, while ModokiBetamon and Palmon were nodding –If we had known, we wouldn't have even talked to you. Now go away.»
 
Kunemon's eyes opened and the Digimon immediately stood up, looking around him in order to understand what was going on.
It wasn't long before he recognized the place he was in. He was in Freezeland, in one of the several caves that could be found at the slopes of Mount Infinity.
What he had seen was only a nightmare.
A snore arrived from his left and Kunemon turned around, facing his human.
Kanji was sleeping on the bed of leaves that the Digimon had created for him, with a peaceful expression on his face.
Kunemon's beak bended in a smile, while he was looking at the Digidestined.
Even if it had already passed a lot of time since the moment he was chosen to be a Digimon partner, he couldn't still believe that he was one of the destined.
A moment before he was left alone, with anywhere to go, and then he had been summoned to the Village of Beginnings, where he and the other seven Digimon were instructed to what they had to do. 
“«You and I, Boss»”
Kunemon knew that he didn't have to lie in that way to his human.
He knew what they had said to him; that they had to work together in order to win against the evil; that they had to be a team.
But...
“«It's because you are a virus-type Digimon.»”
...but Kunemon couldn't stop thinking about it.
He didn't want that to happen. He didn't want his human to be treated like him, because he as a virus-type Digimon as partner. He didn't want to be left alone again.
And that was the reason why he had lied to Kanji. They had to save Digiworld, but they had to do it alone, without the help of any other Digidestined.
In this way he would have become a hero.
«Kunemon, why aren't ya sleep'ng?»
Kanji's voice broke the silence in the cave and the Digimon winced.
Then, he turned around ad faced his partner.
The boy was looking at him with a sleepy look in his eyes, only visible in the dark of the cave thanks to the fluorescent plants that Kunemon had picked up in Misty Trees, to use them as lanterns.
He had to think to something, quickly. He didn't want to let him know that he had a stupid nightmare.
«I was on guard, Boss.– he said, without knowing how to answer that question in any other way –An evil Digimon may attack us if we are not careful.»
Kanji didn't seemed completely convinced.
«Didn't ya say that there ain't any evil Digimon here?» he replied.
Dammit, he had a point.
«We never know, Boss. We didn't even know who is our enemy to begin with.»
Kanji didn't look away, like if he hadn't been completely convinced, yet.
He open his mouth, to say something else, but, then, something unexpected happened.
The Digivice, that was laying on the ground, near them, started to emit a beeping sound.
The two looked at it, without knowing what it was doing.
«Why is it beep’ng?» Kanji asked, taking the device in his hand.
The Digimon got close and picked at the purple Digivice, trying to understand what was going on.
The screen was on and a blue dot, that was on the right side of it, was flashing intermittently.
«I don't know, Boss.– he answered –The last time he made this sound was to let me know that you would have been in this area...»
And then Kunemon realized what it meant.
It was a signal. Another Digidestined was there, in Freezeland, and was now searching for them.
They had to left that place, before they could find them...
Before he could say anything, Kanji stood up.
«Well, let's see what the hell it wants.» he said, walking to the exit of the cave.
Kunemon followed him.
«Wait, Boss!– he exclaimed, panicked –It's too dark outside, it may be dangerous. Why won't we wait until tomorrow morning?» 
Even if the main reason for witch the Digimon had said those words was that he didn't want his partners to find out that others where there with them, he didn't lie when he said that outside was dangerous.
Freezeland was known to be the coldest place on File Island, specially during the night. If they had gone out, they would have likely die.
«I can't sleep if this thing doesn't stop beep'ng!»
Then, before Kunemon could say anything else, Kanji exited the cave and the Digimon hadn't other choice that to follow him.
 
The situation was even worse than Kunemon had thought.
The air of Freezeland was so cold that you could feel your bones freezing inside your body, and every step was more and more difficult than the one before.
But the problem wasn't that.
What was making that situation so difficult was the snow storm that was raging in the entire region.
«Boss, it's too dangerous.– the Digimon shouted –Let's return to the shelter!»
Kanji turned around and looked at him.
«I don't know what this beep'ng is for, but what if it's a signal for help? We must see what it is!» he replied.
“He is so cool.”
When that thought appeared in Kunemon's head, the Digimon pushed it away.
That wasn't the moment to think something like that.
He had to stop his human, before it was too late for the two of them.
«Boss, please. We must g...»
A strong gust of wind caught him of guard and the tiny Digimon let out a little scream of fear when he felt his body being lifted up from the ground.
Kunemon closed his eyes and prepared himself to be smashed on the ground or, worse, to fall into the freezing sea, when something strong and hot took him.
«I've catch ya.– Kanji said, holding him to his chest –Don't worry, I won't let ya go.»
«Boss...»
He was so kind, even also too kind for him.
«Sorry, I think you were right.– the Digidestined continued, holding him more strongly when another dust of wind hit them –It's too dangerous out here.»
«We can return to the shelter, Boss. We haven't walked too much, it wouldn't be difficult to come back.» Kunemon replied, curling up in his arms.
They were so warm.
They made him feel safe...
Kanji was about to answer when another beep escaped from the Digivice.
It had been different this time: the sound was so much higher than before that it could also overpower the noises of the storm.
Then, all became silent.
The storm immediately calmed itself, and the wind stopped blowing.
A strange light fill the area, even if it was still night.
The cold air, that only a moment before was freezing their bones, became warm.
«What's happening?»
Kunemon looked around them, without leave Kanji's arms.
It was like the storm from before had never existed...
«W-What is that thing?»
When the boy said those words, the Digimon turned around to look at what had caught his human's interest.
And then, he saw it.
A giant building, that he'd never seen before, was now standing right in front of them.
There was no doubt.
It was a cathedral. A cathedral entirely made of ice.
«Kunemon, what's that?» Kanji asked again, looking down at the Digimon in his arms.
«I don't know, Boss.– he answered, startled –I've never seen or heard of it before!»
Something was strange, really strange.
Kunemon was sure that that big building hadn't been there since a moment before.
The Digimon had looked all over the area to choose the best place to make the shelter and to wait for his human. It was impossible that something so big didn't catch his attention before.
Another high beep arrived from the Digivice in Kanji's right hand, and the boy looked down at it, watching what was on the screen.
«The Digivice says to go inside.» he said, returning his gaze at the Cathedral in front of him.
Kunemon climbed on the shoulder of his human, in order to see what was displayed on the Digivice.
When he could picked at it, he saw that the white point was still flashing intermittently, but, differently from before, it no longer was on one of the side of the screen. On the contrary it was now flashing near the centre of the display.
There weren't any more doubts. It was really saying them to go inside that building.
But why?
It was really possible that another Digidestined was inside that Cathedral, waiting for them to arrive? Or the meaning behind that signal were different from what Kunemon had thought?
And, most importantly... it was really safe to enter that suspicious place?
«I don't know if that's a good idea, Boss.– the Digimon said, looking at his human –I'm sure this building wasn't here before. It looks too suspicious.»
But Kanji had already started walking toward the entrance of the cathedral.
«Boss!– Kunemon exclaimed, trying to catch his attention –I've said that's dangerous!»
«Kunemon,– his human replied, looking at the big door, made by two large icy plates, of the building –there is something written here.»
“Something is written here...?”
The Digimon looked more carefully at the door, seeing the letters on that surface made of ice.
He was right, there was some Digicode on it.
«What... what are these letters?– Kanji asked, confused –I've never seen them before.»
«It's Digicode.– Kunemon answered, reading the message –It said: “Only the purest type Digimon can enter here. The others will be punished.”»
“The purest type Digimon?”
That didn't make any sense.
«Oh, so we can enter.»
Even if the Digimon was feeling flattered by the idea that his human had of him, he wasn't so sure that it would have worked.
But, before he could say anything, Kanji had already put his hands on the big door and he had pushed it.
The two icy plates didn't make a sound while they moved, revealing what was inside the cathedral.
Kunemon sharpened his eyes, but he couldn't see anything.
The interior of the building was hidden in the darkness.
«It isn't so much attractive.» Kunemon said, looking at Kanji.
No sound. No light. Nothing.
The only thing that arrived from the inside was a feeble dust of freezing wind, but it was nearly imperceptible.
It was like the interior of that cathedral was in another universe, way too distant from the one they were in.
And Kunemon didn't like that, at all.
«Wanna go?»
The Digimon looked at Kanji, hoping that his human was joking.
When he saw that it wasn't the case, he spoke up.
«What?! Boss, this is crazy! It's way too suspicious!»
«But it says that only the purest Digimon can enter.– the boy commented –If only pure Digimon can be inside it must be safe, right?»
He had a point, but Kunemon couldn't help but think that something was off.
«It could always be a trap. I don't want to put you in danger, Boss!»
But Kanji wasn't listening to him anymore.
He had already started walking, entering the cathedral only two steps after...
...And it was in that moment that the support under Kunemon's leg –that until a second before was Kanji's shoulder– had been slipped under his feet, and the Digimon fell on the ground, letting out a scream of surprise when his body hit the freezing snow.
«Kunemon? What are ya do'ng? Why did ya jump off?»
What?
The Digimon looked at his human that was now inside the cathedral.
«I didn't jump off, Boss.– he replied, without understanding what was going on –It was you that had shoved me off!»
Kanji frowned.
«What...? I didn't shove you off! Why would I have to do something like that?!» he answered.
That was strange, really strange.
Kunemon looked again at the sanctuary, trying to understand what had happened.
But nothing out of the ordinary was there.
The only thing that he could see was the opened door, and his human that was now looking at him, with his arms crossed to his chest.
Nothing else was there.
So, what had made him fall in that way?
«So, are ya com'ng?»
When the boy said those words, Kunemon stood up and shook his body to shove off the snow from his back.
Then he walked towards the entrance of the cathedral, he put his first foot on the pavement floor of the sanctuary and then...
...And then he remained there.
It didn't matter how much strength he put in his tiny legs, he couldn't make a single step into the building.
It was like an invisible barrier was in front of him and wasn't letting him to enter.
«...What are ya do'ng?» Kanji asked, looking at him with a confused look in his eyes.
«I can't enter, Boss. Something is rejecting me.» the Digimon explained.
He tried and tried again, but it doesn't matter how many times he moved his legs. He didn't move.
Then, the words on the door echoed in his mind.
“Only the purest type of Digimon could enter.”
Did that mean that a virus type couldn't...?
A stronger dust of cold air came from the inside of the cathedral.
It was in that moment that Kunemon noticed that a small ball of light had started to take shape, right in front of him.
He narrowed his eyes, looking at it.
What was that?
It was like the cold air of the interior of the sanctuary had started to swirl on itself, taking the shape of a sphere.
It was becoming bigger and bigger, and it was like it was gathering energy too...
The other words on the door appeared in his mind, and Kunemon startled.
“The others will be punished.”
«Kunemon, watch out!»
When his human shouted those words, it was too late.
The orb released the energy he had gathered and hit him, making him fly in the air.
He didn't know how far he went, the only thing that he could remembered was that his body hit the floor with so much strength that Kunemon had lost his breath.
And it was in that moment that he felt it.
He was freezing.
It was like all of his body was becoming ice.
«Kunemon!»
The Digimon tried to call out for his human, but nothing left his beak.
The last thing that he saw was Kanji that, leaving the cathedral, was running toward him.
Then, he lost consciousness.
 
«Kunemon! Ohi!»
Kanji was in panic.
He took the Digimon in his arms, holding him tight at his chest for the second time since when they had left the shelter.
«Kunemon! Kunemon answer me!» he shouted, trying to wake up his Digimon.
But Kunemon didn't move.
He remained motionless, like a statue...
...a statue made of ice.
Kanji startled, while that truth took form in his mind.
The Digimon was freezing.
He was so cold that it was like ice had enveloped his body.
“I have to do something...!”
However, when Kanji stood up, something happened: the world around him changed for the second time.
The light, that was surrounding the area only a moment before, was now gone, leaving his place to the darkness of the night.
The peace, that had filled the air, was now replaced by the strong, cold wind and the snow storm of before.
The beeping of the Digivice stopped, and the device became immediately silent.
The boy covered Kunemon with his body, looking around him, without understanding what was happening.
And it was in that moment that he noticed that something was missing.
His eyes widened, when his gaze settled on the empty place in front of him.
The cathedral was gone.
The building – that was behind him before – was now like vanished in the air.
“How is that even possible...?”
A freezing gust of wind hit him and Kanji hold Kunemon more tightly against his chest.
No, that wasn't the time to think about that.
He had to take the Digimon to the shelter and to save him.
The boy turned around again, ready to start running when something came to his mind.
A shiver ran down his spine, while that fact became clearer and clearer in his mind.
He didn't know where to go.
Because of the storm, Kanji couldn't see anything that was farer than a few centimeters from him.
Even if he narrowed his eyes, the only thing he could see was the snow on the ground.
«Dammit!»
In order to arrive where he was at, he had followed the Digivice.
But, now, it was useless.
Kanji looked at the black screen of device, hoping for something to happen.
That device couldn't leave them like that.
Not now that Kunemon...!
A muffled noise arrived at his ears and the boy looked around him, trying to understand from where it had arrived.
Someone was near them.
Kanji could sense it.
But, who was it? An ally... or an enemy?
He couldn't fight at the moment.
Kunemon was becoming colder and colder in his arms and if he hadn't done something right away, the Digimon would have died.
Knowing that, the human started running, hoping that he would have found either their shelter or another cave in which they could have hidden and where he could have done something to help his friend.
But it was no use.
It doesn't matter how much he ran, everything around him didn't change of a single bit.
The view was the same, everywhere he went.
He didn't even know if he was running toward the sea or toward that big mountain full of caverns!
It was like he was running in circle...
The boy let out a sneeze.
He was cold.
But that couldn't stop him.
He had to do something. 
It was his fault if Kunemon was in that condition...
The boy looked again around him, trying to understand where to go.
But another muffle, nearer, sound echoed in the snow storm and Kanji understood that he hadn't the time to think.
He started running again... or so he wanted.
“What...?”
Kanji looked at his feet, fixed on the ground.
His legs weren't moving anymore.
It was like the cold had frozen them.
Kanji tried to make another a step, but it was useless.
On the contrary, when he put more strength in his actions, his legs gave up and he fell in the snow.
«D-dam...mi...t!»
He wanted to speak, but also his voice was only a feeble whisper.
His body wasn't moving, or, rather, he didn't know if it was moving anymore.
It was too cold to even try to feel it.
What could he do? He couldn't even feel the breath of the Digimon that was held tight to his chest.
...No, that was wrong.
He couldn't feel his presence at all.
«K-Kunemon...?»
He didn't know how, but Kanji managed to look at his arms.
And the truth nearly killed him.
The Digimon was gone.
He didn't know how, but he had dropped him, maybe when his legs had given up.
Kanji looked around him, looking for his Digimon.
He had to find him.
He had to save him.
He had to...
The boy's eyes winded, when something entered his view.
It was a Digimon.
A big, white figure was walking toward him, without being slowed down by the rage of the snow storm. 
The same muffled sound arrived to his ears and Kanji understood that that noise had to be the monster's step on the snow.
He didn't know what to do.
If the figure had attacked him, he wouldn't have had any strength to protect himself.
But, before they could come closer to him, the monster stopped and looked at the snow at them own feet.
Then, they leaned forward, taking something in their arms.
Kanji startled.
It was Kunemon.
Even if the snow storm was making things difficult for him to see, he could see the yellow back of his friend.
Then, the white Digimon turned around and started walking toward the direction they came from, again without being slowed down by the storm.
But Kanji couldn't let them to escape.
He had to do something.
He couldn't let that giant, white monster to take him.
Even if that meant fighting with that Digimon.
«W-Wait!»
He tried to shout but only a whisper lived his lips.
He opened his mouth again, ready to try again, and the monster stopped, like if they had already heard him.
«I-I won't let ya to take... K-Kunemon...»
This time his voice was even lowered.
He didn't have anymore strength.
But the white Digimon was already walking toward him.
Kanji tried to stand up, to prepare to fight.
But then a sound arrived at his hears.
«Oh! Poor thing!»
What...?
That voice was sweet.
Nothing to do with what he had imagined.
The Digimon leaned forward.
Then, the last thing that he heard, before loosing consciousness, was the same sweet and female voice.
«Don't worry, I'll save you.»
 

Albero di Etemon, Isola di File

1° avvio del primo periodo della tigre sacra, ciclo 2880

Quando un raggio di luce colpì le sue palpebre, Teddie Hanamura mugolò nel sonno, portando una mano al viso per coprirsi gli occhi.

Il ragazzo si sistemò nel suo letto, cercando una posizione più comoda per continuare a dormire.

Nel momento in cui provò a rigirarsi, la sua mano si posò sul suo materasso e lui non potè fare a meno di notare come quel contatto fosse estremamente diverso dal solito.

Le pieghe del lenzuolo, che spesso poteva sentire tra le sue dita, erano adesso state sostituite da qualcosa di filoso e morbido, che gli accarezzava dolcemente il palmo.

Anche la morbidezza era strana. Non importava quanto Teddie si muovesse, ogni posizione che trovava risultava estremamente scomoda in quanto il suo morbido e soffice letto sembrava adesso essere diventato duro come il marmo.

Ma fu solo quando un rumore ignoto gli arrivò alle orecchie che il ragazzo si svegliò del tutto.

Teddie aprì gli occhi e sbatté più volte le palpebre, cercando di mettere a fuoco il paesaggio di fronte a sé.

L'erba su cui era sdraiato risplendeva di un verde smeraldo nei diversi punti in cui i raggi di sole raggiungevano il terreno, su cui si trovavano adagiate delle foglie di enormi dimensioni.

Il piccolo promontorio su cui si trovava si estendeva per poco: alla distanza di solo qualche metro il prato si interrompeva bruscamente e andava a creare quello che sembrava uno strapiombo.

Oltre la punta più lontana del promontorio, all'orizzonte, era visibile l'oceano.

Il ragazzo si mise lentamente a sedere, notando solo in quell’istante che alcune delle foglie che si trovavano al suolo erano state adagiate su di lui, come per creare una coperta.

No, quella non era decisamente la sua camera da letto.

Ma se non si trovava nella sua stanza... dove era di preciso in quel momento?

I raggi di luce cambiarono la loro traiettoria e Teddie alzò lo sguardo, rimanendo completamente senza fiato.

Si trovava sotto un... un...

...un albero gigante.”

Le fronde dell'albero sotto il quale il ragazzo era seduto erano così grandi da fare invidia al reparto più grande del Junes, se non all'intero supermercato.

Le foglie, le stesse che lo stavano coprendo e che erano grandi quanto il suo braccio, danzavano a causa del vento, filtrando la luce solare.

Era sicuramente uno spettacolo magnifico.

Prima ancora che se ne rendesse conto, Teddie aveva alzato una mano verso il cielo, come a voler accarezzare quei rami che si trovavano a diversi metri di altezza rispetto a lui, ma il rumore ignoto che poco prima lo aveva svegliato attirò nuovamente la sua attenzione, facendolo tornare con i piedi per terra.

Era un suono metallico, come quello che una spada emetteva quando la sua traiettoria veniva intercettata da uno scudo.

Che ci fosse qualcuno?

Il ragazzo si alzò lentamente e fece un passo in avanti ma le sue gambe si congelarono nuovamente quando un altro rumore, completamente diverso dal primo, riecheggiò nell'aria.

Un ruggito.

Quello che aveva appena sentito era un ruggito.

Teddie poteva sentire il suo intero corpo tremare, mentre quella convinzione si faceva strada dentro di lui.

Possibile che ci fosse un animale selvatico nei dintorni?

E, anche se era così, che animale poteva essere?

Non aveva mai sentito un verso simile!

Se solo Yosuke fosse qui...”

Quel pensiero fu come una doccia d'acqua fredda.

Yosuke!

Dove si trovava suo fratello?

Erano nella stessa stanza la notte prima!

Possibile che fosse anche lui stato teletrasportato in quel luogo a loro sconosciuto?

E se...

E se il ruggito di quell'animale fosse stato rivolto a lui?

Un altro spaventoso ruggito gli arrivò alle orecchie e Teddie non perse più tempo.

Afferrò un pezzo di legno che si trovava sul suolo a pochi centimetri da lui e si diresse verso la fine del promontorio, pronto a combattere contro qualsiasi essere che gli si parasse davanti, così come avrebbe fatto qualunque orso degno di tale nome.

Ma, quando il ragazzo si trovò di fronte al precipizio, tutto il suo coraggio svanì completamente.

Lì, sotto di lui, vi era una piccola area balneare.

La sabbia era lucente e chiara, mentre il mare a cui portava era così limpido che permetteva di osservare il fondale marino anche dall’altezza a cui lui si trovava.

Ma non era certo questo che lo aveva fermato: ciò che l'aveva spaventato erano le due aragoste che stavano lottando, proprio nel punto in cui la spiaggia si congiungeva col mare.

Sempre se quegli esseri potevano essere chiamate con un nome tanto comune.

I due “animali” che Teddie stava osservando erano, infatti, più grandi di un normale crostaceo; molto più grandi.

I loro corpi, ricoperti da una pesante corazza che emetteva bagliori cremisi quando la luce del sole si rifletteva su di essa, erano lunghi almeno 4 metri.

Le loro chele erano così grandi da poter afferrare il ragazzo e spezzarlo in due, come se fosse un semplice stecchino, ed erano così affilate da poter tagliare anche la roccia.

Le gambe di Teddie cedettero e il ragazzo cadde in ginocchio, gli occhi puntati su quei due mostri che, fortunatamente, non sembravano in alcun modo interessati a lui.

Le due “aragoste” stavano infatti lottando tra di loro, incuranti di ciò che le circondava, e ogni volta che le chele di una colpivano la corazza dell'altra il rumore metallico di poco prima riecheggiava nuovamente nell'aria, così come il ruggito territoriale che l'attaccante emetteva per prevalere sull'attaccato.

Non mangerò mai più un'aragosta in vita mia.” pensò il ragazzo, facendo un passo indietro e allontanandosi lentamente dal precipizio, per essere sicuro di non essere visto dai due predatori.

Quando fu abbastanza sicuro di non essere più a portata d’occhio, Teddie sbuffò leggermente e si sedette a terra, deciso a fare il punto della sua situazione. Situazione che, a essere sinceri, non era certo una delle migliori.

Si trovava completamente da solo, in un luogo a lui sconosciuto dove tutto sembrava incredibilmente ingigantito e feroce.

Di suo fratello (che fortunatamente non era la preda di quelle due aragoste) non vi era neanche l'ombra.

Perché si trovava lì?

Come ci era finito?

E cosa doveva fare per tornare indietro?

Il ragazzo sospirò, cercando di calmare se stesso.

Non doveva farsi prendere dal panico. Dopotutto lui era un orso, no?

Avrebbe trovato sicuramente le risposte che stava cercando e, con loro, un modo per tornare a casa.

«Oh, ti sei svegliato.»

Una voce che Teddie non aveva mai sentito prima arrivò dalle sue spalle e lui sussultò, stringendo con più forza il pezzo di legno che teneva nella mano destra.

Con uno scatto fulmineo, il ragazzo si alzò e si voltò, pronto a scontrarsi con l’essere malvagio che poteva essere sopraggiunto (sperando che non fosse un altro esemplare di quelle strane aragoste) ma, non appena vide chi si trovava di fronte a lui, il pezzo di legno gli scivolò dalla mano.

Un orso.

O, meglio, un bambino dentro un costume da orso.

Quello che Teddie aveva davanti agli occhi era indubbiamente il costume da mascotte più piccolo e meglio realizzato che lui avesse mai visto in tutti i suoi anni di carriera.

«Meno male, avevo paura che avessi sbattuto la testa.» continuò il bambino.

Ma il ragazzo non lo stava neanche ascoltando.

Era rimasto completamente rapito dal modo in cui quel costume era stato cucito: un lavoro sicuramente perfetto dato che non era visibile alcuna cucitura.

«Ti ho anche portato da mangiare.»

E volevamo parlare del viso?

La bocca del costume si apriva e si chiudeva come se fosse stata reale, mentre gli occhi celesti si muovevano da una parte all'altra, riuscendo addirittura a chiudersi per simulare la chiusura delle palpebre.

«Spero ti piaccia la frutta, non so sinceramente cosa mangiate voi umani.»

Ma fu solo in quel momento che Teddie notò quanto il suo pelo sembrasse vero e soffice.

Neanche il pelo del suo costume era a quei livelli, nonostante Yosuke lo lavasse con i migliori saponi in commercio per mantenerlo il più lucente possibile.

«Ehi, capisci la mia lingu-»

«Chi ti ha fatto questo costume?!» esclamò il ragazzo, avvicinandosi a lui per osservarlo più da vicino.

«Eh?» rispose spaesato il bambino.

Teddie gli afferrò una zampa, osservandola più da vicino.

«Le cuciture sono nascoste sotto queste cinture?– domandò, passando una mano sulle cinture blu che avvolgevano le due mani del bambino –Molto ingegnoso. E questo pelo? Cosa è stato usato per renderlo così orso-oso? E' così ingiusto! Yosuke aveva detto che il pelo del mio costume era il migliore!»

Vedendo che la persona nel costume non gli rispondeva, il ragazzo alzò lo sguardo, puntandolo sul suo volto.

E fu in quel momento che rimase completamente folgorato.

La sua espressione.

La sua espressione era così... viva.

I suoi occhi erano assottigliati e lo stavano scrutando in maniera confusa, così come suggeriva anche il modo in cui le sue labbra erano serrate e piegate in un sorriso enigmatico.

«Come ci riesci?!– esclamò Teddie, prendendogli il viso tra le mani –Io non sono mai riuscito a rendere il mio costume così espressivo!»

Il bambino continuò a guardarlo con la stessa espressione confusa, nonostante adesso si intravedesse anche un minimo accenno di paura nei suoi occhi.

«Dove è la cerniera del costume? Voglio vedere come è all'interno!»

Il bambino mise le sue zampe sulle mani del ragazzo, allontanandole dal suo volto.

«Non è un costume.– rispose poi –Non so nemmeno di cosa tu stia parlando.»

Teddie fece per ribattere, ma qualcos'altro attirò la sua attenzione.

Calore.

Le zampe del costume con cui il bambino lo stava toccando emanavano calore, come se il sangue scorresse sotto quel pelo così curato.

Come poteva un costume essere così accurato?

Il ragazzo spalancò gli occhi.

E se...

...e se non ci fosse alcun bambino dentro questo costume?”

L'orso” di fronte a lui ridacchiò leggermente, vedendo la reazione confusa che lui aveva appena avuto.

«Tranquillo, adesso ti spiego tutto.– gli disse poi –Ma per prima cosa lascia che mi presenti. Io mi chiamo Bearmon.– continuò, sorridendogli –Benvenuto a Digiworld.»

 

«Quindi non ci troviamo sulla Terra?» domandò Teddie, addentando il frutto viola che aveva tra le mani.

Bearmon annuì leggermente.

«Esattamente. Questo è un mondo parallelo a quello che tu conosci.– gli spiegò, continuando ad osservarlo –Al momento ci troviamo nella parte sud dell'Isola di File, meno male che sei spawnato qui.– disse poi, ridacchiando leggermente –Se fossi apparso sulla spiaggia ti saresti ritrovato in mezzo al flame di quei due Ebidramon.»

Il ragazzo tornò a guardare le due aragoste (che adesso sapeva essere una specie di Digimon, gli esseri che abitavano quel luogo) che lottavano sotto di loro.

Ebidramon. Quello doveva essere il nome della loro specie.

«Certo che sei parecchio tranquillo per essere un noob.– continuò Bearmon –Ti avevo sottovalutato.»

Teddie ridacchiò leggermente quando sentì il Digimon usare quel termine.

Più parlava e più usava termini che il ragazzo conosceva grazie ai numerosi videogiochi online che aveva fregato a suo fratello.

«Non vedo perché dovrei agitarmi.» rispose, continuando a mangiare lo strano frutto che Bearmon gli aveva offerto.

In realtà sì, i motivi per agitarsi c'erano eccome.

Lui, un ragazzino di soli 15 anni, era stato spedito in un mondo a lui sconosciuto, senza niente per sopravvivere e senza avere modo di tornare a casa.

Qui aveva incontrato un essere strano, un Digimon, che gli aveva detto di essere il suo partner e che sarebbe stato al suo fianco nel salvare quel mondo da un destino nefasto.

Chiunque sarebbe andato nel panico di fronte ad uno scenario simile.

Ma, allo stesso tempo...

«Questa storia è così simile ad un videogioco!» esclamò poi, voltandosi verso il Digimon.

Bearmon rimase per un attimo in silenzio. Poi, scoppiò a ridere.

«Questo è vero, dovremo solo livellare.– gli disse, alzandosi in piedi e sistemandosi il berretto che aveva sulla testa –Quando hai finito di mangiare dovremmo metterci in viaggio. La nostra main-quest è quella di trovare gli altri Digiprescelti e formare un party con loro.»

Teddie finì il suo frutto, per poi alzarsi anche lui.

«Hai detto che siamo su un'isola, giusto? Gli altri dove dovrebbero essere?» domandò poi, tornando ad osservare l'enorme albero che continuava a fargli ombra da quando era arrivato.

«Noi ci troviamo a sud, sul promontorio sopra a Punta Coela.– rispose Bearmon, indicando la spiaggia sotto di loro –Questo viene chiamato l'Albero di Etemon. I tuoi compagni dovrebbero essere spawnati in altri luoghi dell'isola, ma non so precisamente dove.– continuò, iniziando ad armeggiare con la cintura che gli girava intorno al busto e prendendo un oggetto legato ad essa –Questo ti aiuterà.»

Teddie guardò ciò che il Digimon gli stava tendendo, senza avere la certezza di capire cosa fosse.

A prima vista poteva sembrare un vecchio telefono cellulare, anche se non ne aveva mai visti di una forma simile.

L'apparecchio che Bearmon aveva nella zampa era di forma ottagonale e di colore bianco, con i lati obliqui leggermente ricurvi verso l'interno.

Uno schermo quadrato si trovava al centro, all'interno di un cerchio nero, mentre alla sua destra si trovavano due piccoli tasti ovali e uno circolare era invece a sinistra.

Delle strane incisioni percorrevano l'intero oggetto, mostrando scritte in una lingua che Teddie non aveva mai visto prima.

«Cosa è?» domandò, allungando una mano per prenderlo.

«Un Digivice. Dovrebbe aiutarci a trovare gli altri e, allo stesso tempo, dovrebbe fornirci dei power-up in battag–»

Qualsiasi cosa Bearmon volesse dire rimase completamente in sospeso quando le dita del ragazzo toccarono l'apparecchio.

Il Digivice iniziò a tremare e il Digimon lasciò andare la presa, facendolo cadere a terra.

Le incisioni presenti nella sua scocca si illuminarono, e le scritte iniziarono a emettere bagliori a intermittenza. Lo schermo lanciò un potentissimo raggio di luce che si mosse verso il cielo, come un vero e proprio razzo segnaletico.

Teddie alzò lo sguardo, seguendo la luce che continuava ad alzarsi e superava le fronde dell'albero prima di esplodere in cielo e poi esplodere, come un fuoco d'artificio, per disegnare nell'aria un simbolo a lui sconosciuto, formato da tre cerchi uno dentro l'altro.

Non appena quel simbolo si stampò nella cornea dei suoi occhi, il ragazzo avvertì una fortissima fitta alla testa che lo costrinse a portarsi una mano alla fronte.

Il canto della bambina che aveva visto la sera prima gli riecheggiò nuovamente nella mente.

Poi, come tutto era iniziato, finì.

La voce angelica scomparve, il Digivice smise di tremare e le sue incisioni tornarono al colore scuro di prima.

Lo schermo emise un ultimo piccolo bagliore per poi spegnersi.

«Tutto ok?» gli domandò Bearmon, vedendo che lui non accennava a parlare.

Teddie allontanò la mano dalla testa, abbassandola e voltandosi verso il Digimon.

«Sì, sto bene.– rispose, ancora leggermente stordito –Cosa era quello...?»

Il Digimon abbassò lo sguardo, imbarazzato.

«Mi avevano detto che il Digivice avrebbe reagito al tocco del suo Digiprescelto, segnalando così che lui fosse il player giusto...– disse –Ma non credevo certo che avrebbe avuto una reazione del genere. Per un attimo ho avuto paura che per noi fosse Game Over

Il ragazzo annuì, tornando anche lui ad osservare l'apparecchio che, adesso, giaceva inerme sul suolo.

Facendosi coraggio, si abbassò e avvicinò la mano a esso, per poi toccarlo velocemente con un colpo secco, in attesa di un'altra strana reazione.

Poiché il Digivice non reagì nuovamente al suo tocco, Teddie lo afferrò tra le mani, per poi rialzarsi.

A vederlo bene il suo aspetto era adesso leggermente cambiato.

Il colore della sua scocca non era più il bianco di poco prima, ma era adesso di un giallo canarino e, mentre le scritte e le incisioni erano di un giallo scuro.

Oltre a questo non vi erano però stati altri cambiamenti significativi.

«Dovremmo trovare gli altri con questo key-item? E come dovremmo far–»

Per la seconda volta, Bearmon non riuscì a finire la frase.

Un suono arrivò dal Digivice e Teddie osservò immediatamente il suo schermo.

Dei puntini.

C'erano dei puntini di diversi colori sullo schermo.

«Cosa? Cosa c'è?» domandò il Digimon, sporgendosi per vedere lo schermo.

«Credo che se seguiamo il percorso da lui indicato dovremmo trovare gli altri...» disse Teddie, alzando lo sguardo e osservando la foresta alle spalle dell'Albero di Etemon.

Bearmon annuì, convinto.

«Allora ci mettiamo in cammino?» domandò poi.

Il ragazzo lanciò un ultimo sguardo al Digivice, prima di rispondere.

«Va bene, andiamo.»

 

La Radura di File era uno dei luoghi più sicuri dell'intera isola.

Quella era stata la prima informazione che Bearmon aveva dato a Teddie, mentre i due iniziavano a camminare in quel luogo, lungo le sponde del Fiume File.

In effetti, il Digimon non poteva fare a meno di pensare quanta fortuna lui e il suo partner umano stavano avendo.

Nella parte a sud dell'Isola di File, escluso il Lago dell'Occhio di Drago, risiedevano per la maggior parte Digimon pacifici o, almeno, non ostili nei confronti di altre specie.

Di tutti i luoghi in cui Teddie poteva spawnare, quindi, quello era sicuramente il migliore.

Bearmon si guardò intorno, osservando i tanti, piccoli occhi che spuntavano dalle fronde dei pochi alberi presenti e che erano puntati dritti su di loro.

Nonostante il ragazzo non se ne fosse reso conto e continuasse a camminare come niente fosse lungo il fiume, moltissimi Digimon li stavano osservando in quel momento, probabilmente troppo intimoriti per farsi avanti e presentarsi all'umano ma, allo stesso tempo, troppo curiosi per non cercare di ottenere informazioni.

«Quella cosa è, insalata?»

Bearmon alzò lo sguardo, puntandolo nuovamente verso Teddie.

«Insalata?» domandò, non capendo la domanda.

Il ragazzo si era fermato poco più avanti, e stava osservando due piccole foglie che uscivano dal terreno.

«Sì, tutte le piante che ho visto fino ad ora sono molto diverse da quelle che ci sono sulla terra.– spiegò lui, accovacciandosi di fronte alle due foglie –Ma questa mi ricorda l'insalata che Yosuke ha provato a coltivare nel nostro giardino. Ovviamente senza alcun risultato visto che due foglie sole non sono un buon segno...»

Bearmon sorrise leggermente, osservando le stesse foglie che Teddie aveva puntato.

Non sapeva se fossero commestibili o meno.

Non aveva una conoscenza chissà quanto ampia delle piante di quel territorio e i frutti che aveva raccolto poco prima erano l'unica cosa che conosceva davvero.

Ma fargliela raccogliere non era poi un problema se gli ricordava di qualcuno, no?

«Chi è Yosuke?» domandò poi, mentre il ragazzo afferrava la base delle due foglie e iniziava a tirare.

Il viso di Teddie si illuminò.

«Mio fratello.– rispose –Litighiamo spesso in realtà, ma è una brava persona.»

Il Digimon non sapeva bene come rispondere a quelle parole.

Evidentemente, anche se non dava a vederlo, quel ragazzo doveva provare nostalgia per il mondo che era stato costretto a lasciare per chissà quanto tempo.

All'inizio aveva pensato che fosse strano il suo modo di comportarsi.

A vederlo da fuori, non sembrava minimamente una persona matura.

La totale assenza di paura lo aveva completamente spaesato ma adesso cominciava a capire come stavano realmente le cose.

Lui era solo un ragazzino che, per non andare nel panico, cercava il lato positivo di ogni vicenda arrivando a paragonare quella strana situazione ad un videogioco.

Ti riporterò da tuo fratello, Teddie. Te lo prometto.” pensò Bearmon, osservando come il ragazzo continuasse a tirare la piccola pianta per poi cadere all'indietro quando riuscì a estrarla.

«Guarda Bearmon! Ce l'ho fatta!» esclamò, tirando su il suo trofeo.

...

No, quella non era sicuramente “insalata”.

«Teddie quello è un Tanemon, meglio se lo metti giù.»

Il povero Digimon si stava dimenando in aria, cercando di liberarsi dalla presa del ragazzo.

Lo sguardo che continuava a lanciare verso il suo “predatore” mostrava quanto fosse spaventato.

Teddie lo guardò per un attimo, confuso.

«L'insalata di Digiworld è viva?» chiese poi, voltandosi verso Bearmon.

«No che non lo è. Quello è un Digimon.» gli rispose lui, sospirando.

Il ragazzo non sembrò del tutto convinto e tornò a osservare Tanemon che, terrorizzato, continuava a muovere le sue piccole zampe.

Quando però si era quasi deciso a riporlo a terra, il Digivice emise lo stesso suono di poco prima e Teddie spostò l'attenzione sull'apparecchio che aveva nella mano destra, continuando a sorreggere il Digimon con la mano sinistra.

Poi, aggrottò le sopracciglia.

«Cosa c'è?» domandò Bearmon, avvicinandosi al suo umano e ignorando i continui lamenti del Tanemon.

«Non capisco, qualcuno dovrebbe trovarsi qui.» rispose Teddie, guardandosi intorno.

«Teddie!»

Una voce che Bearmon non aveva mai sentito prima arrivò dalle loro spalle.

I due si voltarono, puntando lo sguardo sull'altra sponda del fiume.

Lì, si trovava un altro umano.

I suoi capelli erano arancioni e portava qualcosa di strano intorno al collo.

«Yosuke! Cosa ci fai qui?» esclamò Teddie.

Bearmon rimase completamente spaesato.

Yosuke?

Voleva dire che suo fratello era un Digiprescelto come lui?

«Semmai cosa ci fai tu qui! E' pericoloso!» urlò di rimando Yosuke.

«Guarda Yosuke, ho trovato un'insalata simile a quella che coltivavi tu!» gli rispose Teddie, alzando in alto Tanemon.

«Cos– Teddie! Dammi ascolto! E poi come fa quel coso a essere insalata?!»

Bearmon non poté far altro che rimanere in silenzio, mentre i due continuavano a urlarsi a vicenda, senza che nessun discorso vero e proprio uscisse dalle loro labbra.

Era come se Teddie si fosse completamente trasformato, nascondendo la parte più matura e razionale che gli aveva mostrato fino a quel momento e tirando fuori invece il suo comportamento da fratellino pestifero.

«Teddie!– Yosuke riuscì finalmente a prendere la parola –Aspettami lì ok? Trovo un modo per attraversare e vengo da te.»

Dopo di che iniziò a scendere verso il fiume.

«A-Aspetta Yosuke!»

Una voce che fino a quel momento non aveva parlato risuonò nell'aria e un piccolo Digimon apparve dietro l'umano.

Ludomon.

Così era lui il partner del fratello di Teddie?

«Cosa c'è Ludomon?» gli domandò il ragazzo, voltandosi.

Lui e il suo Digimon parlarono per un po', ma Bearmon non riuscì a sentire cosa si stessero dicendo in quanto Ludomon teneva il tono di voce basso.

«Dannazione!– esclamò poi Yosuke, prima di voltarsi nuovamente verso di loro –Ted! Ludomon dice che qui è troppo pericoloso per attraversare. A nord c'è un ponte, prenderò quello. Tu trova un posto sicuro dove nasconderti!»

«Ma io non voglio nascondermi.– gli rispose Teddie, confuso, il Tanemon ancora bloccano nella sua mano sinistra –Devo trovare gli altri!»

«Li troveremo insieme.– urlò l'altro, chiaramente sul punto di perdere le staffe –Tu trova un posto sicuro.»

Teddie fece per ribattere nuovamente quando Bearmon lo interruppe, rivolgendosi a Yosuke.

«C'è un luogo sicuro a nord.– disse, urlando per farsi sentire –E' lo stesso luogo dove arriva il ponte che stai cercando. Accompagnerò Teddie lì.»

Il ragazzo dai capelli arancioni rimase in silenzio per un attimo, come se non fosse sicuro di potersi fidare.

Poi, annuì.

«Ti ringrazio.– rispose, per poi rivolgersi di nuovo a Teddie –Tu fai come il tuo Digimon ti dice. Capito? Ci vediamo dopo!»

E, prima che l'altro potesse ribattere, Yosuke era già sparito nuovamente tra le fronde degli alberi insieme a Ludomon.

Tokyo, Giappone
31 luglio 2011
 
Rise Kujikawa era in ritardo, terribilmente in ritardo.
Non che quella fosse una novità, anzi, era capitato fin troppe volte nella sua carriera: la idol era stata spesso sgridata per non essersi presentata alle prove in orario, per aver ritardato interviste o, in altri casi, per essere arrivata in ritardo addirittura ad uno dei suoi concerti.
Ma niente era paragonabile al danno che aveva combinato in quel momento.
"Inoue-san mi ucciderà!" pensò la ragazza mentre sfrecciava dentro l'aeroporto di Tokyo, trascinando un'enorme valigia dietro di lei e cercando di schivare tutte le persone che erano sul suo cammino. Il suo volo.
Il suo volo per New York sarebbe partito nel giro di pochi minuti e lei stava seriamente rischiando di perderlo.
E pensare che aveva fatto di tutto per arrivare in tempo.
Quel pomeriggio, subito dopo le prove, si era fatta accompagnare dal suo manager all'aeroporto, ben cinque ore in anticipo rispetto al suo volo.
Si era messa gli occhiali da sole per non essere riconosciuta, aveva fatto il check-in, si era seduta in sala d'attesa...
...e si era addormentata; per poi ritrovare, al suo risveglio, più di cinquanta chiamate perse e una quarantina di messaggi.
Non appena quel ricordo le sfiorò la mente, Rise aumentò la sua velocità, ignorando le fitte che il fianco continuava a lanciarle ogni volta che metteva un piede a terra.
Qualcuno doveva averla riconosciuta, visto che aveva sentito chiamare il suo nome ma, per quanto le dispiacesse, non aveva proprio tempo per fermarsi a fare autografi.
Alzò il polso sinistro, portandolo di fronte al volto.
Le 21:35.
Aveva dieci minuti.
Poteva farcel-
Un urletto sorpreso lasciò le sue labbra quando Rise si ritrovò seduta a terra, dopo aver sbattuto contro una persona che stava correndo nella direzione opposta alla sua.
«Scusami! Ti sei fatta male?»
La idol alzò lo sguardo, visualizzando solo in quel momento la figura che si trovava davanti a lei.
Era una ragazza che doveva avere più o meno la sua età, al massimo due o tre anni più di lei.
I capelli di un colore castano chiaro le incorniciavano il viso, i cui lineamenti più significativi erano nascosti però da due enormi occhiali da sole rosa attraverso i quali si intravedevano appena gli occhi preoccupati che erano puntati su di lei.
Nonostante non la conoscesse, Rise ebbe la sensazione di averla già vista prima.
«No, sto bene.» rispose frettolosamente, ricordandosi improvvisamente della situazione in cui si trovava.
Non aveva assolutamente tempo.
Doveva correre al gate.
La ragazza di fronte a lei le tese una mano, per aiutarla ad alzarsi.
La idol l'afferrò immediatamente, aprendo le labbra per scusarsi a sua volta prima di ricominciare a correre; ma niente uscì da queste.
Una fortissima fitta di dolore si sprigionò nella sua testa e Rise perse nuovamente l'equilibrio.
Chiuse gli occhi, mentre il suo corpo cadeva nuovamente all'indietro.
Quando toccò il suolo però, il suo sedere si è posò su qualcosa di molto più morbido del pavimento freddo dell'aeroporto.
Poi, silenzio.
Ogni singolo rumore che fino a poco prima animava quel luogo era completamente scomparso.
Il brusio delle persone che parlavano, i continui annunci del personale, il rumore delle valigie trascinate sul marmo...
Niente di tutto questo giungeva più alle orecchie della idol.
La ragazza aprì gli occhi, mentre un leggero brivido le correva lungo la schiena.
Il sangue le si gelò nelle vene quando notò che il luogo in cui si trovava era completamente diverso da quel corridoio in cui stava correndo poco prima.
Anzi, non era neanche sicura di trovarsi all'aeroporto.
La stanza in cui si era ritrovata buia, illuminata solo da poche candele disposte vicino alle pareti.
Tutto di fronte a lei era completamente avvolto dalle ombre, impedendogli di vedere ciò che si trovava all'interno di quel luogo.
Rise fece per alzarsi dal divano di velluto blu (come ci era finita lì sopra?) su cui era seduta, quando una melodia attirò la sua attenzione.
La ragazza si voltò verso la sua sinistra, cercando di capire da dove quel meraviglioso suono provenisse.
E fu in quel momento che la vide.
Una bambina vestita completamente di blu si trovava a pochi metri da lei, seduta di fronte ad un enorme pianoforte.
I suoi capelli argentei le ricadevano sulle spalle e le nascondevano il viso di cui si intravedano solo due grandi occhi dorati.
Rise aprì le labbra per domandarle dove si trovassero, ma niente uscì da esse.
Era come se le sue corde vocali fossero completamente sparite dalla sua gola, impedendo a qualsiasi suono di fuoriuscirne.
Nel frattempo, la bambina non sembrava essersi ancora resa conto di lei.
Continuava a premere i tasti del pianoforte con così tanta delicatezza che la idol si chiese come fosse anche solo possibile che quello strumento stesse seriamente suonando.
Poi, improvvisamente, i suoi occhi si chiusero e dalle sue labbra rosee iniziò a fuoriuscire un soave canto.
Non appena la prima nota raggiunse le sue orecchie, Rise sentì il cuore stringersi nel suo petto, senza che lei riuscisse sul serio a capirne il motivo.
Non aveva mai sentito niente del genere.
Era come se quella voce cristallina stesse sfiorando la sua stessa anima, con la stessa delicatezza con cui le sottili dita di quella bambina continuavano a suonare il pianoforte.
Un'immensa sensazione di pace e nostalgia la travolse e la ragazza non poté far altro che lasciarsi trascinare da quel melodioso canto.
Ad ogni nota che veniva intonata, Rise poteva sentire il suo intero corpo tremare, mentre portava una mano sinistra al petto, a stringersi con forza la camicia che stava indossando.
Un qualcosa di caldo le scivolò lungo la guancia e lei portò la mano libera al viso, cercando di capire cosa le stesse capitando.
Una lacrima.
Stava piangendo...
Poi, come tutto era iniziato, finì.
La bambina concluse il suo canto e, mentre allontanava lentamente le sue dita dai tasti del pianoforte, il silenzio tornò a regnare nella stanza.
Solo quando gli occhi dorati si rivolsero nella sua direzione, Rise si rese conto di essere stata fino immobile fino a quel momento, ad osservare quell'esile figura che ora la stava scrutando.
Un fortissimo brivido le corse lungo la schiena quando le labbra rosee della bambina si piegarono in un sorriso.
«Benvenuta nella Velvet Room.»
 
«Rise-chan! Mi senti?»
Quando gli occhi di Rise si aprirono nuovamente, la bambina dai capelli d'argento e la stanza blu di poco prima erano completamente spariti.
Ciò che riusciva a vedere ora era un soffitto alto e molto lontano da lei, pieno di luci che, in un primo momento, rischiarono di accecarla.
«Rise-chan!»
La ragazza si voltò verso la figura al suo fianco, cercando di mettere a fuoco chi fosse.
«Inoue-san...?» sussurrò, quando riconobbe il suo manager.
L'uomo si sistemò gli occhiali e lasciò andare un sospiro di sollievo.
«Sì, sono io.– rispose, aiutandola a mettersi seduta –Non ti vedevo arrivare e quindi sono venuto a cercarti. Non pensavo certo di trovarti in queste condizioni comunque...»
Fu solo in quel momento che Rise si rese conto di trovarsi distesa sul pavimento dell'aeroporto.
«Meno male che stai bene, avevo paura avessi sbattuto la testa.»
Un'altra voce attirò la sua attenzione e, per un motivo a lei ignoto, la idol sentì il sangue gelarsi nelle sue vene.
Alzò lo sguardo, puntandolo sulla ragazza contro cui aveva sbattuto qualche minuto prima e che adesso si trovava di fronte a lei.
Per un attimo, anche se solo per un attimo, il canto di quella bambina risuonò nuovamente nella sua mente.
«N-no.– Rise si schiarì la voce, fin troppo roca per i suoi gusti –Non preoccuparti. Sto bene.» riuscì a rispondere, distogliendo lo sguardo e guardandosi intorno.
Che fine aveva fatto quella stanza?
Come era tornata in aeroporto?
E soprattutto... chi era quella bambina?
«Grazie dell'aiuto, Takeba-san.– disse Inoue –Sei stata gentile ad aspettare fino al momento in cui Rise-chan si risvegliasse.»
La ragazza ridacchiò, nervosa.
«E' stata colpa mia dopotutto.– rispose, per poi dare uno sguardo all'orologio –Ora devo proprio andare però; sa, il mio manager non è il tipo che adora i ritardi.»
“Il suo manager?”
Rise si voltò nuovamente verso di lei, confusa.
Possibile che anche quella ragazza fosse una idol...?
«Certamente, Takeba-san.– le disse Inoue, sempre sorridendo –Anche noi dobbiamo sbrigarci, Rise-chan. Riesci a camminare?»
Fu solo in quel momento che la idol si ricordò del perché si trovassero lì.
L'aereo.
Lanciò uno sguardo all'orologio, il fiato in gola.
E fu come se il mondo le crollasse addosso.
Le 22:00.
Non ce l'aveva fatta. L'aereo era partito senza di lor–
«Oh, non preoccuparti.– la rassicurò il suo manager, come se riuscisse a leggerle nel pensiero –A causa del maltempo il volo è stato posticipato di un'ora. Quindi riusciremo a prenderlo senza problemi se iniziamo a muoverci.»
Per la prima volta da quando si trovava lì, la ragazza lasciò andare un sospiro di sollievo.
«Mi raccomando Kujikawa-san, non stancarti troppo. Ora se volete scusarmi.»
Colei che doveva essere Takeba li salutò, per poi riprendere a correre verso l'uscita dell'aeroporto.
Rise non poté fare a meno che osservarla allontanarsi, mentre continuava a domandarsi chi fosse.
Aveva un manager e il suo nome le suonava familiare, così come il suo aspetto...
«Rise-chan.– Inoue lasciò andare un sospiro, quando Takeba fu abbastanza lontana –Dovresti stare più attenta. Sbattere proprio contro Yukari Takeba...»
“Yukari Takeba...?”
...Cosa?!
«Q-quella Yukari Takeba?!» domandò la idol, portandosi una mano alla bocca.
Il suo manager la guardò, incredulo.
«Davvero non l'avevi riconosciuta?– le rispose, ridacchiando –Certo che devi aver davvero battuto una bella botta...»
Rise distolse lo sguardo, imbarazzata.
Poi, mentre il viso era ancora rosso dall'imbarazzo, si alzò in piedi e si diresse verso il gate, seguita dal suo manager che non aveva ancora smesso di sghignazzare.
 
«Sei sicura di stare bene adesso, vero?» le domandò Inoue, non appena si sedettero ai loro posti sull'aereo.
Rise annuì, spostando lo sguardo fuori dal finestrino.
In realtà, non sapeva neanche lei cosa le fosse successo.
Secondo quello che il suo manager le aveva raccontato, la ragazza era svenuta non appena aveva provato ad alzarsi.
“Devi aver battuto la testa quando sei caduta.”
Questo era quello che le era stato detto ma, per quanto potesse sembrare realistico, Rise non era per niente convinta.
Lei ricordava perfettamente come le cose fossero andate.
Quando lei e Yukari Takeba (ancora si vergognava di non averla riconosciuta) si erano scontrate, la idol era caduta all'indietro, certo, ma si era ritrovata a sedere sul pavimento e la sua testa non aveva subito alcun trauma.
“Eppure...”
...Eppure era innegabile che qualcosa fosse successo.
Rise poggiò la fronte contro il finestrino, chiudendo lentamente gli occhi.
Se si concentrava, poteva ancora sentirlo quel canto così nostalgico che l'aveva completamente stregata.
Possibile che quella fosse solo un'allucinazione?
Un sogno che aveva avuto mentre era svenuta?
O c'era qualcosa di più dietro...?
Le hostess sull'aereo iniziarono la solita spiegazione sulle uscite di sicurezza e su come utilizzare correttamente le cinture e Rise aprì gli occhi, tornando alla realtà.
«Arriveremo tra più di 13 ore, Rise-chan.– la informò Inoue, mentre afferrava il libro che aveva nello zaino –Mettiti comoda e cerca di dormire più tempo che puoi, ricordati che appena arriveremo avremo solo poche ore prima dell'inizio del concerto.»
Era vero, non aveva tempo di pensare a quella strana "visione" al momento.
Si trovava su un aereo, diretto a New York, per il suo primo concerto oltreoceano.
Doveva essere felice, non angosciata.
Doveva farlo anche per Inoue che era riuscito a concederle un'occasione del genere.
Con quel nuovo obiettivo in testa, la ragazza si rivolse verso il suo manager e annuì, mentre un sorriso si formava sulle sue labbra.
Poi, tornò a guardare fuori dal finestrino, osservando il modo in cui l'aereo partiva e si alzava in cielo, lasciandosi dietro l'aeroporto di Tokyo.
 
Le luci sull'aereo erano completamente spente.
Rise sbloccò il suo telefono cellulare, guardandone velocemente l'ora.
Erano le 23:40 passate; e lei non riusciva a dormire.
Aveva provato più volte a sistemarsi sul suo sedile a cercare di prendere sonno ma, ogni volta che chiudeva gli occhi, lo sguardo di quella bambina le tornava in mente, immediatamente seguito da quel canto e dalla sensazione di nostalgia che la travolgeva ogni volta.
Non importava quanto continuasse a ripetersi che tutto era ok, che quello che aveva vissuto quel pomeriggio era solo un sogno, che era in viaggio per New York e che doveva essere felice.
Quella bambina continuava ad apparire, svegliandola ogni singola volta.
Accanto a lei, poteva sentire Inoue dormire profondamente, così come tutti gli altri passeggeri presenti sull'aereo.
Anche quello le era sembrato strano, in realtà.
Fino a soli 30 minuti prima, Rise poteva chiaramente sentire il chiacchiericcio delle persone nei sedili intorno a lei, così come poteva intravedere tantissime luci accese.
Poi, tutto ad un tratto, era come se la gente avesse avuto un attacco di sonno collettivo.
Uno dietro l'altro, nel giro di pochi secondi, avevano spento le luci del proprio sedile e si erano messi a dormire, lasciando l'aereo nel completo silenzio in cui, adesso, anche lei si trovava.
Un silenzio, tra le altre cose, abbastanza inquietante.
La idol lanciò uno sguardo ai sedili dall'altra parte dei corridoio, gli unici che riusciva a vedere escluso quello del suo manager.
Lì, vi erano una signora e un bambino.
Il bambino si era addormentato in una posizione sicuramente scomoda per la sua schiena, piegato in avanti e con il viso rivolto verso il pavimento dove, adesso, giaceva il suo cellulare, ancora acceso.
Anche la donna non si trovava in una situazione tanto diversa: la sua posizione era certamente più composta ma il libro che stava leggendo era pericolosamente rimasto in bilico sulla sua gamba destra, mentre a terra si trovava la barretta energetica che stava mangiando prima di addormentarsi.
Era strano.
Decisamente strano.
Possibile che ci fosse davvero qualcosa di paranormale su quell'aereo...?
Rise scosse la testa, sbuffando.
Ora stava esagerando.
Quella bambina le stava facendo venire le più strane paranoie.
Poteva capitare di addormentarsi all'improvviso mentre si faceva altro e, nonostante lei non ci fosse ancora riuscita, doveva ammettere che quel volo era alquanto confortevole.
La ragazza sbloccò nuovamente il suo cellulare, afferrando con l'altra mano gli auricolari che teneva in tasca.
Se non riusciva a dormire, tanto valeva fare qualcosa di utile no?
Collegò le cuffie al telefono e aprì la galleria, cercando il video che le interessava.
Era una semplice ripresa che Inoue le aveva fatto durante le sue ultime prove, nel momento in cui stava provando la coreografia del suo nuovo singolo.
Come le aveva detto più volte il suo coach, osservare il modo in cui si ballava una coreografia e individuarne tutti gli errori era il modo migliore per evitare di farli di nuovo e visto che l'indomani avrebbe dovuto portarla sul palco per la prima volta... tanto valeva darci seriamente un occhio, no?
Così, si accomodò meglio sul sedile e iniziò a guardare il video, annotando su un piccolo block notes tutti i passi sbagliati che vedeva.
In fondo non era neanche un lavoro troppo faticoso e, incredibilmente, la stava anche aiutando a rilassarsi.
O almeno fino a quando non raggiunse il ritornello.
Dopo che la figura sullo schermo aveva fatto una semplice giravolta, infatti, la coreografia cominciò dall'inizio, lasciando completamente interdetta la idol.
La canzone, diversamente dal video, non si era riavvolta ma andava avanti come se niente fosse.
La ragazza tentò di bloccare il video, convinta ci fosse stato un errore durante la sua registrazione, ma il tasto non funzionò.
Anzi, le cose peggiorarono.
Adesso la Rise nel video stava eseguendo la coreografia al contrario, partendo dall'ultimo passo della canzone e procedendo a ritroso.
La canzone di sottofondo si era fatta più veloce, come se fosse stata velocizzata.
La idol, in tutto questo, non poteva far altro che osservare quel video completamente diverso da quello che era stato registrato quella mattina, in sala prove.
Ma quando tentò di fermarlo nuovamente, la situazione degenerò ancora.
Ora l'immagine era distorta e passava da una parte all'altra della coreografia in modo completamente casuale...
...no, era anche peggio.
Alcuni dei passi di danza che Rise stava osservando non erano neanche presenti nel ballo di quella mattina.
Molti di quelli erano pezzi di coreografie di altre sue canzoni e, in alcuni casi, erano passi che lei non aveva neanche mai visto prima, figurarsi aver ballato!
Anche la canzone si era fatta distorta.
Le parole erano diventati irriconoscibili, così come la musica di sottofondo.
Poi un nuovo suono giunse alle sue orecchie e Rise alzò leggermente il volume della canzone, per cercare di captarlo.
Il sangue le si gelò nelle vene quando riconobbe il canto della bambina.
La ragazza portò una mano al filo degli auricolari, pronto a toglierli completamente quando un ulteriore dettaglio attirò la sua attenzione.
La se stessa nel video si era adesso fermata e aveva iniziato a togliersi i vestiti che aveva indosso.
Rise alzò un sopracciglio, non riuscendo minimamente a capire come fosse possibile che la sua figura nello schermo avesse adesso indosso solo un costume da bagno.
Poi, la Rise del video alzò il viso, puntandolo dritto verso la telecamera.
Il suo volto era piegato in un sorriso molto poco rassicurante, un'espressione che la idol non si era mai vista fare fino ad allora.
Ma non era certo questo ciò che più la turbava.
I suoi occhi.
I suoi occhi erano gialli.
Una fortissima turbolenza scosse l'aeroplano e nello stesso momento il telefono di Rise si spense, mentre le ultime note di quella canzone che per tutto il giorno l'avevano perseguitava si propagavano dagli auricolari.
La idol si tolse immediatamente le cuffie, portando le mani ai braccioli al lati del suo seggiolino e stringendoli con forza, mentre tutto l'aereo iniziava a tremare.
Guardò fuori dal finestrino, cercando di capire cosa poteva star succedendo.
Un qualcosa di bianco si posò sul vetro, per poi scivolare lungo di esso.
Neve.
Stava nevicando.
Quel pensiero non riuscì a registrarsi nella sua mente che tutte le luci iniziarono ad accendersi e spegnersi, come se fossero impazzite.
Nel frattempo, l'aereo tremava sempre di più, come se si trovasse nel bel mezzo di una tempesta, e Rise iniziò a scuotere il braccio del suo manager e a chiamare il suo nome.
Ma Inoue non si svegliò.
Non importava quanto continuasse a urlare o a scuoterlo, l'uomo continuava a dormire il suo sonno profondo, come se niente stesse accadendo.
E non era l'unico.
Rise si guardò velocemente intorno, cercando in tutti i modi di attirare l'attenzione dei presenti.
Nessuno stava urlando con lei.
Nessuno si stava agitando.
Erano tutti profondamente addormentati, come se il viaggio fosse ancora confortevole come all'inizio.
La ragazza afferrò il piccolo telecomando alla sinistra del suo seggiolino e iniziò a premere il bottone di chiamata per le hostess.
Ma nessuno arrivò.
«C'è nessuno?!» urlò la idol, in preda al panico, alzandosi dal suo sedile e osservandosi meglio intorno.
Non fece neanche in tempo a osservare il sedile davanti al suo che un'altra fortissima turbolenza le fece perdere l'equilibrio e Rise cadde sulle ginocchia del suo manager, superandolo e atterrando nel piccolo corridoio dell'aereo.
Il suo cellulare scivolò dalle sue mani e cadde di fronte a lei, accedendosi nuovamente.
Lì, con lo stesso sorriso inquietante di prima, si trovava la Rise del video.
La idol tentò di alzarsi, ma un altro scossone la ributtò a terra, facendole nuovamente osservare lo schermo del suo telefono che ora mostrava qualcos'altro. L'ora.
Era la mezzanotte del primo agosto.
Poi, il telefono emise un fortissimo bagliore che la investì, mentre altre fortissime turbolenze scuotevano l'aeroplano.
Rise tentò di urlare, ma nessun suono uscì dalle sue labbra.
Poi, le luci dell'aereo si spensero e le turbolenze finirono.
Lo schermo del telefonino torno sulla schermata del video, messo in pausa poco prima del ritornello.
I passeggeri continuarono a dormire mentre l'aereo proseguiva, tranquillamente nel suo volo.
Il corridoio, così come il sedile accanto a Inoue, era vuoto.
 
 

QUESTA STORIA PARTECIPA AL COW-T9 INDETTO DA LANDE DI FANDOM
PROMPT: Ricevere avances indesiderate (M2)
NUMERO PAROLE: 18085
PERSONAGGI: Naoto Shirogane, Kanji Tatsumi, Tohru Adachi, Rise Kujikawa, Ryotaro Dojima, altri
COPPIE: NaotoxAdachi, NaotoxKanji
AVVERTIMENTI: Soulmate!AU dove non si vedono i colori prima di incontrare la propria anima gemella; UnderAge. 

Un irrisolvibile caso di omicidi.

Ecco cosa aveva spinto Naoto Shirogane a salire sul primo treno disponibile per Inaba, una piccola cittadina sperduta nella campagna.

Non aveva mai sentito parlare di quel luogo prima di allora, ma era bastata una telefonata dal suo segretario per farle accettare immediatamente l’incarico. Dopotutto non le capitava da mesi un caso così intrigante, senza considerare il fatto che se fosse riuscita a risolverlo la sua fama da “Principe Detective” sarebbe aumentata. Doveva far di tutto per scalare la vetta.

Certo, però, non si sarebbe minimamente aspettata di ritrovarsi in difficoltà fin dal momento del suo arrivo.

La ragazza si passò una mano tra i capelli, sospirando.

A chi poteva mai venire in mente di creare una mappa dove si utilizzavano i colori come punto di riferimento?

Naoto osservò nuovamente i vari punti indicati sulla cartina che aveva nella mano destra, cercando di distinguere le diverse tonalità di grigio che riusciva a intravedere, ma anche in questo modo le era impossibile capire quali di quelli fosse rosso, verde o giallo… come del resto era impossibile per la maggior parte della popolazione mondiale. Ma evidentemente la polizia di Inaba non aveva pensato a questo piccolo inconveniente quando le avevano spedito quella mappa per orientarsi. Oppure, come era molto probabile, era solo un modo per metterla in difficoltà, così come facevano molti adulti nel suo lavoro ogni volta che venivano a conoscenza della sua età.

“Mantieni la calma, Shirogane.”

Naoto ripiegò la mappa e la ripose nuovamente nel bagaglio, decidendo che forse era molto più facile un approccio diretto.

Da quel poco che era riuscita a capire osservando la cartina, la stazione di polizia non doveva essere molto lontano da lì e quindi sarebbe riuscita ad arrivarci in tempo e, magari, per strada avrebbe trovato qualcuno con informazioni più precise da darle.

Con questo pensiero in testa, uscì dalla stazione, trascinando dietro di sé il pesante bagaglio, così grande da farla sembrare ancora più piccola di quel che era, nonostante i tacchi che indossava.

Il vento freddo che la salutò non appena superò i tornelli, la costrinse a portare una mano al suo cappello per impedire che questo volasse via e la ragazza si fermò un attimo ad osservare il paesaggio che si era aperto all’orizzonte, rimanendo leggermente stupita di come le montagne e gli edifici della cittadina si amalgamassero alla perfezione. Il cielo era incredibilmente limpido e sereno, con neanche una nuvola che minacciava di coprire quello che suo nonno aveva da sempre definito “il blu che gli aveva cambiato la vita”.

Certo, questo Naoto non poteva capirlo, o almeno non ancora.

L’unica cosa che vedeva era quella triste e monocroma tonalità di grigi che, fin dalla sua nascita, era il limitatissimo spettro di colori che la ragazza (così come il resto della popolazione) poteva distinguere.

“«Un giorno riuscirai anche tu a capire cosa vuol dire rimanere incantati di fronte ad un paesaggio Naoto.–“ le aveva detto suo nonno, quando lei aveva circa quattro anni “–Devi solo trovare la persona giusta.»”

Cercare la persona che le avrebbe fatto capire come era davvero il mondo.

Quello era stato il suo obiettivo da quel momento, e non c’era giorno che non passasse a pensare a come sarebbe stato.

Poi, col tempo, quell’idea si era come cancellata dalla sua mente.

Suo nonno era morto, lei aveva ereditato tutta la fortuna degli Shirogane e il peso di dover portare avanti il lavoro di famiglia.

Aveva dieci anni quando iniziò a vestirsi da ragazzo, indossando (facendosi aiutare dal signor Yakushiji, il suo fedele segretario) il colore che suo nonno amava tanto.

Doveva in tutti i modi riuscire a fare carriera.

Ed era per quello che ora si trovava lì, a guardarsi intorno in quella piccola cittadina, pronta a risolvere il caso che finalmente le avrebbe dato lo slancio giusto per sentirsi chiamare una vera Shirogane…

Fu solo quando urtò leggermente contro un lampione che la ragazza si rese conto di aver continuato a camminare fino ad allora senza una meta, vagando per quella cittadina senza osservare minimamente il suo percorso.

Riscossasi dai suoi pensieri, si guardò velocemente intorno, cercando di capire dove si potesse trovare.

Una fermata dell’autobus, una stazione di servizio, un negozio di tofu...

Dannazione, si era completamente persa. 

Frustata tirò nuovamente fuori la cartina dalla propria valigia, sperando di poter individuare il luogo in cui si trovasse, ma non ebbe per niente fortuna.

Forse avrebbe davvero dovuto chiedere aiuto a qualcuno…

«Tatsumi, è già la quarta volta questo mese.»

La voce di un uomo le fece alzare la testa e la ragazza fu tentata di tirare un sospiro di sollievo.

Due persone si trovavano poco più avanti, di fronte all’entrata di quello che doveva essere il tempio della città.

«Non ho fatto niente. Ora se ne vada.» rispose il più giovane tra i due.

Naoto lo guardò per un secondo, trattenendo l’impulso di roteare gli occhi al cielo. Capelli di un grigio fin troppo chiaro per non essere tinti, tatuaggio di un teschio su un braccio, piercing che ricoprivano qualsiasi punto del suo viso… chiunque poteva capire che tipo di persona fosse il ragazzo che stava parlando con quell’uomo.

«Mandare all’ospedale cinque uomini è niente, eh?– sbuffò l’altro, portando una mano dietro al collo –Andiamo Tatsumi, stavolta l’hai fatta grossa...»

L’uomo che aveva pronunciato queste parole era invece vestito con una giacca elegante e una cravatta di un grigio acceso al collo.

«Ti ho detto di andartene.– disse il ragazzo, chiaramente irritato –Non ho niente a che fare con voi sbirri.»

Alla parola “sbirri” Naoto si riscosse.

Osservò con più attenzione l’uomo, distogliendo lo sguardo da quella cravatta che spiccava fin troppo tra il resto del grigio 

della sua persona, e notò che teneva qualcosa nella mano destra. Un distintivo.

Evidentemente alla fine la fortuna girava dalla sua parte.

Afferrò con più forza il manico della propria valigia e iniziò a camminare verso i due che nel frattempo continuavano a litigare.

Il rumore delle ruote del suo bagaglio doveva aver attirato l’attenzione su di lei, perché i due si voltarono nella sua direzione.

I loro sguardi, anche se per un solo momento, si incrociarono.

E fu in quel momento che accadde.

Un’enorme scossa la attraversò da parte a parte e Naoto dovette appellarsi a tutte le sue forze per non cadere in ginocchio, mentre la sua testa iniziava a girare e a lanciarle forti fitte di dolore.

Abbassò lo sguardo e si portò le mani alle orecchie, lasciando andare il manico della propria valigia, chiudendo gli occhi e cercando di eliminare quel rumoroso ronzio che diventava sempre più forte e la stava facendo impazzire.

Poteva sentire il cuore battere all’impazzata nel suo petto, come se stesse cercando di forare la gabbia toracica e uscire all’esterno.

Il respiro le mancò, il ronzio si fece di colpo più forte e la ragazza sentì la testa continuare a girare, sempre più forte.

Una fortissima sensazione di nausea la travolse e si accorse che le sue gambe avevano ceduto solo quando sentì una fitta di dolore arrivare dalle sue ginocchia... 

Poi, tutto finì come era iniziato.

Ancora scossa da quello che era appena accaduto, Naoto ansimò e cercò di tornare a respirare nuovamente, con il cuore che ancora continuava a pulsarle con forza nel petto.

Poi, con lentezza, aprì gli occhi, iniziando ad allontanare le mani dalla sua testa. E si fermò.

C’era qualcosa di diverso.

Qualcosa di incredibilmente diverso.

Sull’asfalto, grigio scuro come al solito, vi erano adesso due piccole macchie di un colore che non aveva mai visto prima e la ragazza assottigliò lo sguardo e allungò una mano di fronte a sé, per analizzare quell’oggetto tanto strano.

I suoi movimenti si bloccarono nuovamente quando notò che anche la sua pelle non era più come prima.

Non si trattava minimamente del grigio chiaro che era abituata a vedere fino a quel momento. No, a dire la verità, non si trattava di alcun tipo di grigio che aveva mai visto prima di allora.

Il suo cuore, che solo in quel momento aveva ripreso un battito minimamente regolare, si bloccò quando si rese conto che quello non doveva essere grigio.

Quando quella verità la colpì, Naoto alzò di scatto la testa.

E fu come se vedesse il mondo per la prima volta.

Tutto era così luminoso e così colorato che la ragazza sentì il fiato bloccarsi nella sua gola.

Il grigio non c’era più.

Quell’odiosa monocromia che l’aveva seguita fin da quando era nata era adesso completamente scomparsa e ad un primo sguardo Naoto neanche pensò di trovarsi nello stesso posto di prima.

La strada era ancora desolata e chiaramente fatiscente, ma allo stesso tempo i numerosi colori che la popolavano la rendevano venti, no trenta, anzi cento volte più bella e affascinante di prima.

E il cielo?

C’era davvero bisogno di parlare del cielo?

Ora capiva cosa le aveva da sempre detto suo nonno, cosa volesse dire che niente era più blu del cielo sopra di loro.

E Naoto poteva constatarlo in quel momento: era così blu che quando alzò lo sguardo pensò di poter annegare in quel meraviglioso colore che mai aveva visto prima ma di cui già era diventata dipendente.

«Tutto bene?»

La voce preoccupata dell’uomo la colse alla sprovvista.

La ragazza abbassò il viso immediatamente, incrociando nuovamente lo sguardo con quegli occhi così profondi e adesso anche così pieni di sfumature diverse di colore del poliziotto davanti a lei che la stava guardando preoccupato, tendendole una mano per aiutarla ad alzarsi.

E in quel momento capì di aver trovato la sua anima gemella.

Tutto ciò che Naoto aveva costruito fino a quel momento e tutto ciò che aveva cercato di perseguire le apparve improvvisamente senza alcun senso.

Sentì il suo corpo tremare leggermente quando l’uomo si avvicinò di più, visibilmente preoccupato per la sua salute.

«Ehy, vuoi che chiami qualcuno?»

«No, sto bene.– rispose, sentendo il suo cuore cominciare nuovamente a battere nel petto –La ringrazio per essersi preoccupato.» aggiunse poi, afferrando la sua mano e alzandosi da terra.

Non poteva crederci.

Lo aveva trovato.

Lo aveva trovato davvero.

Naoto poteva sentire la sua mano continuare a tremare, mentre il calore di quella dell’uomo continuava a riscaldarla.

Abbassò lo sguardo, osservando la differenza delle loro mani.

La sua era così piccola in confronto che sembrava quasi scomparire stretta in quella dell’altro.

Chissà quanti anni di differenza avevano.

Non che importasse in fondo, anche i suoi genitori da quel che le aveva detto suo nonno avevano molti anni di differenza l’uno dall’altra…

«Ehm… sicuro davvero di stare bene?»

Fu solo quando l’uomo le parlò nuovamente che Naoto si rese conto di stare ancora stringendo la sua mano, nonostante fossero passati sicuramente più di 40 secondi da quando si era alzata.

Imbarazzata la lasciò andare, trattenendo una risatina nervosa.

“Ma che cavolo stai facendo Shirogane?!”

«Sì, mi scusi.» rispose e si maledì interiormente quando sentì come la sua voce fosse ridotta a quasi uno squittio.

L’uomo la guardò interdetto per un attimo, come se non stesse capendo minimamente quello che stava succedendo.

Naoto dal canto suo non stava ragionando abbastanza per pensare ad una spiegazione a questo fatto.

Stava andando nel panico. Completamente nel panico.

Erano anni che non pensava più a trovare la sua anima gemella e, adesso che l’aveva davanti, non sapeva davvero come comportarsi.

«Beh allora buona giornata...»

«Sono Naoto Shirogane.– disse la ragazza, in un disperato tentativo di non farlo allontanare –Sono arrivato poco fa col treno da Tokyo, ma non so come raggiungere la stazione della polizia.»

L’uomo la guardò nuovamente, squadrandola da capo a piedi.

«Quindi saresti tu il detective che ci hanno mandato?»

La ragazza annuii, ignorando completamente il tono quasi dispregiativo che era stato usato nei suoi confronti.

«Sì, sono io.– rispose lei, cercando di tornare a indossare la sua solita maschera fredda e di mostrarsi più alta, tenendo dritte le spalle –Se non le dispiace accompagnarmi, potrebbe farmi strada?»

Le parole le uscivano da sole dalle labbra, in un chiaramente tentativo disperato di rimanere con lui il più possibile.

In effetti, il fatto che lui non accennasse minimamente a quello che era appena accaduto era strano, molto strano. Il problema era la loro differenza di età? O forse il fatto che lui fosse in servizio e quindi non poteva farsi vedere in una situazione del genere dai civili. Forse se si fossero trovati soli, lui avrebbe accennato a quello che era successo…

L’uomo si voltò leggermente, puntando lo sguardo dove prima si trovava l’altro ragazzo. Poi sbuffò e si passò una mano dietro il collo.

Naoto registrò immediatamente quel movimento che gli aveva visto già fare in precedenza, mentre parlava con il ragazzo di poco prima che, nel trambusto che si era creato, se ne era andato. Sembrava lo facesse in modo involontario quando si trovava in difficoltà.

«Io sono Tohru Adachi.– disse poi, rompendo finalmente il silenzio che aveva iniziato a mettere ancora più ansia a Naoto –Vieni, ti accompagno.»

Naoto sorrise leggermente, ringraziandolo.

Poi, seguì l’uomo verso la sua auto, cercando con tutta se stessa di fermare il cuore che continuava, imperterrito, a martellarle nel petto.

~

La prima cosa che Naoto fece, quando quella sera entrò nell’appartamento che aveva affittato ad Inaba, fu lanciarsi sul letto, affondando completamente il volto nel cuscino.

Era stata una giornata pesante. Destabilizzante per l’esattezza.

Non solo chiunque a lavoro l’aveva trattata come se fosse una bambina (cosa a cui oramai era fin troppo abituata), chiedendole più volte di rimanere buona in quello che doveva essere l’ufficio che le avevano preparato; non solo questo fantomatico ufficio era pressoché inesistente, visto che era una semplicissima scrivania accatastata in un angolo, con una marea di fogli e fascicoli che si trovavano su di essa; non solo aveva scoperto fin troppo poco del caso, come se la polizia di Inaba stesse cercando di tenerla fuori dai giochi il più possibile; ma Adachi non aveva fatto minimamente niente per parlare con lei: non l’aveva cercata, non l’aveva neanche salutata quando era uscita e, in alcuni casi in cui era lei ad aver provato a parlarci, l’aveva anche ignorata!

Naoto ripensò a come si era sentita tesa quando era salita in macchina con quell’uomo, come aveva sentito il cuore battergli nel petto mentre si trovava lì, a soli pochi centimetri da quella che il destino aveva scelto come sua anima gemella… e a come si fosse sentita quando aveva notato che lo stesso fantomatico destino la stava prendendo solamente in giro.

La ragazza lasciò andare un lungo sospiro, tirandosi su a sedere e stringendo il cuscino tra le braccia.

C’era qualcosa di strano, qualcosa che continuava a bussarle il cranio dall’interno come per dirle che ci doveva essere un errore, un dettaglio che le stava sfuggendo.

Non era la prima volta che Naoto provava quella sensazione, le era capitato fin troppo spesso nella sua vita da detective.

Che il problema fosse la sua età?

Dopotutto questo le aveva sempre causato molti grattacapi a lavoro… e forse ora glieli poteva causare anche nella sua vita sentimentale.

Un tuono interruppe i suoi pensieri e la ragazza si voltò verso la finestra, accorgendosi solo in quel momento che aveva iniziato a piovere.

Non potè che rimanere affascinata di fronte alle piccole gocce che scivolavano lungo il vetro e che riflettevano la luce del lampione vicino, emanando piccoli luccichii.

Ancora non si era abituata al cambiamento drastico che il suo mondo aveva subito poche ore prima.

Tutti i colori che aveva incontrato in quella giornata e che continuava a trovare la incantavano completamente, affascinandola sempre di più.

Visto che i suoi colleghi non l’avevano presa molto in considerazione, aveva anche passato gran parte del suo orario lavorativo a cercare immagini e nomi dei diversi colori e delle varie sfumature che ora poteva vedere al mondo. Ed era solo grazie ad Adachi se questo era possibile.

Un piccolo sorriso le piegò le labbra e Naoto sentì la sua solita sicurezza tornare a fluire nel suo corpo.

Non doveva perdersi d’animo.

Ogni volta che la sua vita le aveva posto davanti un ostacolo, lei era sempre riuscita a superarlo, dimostrando al mondo intero chi era davvero Naoto Shirogane.

E questa volta non sarebbe stata da meno.

Avrebbe parlato con Adachi, gli avrebbe fatto capire che lei non era solo una bambina, così come lui credeva. Che lei era in grado di risolvere anche questo terribile caso di omicidi che continuava a invadere la tranquillità di quella cittadina.

Naoto si alzò, si sedette sulla sedia di fronte alla piccola scrivania e afferrò uno dei pochi fascicoli che era riuscita ad ottenere in centrale, iniziandolo a sfogliare e osservando per l’ennesima volta le due vittime che vi erano state fino ad allora.

La prima era stata un’annunciatrice televisiva: Mayumi Yamano. Era arrivata a Inaba da appena tre giorni e stava alloggiando nella locanda della città, quando è improvvisamente sparita durante la notte tra l’undici e il dodici aprile; la mattina dopo era stata ritrovata uccisa, appesa  ad un’antenna.

La seconda vittima invece era Saki Konishi, una liceale.

Naoto sentì un brivido correrle lungo la schiena quando si rese conto che avevano la stessa età.

Il modus operandi con cui l’assassino aveva trattato Konishi era identico a quello della Yamano: la ragazza era stata drogata, stuprata e uccisa con un coltello. Infine era stata appesa anche lei a testa in giù, in questo caso ad un palo della luce.

I coltelli utilizzati per uccidere le due donne erano stati ritrovati entrambi con i loro corpi: per Yamano il coltello era stato riposto sotto la sua cintura, per Konishi invece era stato legato al fiocco giallo che faceva parte della divisa scolastica della Yasogami High School, che ancora stava indossando quando era avvenuto il rapimento.

Se non fosse stato per il fatto che il metodo era lo stesso, nessuno avrebbe mai pensato che l’assassino di Yamano e quello di Konishi fossero la stessa persona.

Non vi era nessuna correlazione tra le due.

Yamano non risiedeva ad Inaba, mentre Konishi viveva lì da sempre. Yamano era una donna adulta, Konishi solo una liceale.

Anche da un punto di vista fisico le due vittime erano profondamente diverse e si poteva quindi escludere che l’assassino avesse sviluppato una sorta di avversione per alcune caratteristiche fisiche, così come spesso accadeva: Yamano aveva i capelli corvini e corti, era una donna abbastanza alta e aveva gli occhi grandi e scuri; Konishi invece era una ragazzina minuta, aveva i capelli lunghi e di un castano chiarissimo e gli occhi a mandorla. 

Inoltre le due non avevano alcun tipo di rapporto e, mentre Konishi conosceva praticamente ogni cittadino di Inaba, Yamano non conosceva nessuno se non i gestori della locanda dove alloggiava.

Solo una cosa le collegava l’una all’altra, facendo sì che la seconda vittima non fosse proprio completamente stata scelta a caso dopo la prima: Konishi era colei che aveva trovato il corpo di Yamano.

Che avesse visto qualcosa che l’assassino non voleva…?

Un altro fulmine cadde al suolo e Naoto si riscosse, uscendo dal suo momento di pura concentrazione.

Lanciò uno sguardo all’orologio sulla parete e notò solo in quel momento quanto fosse tardi.

Era meglio andare a dormire.

Poteva pensare il giorno dopo al caso. Aveva tempo dopotutto.

La ragazza chiuse il fascicolo e lo poggiò sulla scrivania, per poi cambiarsi e tornare nuovamente sul letto.

Avrebbe risolto quel caso.

Avrebbe dimostrato di non essere la bambina che tutti la accusavano di essere.

Avrebbe fatto vedere ad Adachi chi era sul serio e gli avrebbe fatto cambiare idea sul suo conto, portandolo finalmente a parlarle.

L’assassino non avrebbe fatto in tempo neanche ad uccidere una terza persona.

Con questa convinzione in testa, la ragazza spense la luce della camera e lanciò un ultimo sguardo alle gocce d’acqua che scivolavano lungo il vetro, per poi chiudere gli occhi e mettersi a dormire.

 

Forse aveva parlato troppo presto.

Naoto cercava di non congelare mentre si stringeva nel suo cappotto blu, tenendo le braccia incrociate e lo sguardo fisso in alto, puntato sull’albero.

Lì, era appeso un altro corpo.

Yukiko Amagi non era mai tornata a casa il giorno prima, dopo la scuola. I genitori avevano chiamato immediatamente le autorità, ma visto che non erano passate neanche 24 ore, quella segnalazione era passata in secondo piano.

E ora il suo corpo era lì, completamente bagnata dalla pioggia, la divisa scolastica ancora indosso, il coltello utilizzato per tagliarle la gola ben visibile nonostante l’altezza, in quanto era stato legato ai lunghi capelli neri della ragazza e ora penzolava, mosso dal vento.

A dare l’allarme era stata un’altra studentessa della Yasogami.

Chie Satonaka, 17 anni, colei che si era scoperto essere l’anima gemella di Amagi.

Da quel che erano riusciti a ricostruire dalla testimonianza frammentata di Satonaka, all’inizio la ragazza non era in pensiero. Amagi era solita non rispondere alle sue chiamate quando aveva da fare alla locanda di famiglia.

Poi però, qualcosa era cambiato.

Aveva sentito un forte ronzio alla testa e, quando aveva sbattuto le palpebre, i colori che conosceva oramai da anni erano spariti completamente, cosa che accadeva quando la tua anima gemella non c’era più.

Di fronte a ciò, Satonaka era corsa fuori casa, sperando che tutto quello fosse solo un incubo. Aveva vagato tutta la notte sotto la pioggia, fino a quando non aveva trovato il corpo di Amagi alle 4 del mattino.

«Non dovremmo tirarla giù?» azzardò Naoto, non smettendo di osservare quella scena, con un groppo che le si stava formando in gola.

Nella realtà non era per niente così calma come stava cercando di mostrare. La situazione le stava mettendo paura. Molta paura.

Non si era mai ritrovata davanti ad un caso di omicidi del genere e, ogni volta che il suo sguardo incontrava gli occhi semiaperti di Amagi, sentiva il sangue che le si gelava nelle vene.

Dojima, il capo del dipartimento di polizia che aveva conosciuto il giorno prima, si riscosse alle sue parole, come se anche lui fosse stato colto dalle sue stesse angosce che gli avevano impedito di pensare lucidamente. Poi annuì, dando ordine agli altri poliziotti sul posto di tirare giù la ragazza.

Mentre gli agenti si arrampicavano sull’albero, Naoto si guardò intorno, cercando di individuare qualsiasi dettaglio che potesse sfuggire ad una prima occhiata e che magari poteva adesso portarla ad identificare l’assassino.

Poco lontano, Adachi stava cercando di parlare con Satonaka che era caduta in ginocchio e stava piangendo e urlando, battendo i pugni contro l’asfalto bagnato, mentre una coperta era stata poggiata sulle sue spalle per non farle prendere freddo.

Naoto non riusciva neanche ad immaginare cosa si provasse.

Vedere la propria anima gemella venirti strappata via doveva essere una delle sensazioni più dolorose che si potesse provare in tutta la vita.

Senza che neanche se ne rendesse conto, la ragazza posò il suo sguardo su Adachi...

«Portate il coltello alla scientifica. Forse questa volta ci sono delle impronte che possono aiutarci.»

Dojima aveva iniziato nuovamente a dare ordini e Naoto si voltò, notando solo in quel momento che il corpo di Amagi era adesso a terra, sopra il telo verde.

Si avvicinò, indossando con i guanti in lattice che le avevano dato quando era stata chiamata sul posto quella mattina.

Mai aveva visto uno spettacolo più orribile.

L’intero corpo di Amagi era ricoperto dal suo stesso sangue, che era schizzato all’esterno attraverso i numerosissimi tagli che le attraversavano il corpo, il più grande dei quali era alla gola e doveva essere ciò che l’aveva uccisa.

La divisa era strappata e tagliata in più punti, la gonna era scomposta ed era stata chiaramente rimessa a posto alla meglio, dopo che l’assassino doveva averla violentata.

Le sue mani in compenso erano perfettamente pulite e, almeno ad una prima occhiata, non sembrava che la ragazza avesse lottato per la propria vita. Evidentemente era stata drogata anche lei, anche se ciò non si poteva ancora dire con certezza prima di una più accurata autopsia.

Quell’assassino era scaltro.

Terribilmente scaltro.

Un urlo acuto arrivò dalle sue spalle e Naoto si voltò, vedendo solo in quel momento che Satonaka si era avvicinata.

«Adachi! Dovevi tenerla lontana!» Dojima sgridò Adachi che, nel frattempo, cercava di tenere ferma la ragazza.

«Non è facile Dojima! E’ molto più forte di quel che sembra!» ribatté lui, afferrando la ragazza al volo quando le ginocchia di lei cedettero.

Satonaka ora era completamente priva di forze e l’unica cosa che continuava a fare era singhiozzare, sussurrando a malapena il nome di Amagi, come se questo potesse in qualche modo riportare in vita la sua anima gemella.

Naoto sentì il suo cuore frammentarsi completamente di fronte a quella scena.

«Portala in centrale Shirogane.– le disse Dojima, cogliendola completamente di sorpresa –Questo non è un posto per dei ragazzini.»

Stava succedendo di nuovo.

Stavano cercando di escluderla dalle indagini, di far sì che lei potesse esaminare al minimo il cadavere di Amagi così da avere meno prove su cui lavorare.

Ma quando i suoi occhi incontrarono quelli di Dojima capì che forse non era quello il caso. L’uomo le stava mostrando uno sguardo preoccupato, che a lei ricordava molto quello che le lanciava suo nonno ogni volta che da bambina rimaneva ad ascoltare quando lui e i suoi colleghi parlavano dei casi che stavano risolvendo.

Aveva ragione: quello non era un posto per ragazzini. E, anche se forse in quel momento le stava dando della bambina, un professionista non poteva lasciare che Satonaka rimanesse lì, di fronte al corpo martoriato della sua amata.

Avrebbe dimostrato molta più maturità ad accettare quell’ordine, invece di insistere per rimanere a indagare.

«Va bene Dojima.– rispose, alzandosi e voltandosi verso la ragazza –Ci vediamo dopo in centrale. Voglio tutti i dettagli che trovate sulla mia scrivania.» continuò poi, portando un braccio intorno alla vita di Satonaka per sorreggerla.

Come se quello fosse facile.

Satonaka era almeno 20 centimetri più alta di lei…

«Sarà fatto Shirogane. Anche se non penso troveremo altro. L’assassino ha agito esattamente come le altre volte e non penso che questa volta abbia lasciato delle impronte.»

«Vorrà dire che faremo un’ipotesi col poco che abbiamo. Dobbiamo muoverci, prima che altre ragazze facciano la stessa fine.»

Dopo aver detto ciò, Naoto si voltò e, aiutando Satonaka a camminare, si diresse verso l’auto della polizia che le avrebbe portate in centrale.

 

Mayumi Yamano, Saki Konishi e ora anche Yukiko Amagi.

Naoto osservava le foto scattate dai poliziotti sulle diverse scene del crimine.

Erano tutte disposte sul tavolo di fronte a lei e c'era qualcosa che le accumunava, anche se non capiva bene cosa.

Prese tra le mani la prima, quella di Yamano.

Come si poteva vedere, la donna aveva ricevuto diverse pugnalate allo stomaco e al torace e il sangue si era riversato sui suoi vestiti bianchi, arrivando a macchiarli in maniera indelebile. Oltre a ciò, era ben visibile l'enorme taglio che la donna si trovava alla gola, e che doveva essere stato l'ultimo colpo inferto, quello mortale.

Ciò che maggiormente attirò l’attenzione della detective, fu comunque il fatto che il sangue non si trovasse solo sul corpo della donna. Questo era infatti anche riverso sull'antenna su cui lei era stata appesa e, inoltre, si trovava anche a terra, diluito in una pozzanghera d'acqua.

Naoto arricciò il naso, così come faceva ogni volta che il suo istinto le diceva che qualcosa era vitale nel dettaglio che aveva appena scoperto. Nonostante questa sensazione però, non aveva alcun indizio utile che l’aiutasse a capire cosa ci fosse di così importante.

Ripose la foto sulla scrivania e afferrò quella di Konishi, iniziando ad osservarla con la stessa attenzione che aveva riservato a quella precedente.

Così come la Yamano, Konishi presentava diversi tagli anche se, diversamente dalla donna, questi si trovavano sia sul petto che sulla parte esterna delle braccia, come se la ragazza in un barlume di coscienza avesse tentato di difendersi portando i propri arti davanti al suo corpo. Questa ipotesi poteva essere accertata anche osservando il taglio che la ragazza presentava alla gola: era molto più impreciso di quello che Naoto aveva visto sui colli di Yamano e di Amagi, come se l'assassino fosse stato colto alla sprovvista dal risveglio della ragazza e avesse dovuto ucciderla velocemente.

La detective osservò con più attenzione la foto che aveva tra le mani, cercando anche qui qualche dettaglio che le poteva essere sfuggito e che magari le avrebbe fatto finalmente avere un quadro completo sul modus operandi dell'assassino.

Ma non c'era poi così tanto da osservare in più.

L'unica cosa che quell’immagine mostrava, dopotutto, era la sola Konishi, appesa a quel palo della luce, con i vestiti zuppi e imbrattati di sangue.

Non vedendo via di uscita, Naoto passò all’ultima delle tre foto che aveva disposto sulla sua scrivania: quella di Amagi.

Non c'era poi molto da osservare in quell'ultima foto che le era stata consegnata da Dojima, due minuti prima.

Dopotutto, aveva vissuto lei stessa il ritrovamento di quel corpo solo poche ore prima, quando Satonaka aveva chiamato la polizia.

Naoto sospirò, lasciandosi completamente andare contro la sedia.

Poi si portò il dorso della mano sulla fronte, esattamente sotto la visiera del suo cappello, e chiuse gli occhi, come faceva ogni volta che cercava una risposta ad una domanda che sembrava non averne.

Sapeva che c’era qualcosa di importante in quelle tre foto.

Qualcosa che li avrebbe aiutati a individuare un comportamento caratteristico del loro assassino e che magari li avrebbe anche portati a scoprirne l’identità.

Ma cosa…?

«Satonaka, sei assolutamente certa di non aver visto nessun tipo sospetto aggirarsi intorno a Amagi?»

La voce di Dojima le arrivò alle orecchie e Naoto aprì leggermente gli occhi, puntando poi il suo sguardo sulla porta dell’ufficio dell’uomo, a pochi metri da lei.

Erano ore che quell’interrogatorio andava avanti.

Lui e Adachi erano entrati là dentro non appena erano tornati dalla scena del crimine e continuavano a fare domande a Satonaka, chiaramente cercando di trovare anche il minimo indizio utile. 

Ma Naoto sapeva che quella tortura era inutile.

Chie Satonaka non aveva assistito all'omicidio, aveva solo trovato il corpo di Amagi.

Non aveva neanche senso che continuassero a torchiarla in quel modo, come se fossero quasi sicuri che quella ragazzina indifesa potesse dare loro una rivelazione così grande da dare una svolta all’intero caso. 

Pensavano che fosse qualcuno che lei e Amagi conoscevano? Qualcuno che aveva magari pedinato la ragazza e che loro due potevano avere notato?

Quell'ipotesi non era impossibile, ma allo stesso tempo era fin troppo vaga per poter trovare il colpevole.

Alla fine dei conti, Inaba era solo una cittadina dispersa nella campagna: qui tutti si conoscevano, tutti si parlavano, tutti si incontravano.

Senza considerare il fatto che Yukiko Amagi era la figlia della proprietaria dell'Amagi Inn, l’unica locanda della cittadina.

Questo portava a due semplici conclusioni; primo: era più che normale che la ragazza conoscesse tutti gli abitanti di Inaba e che quindi potesse avere diversi potenziali nemici, anche senza che lei lo sapesse; e secondo: era la stessa locanda in cui aveva alloggiato Yamano.

E questo particolare era, secondo Naoto, l'unico motivo per cui Amagi era stata notata dall'assassino, così come allo stesso tempo era stata presa di mira Konishi.

Ma se quell’uomo prendeva di mira chiunque avesse avuto un minimo di contatto con i suoi omicidi…

Naoto si alzò, dirigendosi velocemente verso la stanza dove si stava volgendo l'interrogatorio.

Non c’erano dubbi.

Il prossimo target sarebbe sicuramente stata Chie Satonaka.

Bussò con insistenza alla porta e, quando sentì la voce di Dojima invitarla ad entrare, la aprì.

«Cosa c'è Shirogane?» le chiese l'uomo, puntando i suoi occhi su di lei.

Naoto incrociò il suo sguardo, guardando Satonaka con la coda dell'occhio.

«Sono quattro ore che la state interrogando e non penso che potrà darvi ulteriori informazioni.– gli fece notare lei, continuando a guardare l’uomo negli occhi –In più, se pensate che lei possa sapere chi è l'assassino, siete completamente fuori strada.»

Per un attimo, anche se solo per un attimo, Naoto potè notare una certa luce che fino ad allora non aveva visto negli occhi di Adachi.

Non sapeva bene cosa significasse, ma la ragazza provò una sensazione di felicità quando le sfiorò l'idea che potesse essere un moto di orgoglio che l’uomo aveva provato nei suoi confronti.

«Cosa intendi dire?»

Diversamente da quel che si aspettava, Dojima non la sgridò per aver interrotto il loro interrogatorio, né la cacciò come sempre avevano fatto gli altri poliziotti con cui aveva lavorato.

Anzi, la stava guardando con lo stesso sguardo che le aveva mostrato quella mattina, di fronte al cadavere di Amagi. Uno sguardo che, seppur compassionevole, mostrava fiducia nei suoi confronti.

Naoto fece fatica a trattenere il piccolo sorriso che si stava per formare sulle sue labbra di fronte a quei due agenti che, per la prima volta in vita sua, le stavano dando retta, senza trattarla come una bambina.

«Inizialmente, l’unico obiettivo del nostro assassino era Yamano.– disse lei, sistemandosi il cappello sulla testa, come faceva ogni volta che esponeva una delle sue teorie –Dopotutto è andato a colpire l’unica donna che si trovava qui da poco tempo, invece di iniziare fin da subito con le abitanti di Inaba.»

Dojima annuì leggermente.

Ottimo, la stava ascoltando.

«Ora veniamo ai due omicidi successivi. Sono convinto che, inizialmente, l’assassino abbia preso di mira Konishi e Amagi solo perché erano legate alla prima vittima; dopotutto,  Konishi è stata la ragazza che ha ritrovato il corpo, mentre Amagi colei che ha ospitato Yamano nella propria locanda. Forse entrambe hanno visto qualcosa che l'assassino non voleva che vedessero? Oppure l'assassino crede che sappiano qualcosa sul suo conto? Non lo so ancora. L’unica cosa che risulta chiara è che dopo l’omicidio di Yamano, l’assassino c’ha preso gusto, come dimostra il fatto che abbia ripetuto esattamente lo stesso modus operandi per uccidere le altre due vittime. Il punto è che adesso possiamo almeno ricavare una lista di chi possa essere la prossima persona a essere presa di mira.»

Quando finì di esporre la sua teoria, il silenzio calò completamente nella stanza.

Anche se nessuno parlava, tutti gli sguardi si erano posati su Satonaka che fino a quel momento era stata in silenzio, 

 gli occhi puntati in basso, mentre le lacrime le rigavano lentamente le guance e cadevano al suolo, senza emettere neanche un rumore.

«Volete dire che sarò io la prossima, vero?»

La voce con cui la ragazza pronunciò quelle parole era così rassegnata che Naoto si sentì in colpa per non averla fatta uscire dalla stanza prima di esporre la sua teoria.

«Satonaka...» provò a intervenire Dojima, portando una mano in avanti, come per poggiarla sulla sua spalla.

«Sarò io la prossima o no?» ripetè lei, la voce più tremante di poco prima.

In quel momento, fu Adachi a prendere la parola.

«È molto probabile che tu lo sia.»

Satonaka non rispose.

Continuò a guardare a terra, mentre le spalle continuavano a essere scosse dai singhiozzi.

Naoto potè vedere la gomitata che Dojima tirò ad Adachi, come per intimarlo ad avere un po’ più di tatto in una situazione del genere.

«Allora catturatelo prima che venga da me.»

Tutti e tre si voltarono verso la ragazza, non capendo cosa stesse dicendo.

«È ovvio che il nostro obiettivo sia catturarlo prima che arri-»

«Perché, se me lo ritrovo davanti,– le parole lapidarie di Satonaka bloccarono qualunque cosa Dojima stesse provando a dire –giuro che lo ammazzo.»

Anche Naoto non potè che rimanere sorpresa di fronte ad un’affermazione del genere, fatta all’interno di una centrale di polizia, in mezzo a due agenti e una detective.

Ma fu quando vide lo sguardo carico di odio di Satonaka che capì.

A lei non interessava minimamente quale sarebbe stato il suo destino. Non aveva paura, non le importava quello che le sarebbe successo, non le fregava di quello che quell’uomo avrebbe potuto farle.

Lei voleva ucciderlo.

Voleva vendicare la morte di Amagi con una tale forza che Naoto non aveva idea di cosa dirle. Lei non si era mai sentita così, non aveva mai provato un odio così grande verso una persona.

Lanciò uno sguardo ad Adachi che, nel frattempo, guardava anche lui Satonaka in modo sorpreso.

Chissà se anche lei avrebbe reagito in quel modo se a lui fosse successo qualcosa…?

«Beh, adesso posso andare?»

Vedendo che nessuno le rispondeva, Satonaka si era alzata dalla sua sedia, le lacrime che avevano completamente cessato di rigarle le guance.

Dojima la guardò per un attimo, come se stesse valutando se gli conveniva davvero lasciarla andare in quel modo.

Però, quando incrociò lo sguardo determinato della ragazza, non potè che annuire.

Senza neanche salutare, Satonaka superò Naoto e uscì dalla stanza, dirigendosi poi con passo deciso verso l’uscita della centrale, senza curarsi degli sguardi che i vari agenti di polizia le lanciavano al suo passaggio.

«Beh, speriamo che non lo ammazzi davver- ough.»

Dojima tirò una gomitata ad Adachi quando questo si lasciò sfuggire uno dei suoi commenti sarcastici.

«Non lo ucciderà perché noi lo troveremo prima. Basterà tenere d’occhio Satonaka.» disse l’uomo, continuando a lanciare occhiatacce al collega.

Naoto prese la parola.

«Dovremmo anche mandare degli agenti all’Amagi Inn.– propose –L’assassino potrebbe anche prendere di mira qualcuno che lavora là dentro.»

Dojima annuì.

«Bene, allora io torno alle mie indagini.» disse Naoto, soddisfatta di essere stata presa sul serio.

Prima che potesse uscire però, l’uomo la fermò.

«Shirogane, a proposito di Satonaka… avrei un favore da chiederti.»

La ragazza si voltò nuovamente verso di lui, ignara del fatto che quel “favore” sarebbe stata una delle missioni più difficili a cui lei avesse mai partecipato in tutta la sua vita.

~

“Questa è una pessima idea.”

Quello era stato l’unico pensiero di Naoto quando Dojima le aveva esposto ciò che lui aveva chiamato “favore” e che lei avrebbe invece rinominato volentieri “missione impossibile”.

E, nonostante fossero passati ben quattro giorni, la ragazza continuava a pensare la stessa identica cosa.

Con la divisa maschile della Yasogami High School indosso e la cartella sotto braccio, la detective si trovava ora di fronte al cancello principale del liceo di Inaba, ad osservare l'enorme quantità di studenti che entravano nell'edificio.

Ok, certo; era stata sua la supposizione che Satonaka potesse essere la prossima vittima ed aveva perfettamente senso che la seguissero per poterla proteggere e, nel migliore dei casi, catturare anche l’assassino. Ma non pensava certo che Dojima si mettesse subito in moto. E, soprattutto, non si immaginava di doversi trovare in una situazione simile.

Naoto sbuffò, superando il cancello e entrando nell’edificio, stando attenta ad attirare su di sé meno sguardi possibile.

Alla fine dei conti, veniva sempre tratta come una ragazzina.

Non che in quel caso fosse una brutta cosa però.

Dopotutto, nessun altro agente avrebbe potuto compiere quella missione senza creare scompiglio. Insomma, non è un poliziotto che si piazza davanti ad un ingresso scolastico, per accompagnare Satonaka fino a lì e fare in modo che torni a casa sana e salva non era sicuramente la migliore delle opzioni.

Inoltre questo avrebbe insospettito anche l’assassino, che avrebbe quindi potuto cambiare target…

Sì, alla fine dei conti, l’idea di Dojima non era proprio così terribile.

Era solo il fatto che fosse Naoto e non una qualunque altra sedicenne a doverla mettere in atto a renderla un completo disastro.

Con la coda dell’occhio osservò quello che gli altri ragazzi facevano, raggiungendo anche lei quello che le avevano designato come suo armadietto.

Non era mai stata in una scuola del genere prima di allora.

Aveva smesso di frequentare le scuole pubbliche quando andava in terza elementare e aveva continuato i proprio studi grazie alle lezioni private con i docenti che suo nonno aveva scelto appositamente per lei.

Eppure ora eccola lì, la detective Naoto Shirogane che si ritrovava a fingere di essere un liceale qualsiasi, trasferitosi da poco in quella cittadina.

«Shirogane, giusto?»

Una delle professoresse che si trovava lì vicino la chiamò e Naoto sussultò leggermente, completamente colta alla sprovvista.

Che avesse già fatto qualcosa di sbagliato?

No, era impossibile…

«S-Sì?» domandò, voltandosi verso di lei.

La donna la squadrò da capo a piedi, mostrando uno sguardo per niente gentile.

Naoto nel frattempo era stata fin troppo distratta dal suo abbigliamento.

La donna indossava una camicetta stretta, terribilmente stretta, che mostrava fin troppo il suo seno prosperoso. Certo, non che l’enorme scollatura e il fatto che i primi due bottoni fossero sganciati non aiutasse a quello scopo.

«Sono la professoressa Kashiwagi.– si presentò poi, passandosi una ciocca dei capelli castani tra le dita –Sono la coordinatrice della tua classe. Vieni, ti accompagno.»

Naoto non era molto sicura di voler seguire quella donna.

Tutto quanto nel suo comportamento, dal modo in cui camminava al modo in cui la guardava, la metteva terribilmente in soggezione.

Non avendo altra scelta però, la ragazza iniziò a seguire la sua professoressa, mentre sentiva lo sguardo di tutti gli studenti nel corridoio puntarsi su di lei.

Fortunatamente la sua classe non era lontana dall’ingresso.

Come Naoto aveva visto quando era andata a fare una breve ispezione nella scuola accompagnata da Dojima quella domenica, le aule degli studenti del primo anno si trovavano al piano terra e, la classe 1-3, la sua sezione, si trovava proprio accanto all’ingresso.

Questo era vantaggioso, molto vantaggioso.

Dalla porta della sua aula poteva infatti sorvegliare perfettamente le scale che portavano al primo piano, dove Chie Satonaka doveva dirigersi per andare a lezione, e allo stesso di tenere d’occhio anche gli armadietti e l’uscita.

«La lezione inizierà tra pochi minuti.– la informò Kashiwagi, continuando ad osservarla dall’alto verso il basso –Entra solo quando ti chiamo io, così ti presenti ai tuoi compagni.»

Prima che Naoto potesse anche solo ribattere, la donna era già sparita oltre la porta.

Ora sì che veniva la parte difficile.

Naoto non era mai stata brava in quelle cose.

Socializzare era per lei un qualcosa che l'aveva sempre messa a disagio, da quando aveva l'età di cinque anni.

Non si era mai trovata bene nel parlare con gli altri e, l'incubo di dover chiacchierare con un gran numero di persone, le avevano sempre fatto preferire la continuazione delle sue lezioni private, nonostante il suo segretario avesse provato più volte a iscriverla in una scuola una volta raggiunta l’età per fare le medie.

Eppure ora era lì, di fronte all'aula della classe 1-3 della Yasogami High School, e stava solo aspettando che quella donna le facesse cenno di entrare.

Fu grata del fatto che il codice d'abbigliamento non fosse così rigido e che quindi le avevano dato il permesso di tenere il suo cappello da cui odiava separarsi.

Un gran numero di voci arrivavano alle sue orecchie dalla porta dell’aula e Naoto si domandò se fosse così ogni mattina o se quel chiacchiericcio derivasse dal fatto che un nuovo studente stava per presentarsi alla classe.

Questa era comunque una delle poche domande di cui, sinceramente, sentiva che conveniva non sapere la risposta. 

«Shirogane, ora puoi entrare.»

Quando la professoressa la chiamò, la detective entrò all'interno dell'aula, trattenendo l’ansia ben visibile che si era impadronita di lei.

«Presentati alla classe.»

Oh ci mancava anche questo adesso.

Non poteva mettersi direttamente a sedere? Doveva davvero presentarsi a tutta quella gente…?

Le bastò un'occhiata per capire che le cose non sarebbero andate per niente bene.

Da quando aveva messo piede nell’aula, il chiacchiericcio di poco prima era aumentato e, soprattutto da parte delle ragazze, non stavano mancando occhiate e bisbigli rivolti a lei.

Naoto sentì quasi l’impulso di uscire immediatamente da quella stanza e di tornare in centrale, mettersi a sedere alla scrivania che le avevano assegnato e tornare a indagare per conto suo. Quando il volto contrariato di Dojima le venne in mente, però, capì che forse non era poi una buona idea.

«Sono Naoto Shirogane.– disse, cercando di apparire il più composta e fredda possibile, come al suo solito –Piacere di conoscervi.»

Non appena parlò le ragazze, che per un secondo erano state in silenzio, ricominciarono immediatamente a “sussurrarsi” qualcosa tra di loro.

Qualcosa che, anche se Naoto non voleva sentire, era comunque fin troppo udibile.

«E' carino non trovi??»

«E poi sembra così timido! Ha un'aria così misteriosa!»

«Chissà, magari è lui la mia anima gemella.»

...Forse era meglio ignorarle.

«Puoi sederti lì, Shirogane.»

La professoressa attirò nuovamente la sua attenzione e Naoto seguì il dito della donna, individuando il banco che lei le stava indicando.

Era un posto abbastanza nascosto dal punto in cui lei si trovava in quel momento, il che era un bene visto che sapeva già che avrebbe passato il tempo delle lezioni a studiare per il caso.

Dojima aveva parlato di andare a scuola, non di seguire.

Naoto si diresse al suo posto, continuando ad ignorare le occhiate e i bisbigli che la circondavano.

E fu in quel momento che il tempo fu come se si fosse fermato.

Seduto al banco esattamente dietro al suo  un ragazzo che lei era convinta di aver già visto prima la stava guardando con gli occhi spalancati, la bocca semiaperta come per dirle qualcosa che però non uscì mai dalle sue labbra, mentre le guance erano così rosse che la ragazza temette potessero andargli in fiamme.

Lei lo scrutò velocemente, cercando di capire dove lo avesse già visto.

Osservò con attenzione i capelli, di un biondo così chiaro da essere necessariamente finto, che erano tirati indietro, tenuti fermi dall'enorme quantità di gel. Passò poi a esaminare i numerosi piercing che si trovavano sia sul sopracciglio sia alle labbra che al naso e il suo sguardo fu anche catturato dal suo orecchino.

Ma fu solo quando i loro sguardi si incrociarono che Naoto lo riconobbe.

Era lo stesso ragazzo che aveva incontrato con Adachi qualche giorno prima, quando era arrivata ad Inaba per la prima volta.

Era lo stesso teppista che il poliziotto stava sgridando...

«Shirogane, qualcosa non va?»

Quando la professoressa la richiamò, Naoto si rese conto che dovevano essere passati almeno 60 secondi da quando si era completamente incantata a guardare quel ragazzo.

Imbarazzata, annuì leggermente, per poi sedersi velocemente al suo posto e tirare fuori il libro di testo.

Non aveva minimamente idea di cosa le fosse preso.

Non era la prima volta che incontrava tipi come lui e, sicuramente, non erano certo stati i piercing che indossava o il modo in cui teneva i capelli ad averla completamente fatta incantare a quel modo.

Eppure nel momento in cui i loro sguardi si erano incrociati, Naoto aveva sentito come una fortissima scarica attraversarla.

E anche in quel momento poteva sentirla.

Poteva chiaramente percepire la tensione a cui ogni millimetro del suo corpo era sottoposto, mentre il ragazzo dietro di lei continuava a fissarla.

La ragazza poteva sentire lo sguardo di lui fisso sul suo collo, come se non avesse smesso neanche un minuto di osservarla.

Si portò le mani alle guance, rendendosi conto solo in quel momento di quanto il suo viso stesse andando a fuoco.

 

Le ore di lezione passarono così, senza che lei potesse fare molto se non seguire ciò che quella professoressa stava spiegando. 

Nonostante le sembrasse assurdo, poteva sempre sentire lo sguardo del ragazzo dietro di lei fisso sulla sua schiena, come se non avesse mai smesso di osservarla per tutto quel tempo.

Cosa voleva da lei?

Naoto non ne aveva idea, ma, dopo ben quattro ore di lezione, iniziava a sentirsi in soggezione.

La cosa che comunque la stava spaventando di più, non era il fatto che lui continuasse a fissarla, ma il fatto che quello sguardo le stava dando una strana sensazione di tranquillità e calma che mai prima di allora aveva provato.

Possibile che il suo istinto stesse cercando di dirle qualcosa?

Le era capitato molto spesso che il suo sesto senso cercasse di farle notare che qualcosa non andava in quel modo, mettendola a suo agio. Sì, nemmeno lei aveva mai capito il perché di quel paradosso.

Il suono della campanella la riscosse dai suoi pensieri e Naoto si alzò.

Era la pausa pranzo e, visto che non era venuta certo in quella scuola con l’intenzione di socializzare e “farsi nuovi amici” (come le aveva detto Dojima quando le aveva esposto il suo piano), lei era già pronta ad uscire dall'aula e a passare quel tempo a cercare Satonaka.

Non sapeva nemmeno se la ragazza era venuta a scuola quella mattina.

Naoto si era fatta dare l'indirizzo di casa di Satonaka dai suoi colleghi e, prima dell'inizio delle lezioni, si era appostata davanti lì vicino, aspettando che la ragazza uscisse.

Ma Satonaka non si era fatta viva.

Proprio in quel momento le era arrivata una mail da Dojima, che l’avvisava del fatto che i suoi genitori di Satonaka gli avevano appena riferito che ultimamente la ragazza usciva di casa molto presto, per poter passare la mattina ad allenarsi e migliorare il suo kung-fu.

Questa informazione aveva fatto suonare più di un campanellino d’allarme nella testa di Naoto.

Dopotutto non era un segreto che Satonaka volesse affrontare l’assassino...

«Ehy.»

Quando una voce la chiamò alle sue spalle, Naoto sussultò leggermente, voltandosi.

Una ragazza si era avvicinata a lei e ora le stava sorridendo.

«Tu sei Shirogane, giusto? È vero che sei un detective?»

...

Non erano passate neanche cinque ore che la sua copertura era già saltata.

«Non so di cosa tu stia parlando.» le disse lei, stando ben attenta a mantenere la sua voce mascolina.

La ragazza ridacchiò leggermente.

Naoto era abbastanza sicura di averla già vista, solo non ricordava dove.

«Eppure a me dicevi sempre tutto Nao.»

E fu in quel momento che la riconobbe.

Solo una persona avrebbe potuto chiamarla in quel modo.

Nonostante fosse evidentemente cresciuta, la ragazza non aveva perso nessuno dei suoi tratti caratteristici: aveva ancora la pelle candida e liscia, il viso magro con il mento leggermente a punta e portava sempre i capelli legati in quelle code alte che le incorniciavano il viso ed erano esattamente dello stesso colore che Naoto si era sempre immaginata ogni volta che vedeva quella bambina sorridere di fronte a lei.

Anche la voce dolce e melodiosa era la stessa di un tempo.

Colta completamente alla sprovvista, la detective afferrò il braccio della ragazza di fronte a sé, uscendo poi di corsa dalla stanza, sotto gli sguardi attoniti del resto della classe.

«Rise, si può sapere cosa ci fai qui?!»

Rise Kujikawa era stata la migliore amica di Naoto fin da quando lei ne aveva memoria.

La famiglia dei Kujikawa abitava esattamente accanto a casa sua e non era raro che lei e Rise passassero le giornate insieme.

Non che avessero mai avuto tanti interessi in comune.

Naoto ricordava bene anche come finissero spesso a litigare, visto che lei voleva passare il tempo a leggere libri che narravano dei detective che tanto ammirava, mentre l’amica avrebbe preferito giocare ad uno di quei giochini che la detective aveva sempre reputato altamente stupidi, come far finta di essere modelle o truccarsi a vicenda. Alla fine comunque trovavano quasi sempre un compromesso.

Quando i genitori di Naoto morirono, però, la ragazza si trasferì nella villa del nonno e da allora aveva completamente perso tutti i contatti con Rise.

O almeno, fino a quel momento.

«Semmai dovrei essere io a chiedertelo, cosa ci fa qui una detective come te-»

Naoto le tappò immediatamente la bocca, arrossendo.

«Usa il maschile.» le sussurrò, guardandosi intorno con la punta dell'occhio, per essere sicura che nessuno le stesse osservando.

Rise ridacchiò, spostandole la mano.

Doveva essere un incubo. Doveva per forza essere un incubo.

Rise Kujikawa era la persona meno adatta a mantenere segreti.

Non lo faceva con cattiveria, davvero, ma la sua parlantina era tale che, nel momento in cui iniziava a parlare, non si sapeva mai dove il discorso poteva andare a parare.

Con una come lei in classe, Naoto rischiava davvero di mandare a l’aria tutte le indagini.

«Scusami Naoto.– disse, e la detective le fu grata che non la stesse chiamando più con quello stupido nomignolo –Sono solo molto sorpresa di trovarti qui. Stai lavorando a quel caso di omi-»

Con uno scatto, la mano di Naoto tornò sulla bocca dell’altra.

Come volevasi dimostrare Rise era già riuscita a metterla in una situazione precaria tre volte nell’arco di cinque minuti.

Naoto si guardò nuovamente intorno, individuando almeno una decina di studenti che le stavano osservando in maniera alquanto curiosa.

«Possiamo parlarne da un'altra parte?» azzardò, guardando la ragazza negli occhi.

Doveva almeno fare in modo che nessuno la sentisse.

Rise annuì e si tolse, per la seconda volta, la mano di Naoto da sopra la sua bocca.

«Vieni.– le disse, afferrandola per il braccio –Andiamo sul tetto.»

Non che la detective avesse tanta scelta.

Prima ancora che potesse anche solo dire qualcosa infatti, la ragazza aveva già iniziato a trascinarla su per le scale, con la stessa determinazione che aveva sempre avuto, da quando erano piccola.

Un piccolo sorriso si formò sulle labbra di Naoto quando si rese conto che, nonostante tutto il tempo che era passato, Rise era rimasta esattamente la stessa.

La detective sapeva che anche lei aveva fatto carriera nel tempo in cui erano state separate.

Le era capitato più di una volta di trovarsi davanti i poster dove la ragazza veniva raffigurata nei suoi scintillanti, appariscenti e (doveva ammetterlo) a volte imbarazzanti costumi da ballo.

Aveva anche provato ad ascoltare qualcuna delle sue canzoni, ma Naoto non era molto il tipo da seguire una idol.

«Quindi, ora puoi dirmi cosa ci fai qui?»

Rise aveva aperto la porta del tetto della scuola ed era uscita all’esterno, appoggiando la propria schiena contro il recinto che delimitava il perimetro.

Naoto sospirò.

Non aveva minimamente via di scampo.

Si guardò intorno, accertandosi che nessuno fosse nelle vicinanze.

«Sì, sono qui per il caso di omicidi.– rispose, abbassando leggermente la visiera del cappello –Devo frequentare la scuola perché devo tenere d’occhio la prossima vittima.»

Gli occhi di Rise si illuminarono e la ragazza capì immediatamente di aver parlato troppo.

«Qualsiasi cosa ti stia passando per la testa, è un no.»

«Posso aiutarti anche i-»

«Scordatelo.»

«Ma io-»

«Negativo.»

La idol incrociò le braccia sotto il petto, gonfiando le guance.

Di fronte a quella reazione, Naoto non potè fare a meno di pensare che era esattamente infantile come dieci anni prima.

«E io che ero pronta ad aiutarti.» commentò Rise, utilizzando il suo tono da cagnolino bastonato.

«Rise, non funzionava dieci anni fa, figurati se funziona adesso.» rispose la detective, ridacchiando.

Era strano come tutto non fosse cambiato.

Come quei dieci anni che le avevano separate fossero in realtà come se non fossero mai accaduti.

La idol sbuffò.

«Va bene va bene. Cambiamo argomento.»

Quando Naoto vide il sorriso che si stava formando sul suo volto però, si trovò a pensare che forse sarebbe stato meglio che quegli anni potessero sul serio farsi sentire.

«Hai trovato la tua anima gemella?»

La ragazza avrebbe voluto negare.

Dire ad una persona come Rise che aveva trovato la sua persona destinata, era come dirlo in diretta sulla TV nazionale. Solo che le persone a fare domande in quel caso sarebbero state migliaia, in questo una sola; ma Naoto non era poi tanto sicura quale delle due opzioni fosse la migliore.

In tutto questo, non fece neanche in tempo a dare una risposta, in quanto la idol la precedette.

«Sei arrossita! Ok, chi è il fortunato?» esclamò, allontanandosi dalla ringhiera e afferrandole le mani.

«E-eh? M-ma io-»

«Oh è una lei? Va bene uguale Naoto, ho sempre sospettato che fossi lesbica! Dimmi chi è!»

Ci mancava anche questa adesso.

«Rise aspetta-»

«Da quanto vi conoscete? State insieme da tanto? Come è stato quando l’hai trovata? Oddio, aspetta, tu quindi vedi i colori? Di che colore sono i miei capelli? E il fiocco di questa divisa? Io penso sia un colore chiaro, ma non riesco molto a comprendere quale possa essere.»

E mentre Rise continuava a sommergerla di domande, Naoto si chiese cosa le fosse passato nell’anticamera del cervello quando, pochi minuti prima, non aveva fatto finta di non riconoscerla nemmeno.

 

«Quindi... mi stai dicendo che la tua anima gemella non vuole che tu sia la sua anima gemella?»

«Grazie per l’incoraggiamento, Rise, davvero.»

Naoto si passò una mano sul volto, esasperata.

Erano ormai più di quaranta minuti che si trovavano sul tetto, sedute su una delle tante panchine di pietra che si trovavano in quello spiazzo.

In quell'arco di tempo, aveva raccontato tutto alla sua amica.

Non pensava affatto che ne avrebbe mai parlato con qualcuno e in effetti farlo le era servito molto per sfogarsi.

Le aveva raccontato di come lei e Adachi si fossero conosciuti, di come lei avesse provato (seppur non con molta insistenza) a parlare con lui e di come lui non aveva mai fatto niente per avvicinarla.

Le aveva anche esposto le sue paure, come il fatto che, forse, l'uomo non voleva stare con lei a causa della loro differenza di età.

«Ma è strano Naoto.– Rise inclinò la testa, un gesto che Naoto le aveva visto fare più volte quando erano piccole e di cui evidentemente ancora non aveva perso l'abitudine –Alla fine l'età conta poco in queste cose. Dopotutto se siete stati destinati come anime gemelle non è che lui può scappare da questo fatto, no?»

La detective non aveva mai pensato alle cose da quel punto di vista.

Rise aveva ragione, tremendamente ragione.

Dopotutto, se lei e Adachi erano destinati a stare insieme... perché lui si stava rifiutando con tutto se stesso a quel modo?

«Non è che magari hai sbagliato persona?» azzardò Rise.

«Come posso aver sbagliato persona?– le fece notare la detective, sospirando –I colori sono apparsi quando ho incontrato il suo sguardo! Non quello di qualcun altro!»

La idol la guardò per un attimo.

Poi, portò una mano al mento, come faceva sempre quando da piccole giocavano a fare le detective e facevano finta di risolvere vari casi.

Quel gesto doveva esserle rimasto impresso.

Oppure la stava prendendo in giro.

Naoto non era convinta di voler sapere quale delle due opzioni fosse la risposta.

«Aspetta, ma lui cosa sa di te?»

La domanda che Rise le aveva posto la fece tornare con i piedi per terra.

«In che senso...?» 

«In quale senso dovrei chiedertelo, Naoto? Ci avrai parlato, no? Cosa gli hai detto di te?»

Naoto non sapeva bene come rispondere a quella domanda.

A dire la verità, non erano stati poi così tanti i suoi tentativi di parlare con Adachi.

Certo, ci aveva provato, davvero; ma ogni volta che vedeva che l'uomo le dava poco spago, la ragazza smetteva immediatamente di tentarci e si comportava come se nulla fosse, chiudendosi completamente a riccio.

Le loro "chiacchierate" poi (se così si potevano definire) riguardavano solo il caso e mai i loro fatti personali, i loro hobby, ciò che li riguardava...

«Naoto?»

«Ci sto pensando Rise, non mettermi fretta.»

La idol davanti a lei si lasciò andare una piccola risata quando vide che Naoto era in difficoltà.

Sicuramente doveva trovare divertente il fatto che, per una volta, non era lei quella ad aver bisogno di aiuto, così come accadeva quando erano piccole.

Ma cosa poteva farci? Non era mai stata brava in quelle cose!

«Almeno sa che sei una ragazza?»

«Certo che lo s-»

La detective si bloccò, voltandosi incredula verso l'amica.

Adachi sapeva che lei era femmina?

«Oddio Naoto, sei un caso disperato!»

Non sapeva perché, ma quell'uscita Naoto se l'aspettava.

«Non ci ho pensato! È successo tutto così in fretta che non ci ho fatto poi così tanto caso!»

Ora sì che si stava vergognando.

Non poteva credere di aver commesso un errore del genere, non per un qualcosa di così importante poi.

Rise si stava chiaramente trattenendo dal mettersi a ridere, perché le due piccole fossette che si formavano ogni volta che stava per farlo erano ben visibili sul suo volto.

«Quindi mistero risolto, no? Lui non è gay e quindi non comprende il perché tu sia la sua anima gemella.– le disse la idol, sorridendo –Ma se ora ne parlate insieme sono convinta che le cose andranno per il meglio.»

Naoto avrebbe voluto ribattere, ma per la prima volta da quando quella conversazione era iniziata, sentiva che non ce n'era il bisogno.

Rise aveva ragione.

La detective sorrise, rendendosi conto che forse, quindi, tutto non era davvero così perduto come se lo era immaginato.

«Rise è questo che volevi?»

Una voce arrivò dalle sue spalle e la ragazza sussultò, completamente colta alla sprovvista.

«Kanji! Ma quanto ci hai messo? Ti ho mandato il messaggio oramai trenta minuti fa!»

Rise si era alzata in piedi e si stava adesso dirigendo verso il ragazzo che era appena apparso dietro di loro.

Naoto sentì il suo cuore perdere un battito non appena notò i piercing e i capelli biondi che aveva osservato poche ore prima.

Era lo stesso ragazzo che stava al banco dietro di lei.

«Ho visto che stavate parlando. Non mi sembrava il caso di disturbarvi.»

Oddio no.

Non poteva aver sentito!

«Kanji, non si origliano i discorsi degli altri!»

Il tono con cui Rise pronunciò era giocoso e chiunque avrebbe sorriso ad un’affermazione del genere.

Il volto del ragazzo, però, rimase completamente impassibile.

Questa cosa doveva aver colto di sorpresa anche Rise, perché Naoto la vide inclinare la testa di lato, come per domandarsi cosa stesse succedendo.

«Non ho origliato niente.– disse lui, passandole il sacchetto in cui teneva il cibo comprato alla mensa scolastica –Vi ho solo visto da lontano e ho capito che stavate facendo un discorso serio. Quindi ho aspettato.»

Non sapeva perché, ma Naoto non era minimamente convinta di quella teoria.

Anzi, il fatto che quel ragazzo fosse stato fino a quel momento dietro alla porta del tetto, le fece pensare che in realtà aveva fatto di tutto per sentire la loro conversazione.

Fu in quel momento che si rese conto che lui la stava osservando, con un’espressione che la ragazza non riusciva a decifrare in volto.

«Adesso me ne vado comunque.»

Il ragazzo che doveva chiamarsi Kanji si voltò dando le spalle alla detective, dopo aver pronunciato quelle parole con un tono di voce neutro, quasi completamente inespressivo.

«Eh?– Rise lo afferrò per un braccio –Ma non mangi con noi? Volevo presentarti il mio amico!»

Naoto fu grata di sentire che la idol stava continuando a usare il maschile quando si riferiva a lei.

Forse poteva sperare che la sua copertura non cadesse così presto come aveva immaginato quella stessa mattina.

«No Rise, ho da fare.» rispose lui, in maniera secca.

La detective vide la sua amica aprire la bocca per ribattere, ma, con sua grande sorpresa, Rise non disse niente e le sue labbra si richiusero lentamente.

Un'espressione preoccupata, quasi malinconica, si dipinse sul suo volto, mentre continuava ad osservare il volto del ragazzo accanto a lei.

Poi, lentamente, lasciò andare il suo braccio, senza smettere di osservarlo.

Naoto non poteva sapere cosa Rise avesse visto nel viso di quel ragazzo per convincerla a lasciarlo andare, senza fare alcuna storia. Ma poteva immaginare che fosse successo qualcosa di serio.

Dopotutto, quello non era minimamente un comportamento “da Rise”.

«Ci vediamo dopo... ok?» gli disse, con un tono che la detective non le aveva mai sentito usare prima.

Il ragazzo non disse nulla.

Annuì semplicemente, dirigendosi poi verso l'uscita del tetto, senza che Naoto riuscisse a vedere il suo volto.

Rise rimase per un attimo a osservare il punto dal quale il ragazzo era uscito, senza dire una parola.

«Rise è tutto ok?»

Quando Naoto la chiamò, la ragazza si voltò verso di lei.

Per un attimo, anche se solo per un attimo, le mostro quell’espressione confusa e malinconica di poco prima.

Poi, come se niente fosse successo, tornò a essere la Rise di sempre.

«Sì, va tutto bene– rispose, sorridendo –Ora mangiamo prima che la pausa pranzo finisca!»

Nonostante la cosa fosse sospetta, Naoto decise di non fare più domande.

~

Nonostante Naoto avesse lavorato a casi ben più impegnativi di quello, non aveva mai avuto una così pesante giornata di lavoro prima di allora. 

Dopo aver passato il resto delle ore scolastiche a lezione, la ragazza aveva aspettato Satonaka appostata accanto alla porta della sua aula, osservando le scale che portavano al piano superiore.

Con lei c’era Rise, anche se ovviamente la detective l’aveva lasciata completamente ignara di quello che stesse facendo.

Quello che la ragazza notò in quel periodo di tempo in cui rimasero insieme, fu che la idol continuava a lanciare occhiate preoccupate al banco dietro a quello di Naoto, il posto del ragazzo chiamato Kanji.

In effetti, quando erano tornate dalla pausa pranzo, la sua cartella non c’era più e il ragazzo non si era più fatto vivo a lezione.

Non che questo a Naoto interessasse. Non aveva alcun contatto con quella persona, né ci teneva particolarmente ad averlo.

Comunque, dopo aver aspettato per circa 30 minuti Satonaka e quando stava ormai per andarsene, convinta che forse alla fine la ragazza non era venuta a scuola quella mattina, la detective individuò finalmente il suo obiettivo.

Dopo aver salutato velocemente una Rise alquanto confusa dalla fretta improvvisa della sua amica, Naoto, senza farsi notare, aveva seguito Satonaka per tutto il tragitto verso casa, così come Dojima le aveva ordinato.

Era quasi convinta di aver finito il suo lavoro e di poter finalmente tornare in centrale, quando si rese conto che, evidentemente, la ragazza non aveva alcuna intenzione di tornare a casa subito dopo la scuola, ma aveva decisamente voglia di portare avanti il suo allenamento intensivo di kung fu.

La detective fu infatti costretta a seguirla per quasi tutta Inaba, mentre quella che era diventata una sua senpai continuava a correre e a fermarsi ogni tot metri, per fare i suoi esercizi di arti marziali.

In breve, Naoto riuscì a liberarsi solo quando il sole era ormai quasi del tutto calato e Satonaka era finalmente entrata nella sua abitazione.

«Hai corso per caso Shirogane?»

La detective lanciò uno sguardo arrabbiato a Dojima.

Adesso si trovava a sedere alla sua scrivania, il fiatone che ancora non le era andato via del tutto e un bicchiere d'acqua nella mano sinistra.

«Non si nota, Dojima?» gli rispose, sarcasticamente.

L'uomo ridacchiò, portando la mano dietro il collo.

Naoto ricordò che anche Adachi lo faceva spesso, così come aveva potuto constatare la prima volta che si erano conosciuti.

Che fosse un gesto che aveva assimilato osservando il suo superiore?

«Ti ringrazio per quello che hai fatto.– le disse poi l’uomo, lasciando Naoto leggermente confusa –Nessun altro poteva fare da infiltrato a scuola, spero che almeno ti farai degli amici.»

Sinceramente, quello era proprio l'ultimo dei suoi pensieri al momento.

«Non ho bisogno di così tante attenzioni Dojima.– rispose lei, nonostante non riuscisse a eliminare completamente l'ombra del sorriso che si era formato sulle sue labbra –Non sono un bambino.»

L'uomo la guardò per un attimo.

Naoto non sapeva davvero perché, ma si pentì quasi di aver pensato che quel poliziotto l'avesse trattata come una bambina il primo giorno in cui aveva lavorato lì.

Solo in quel momento forse si era resa conto che lui cercava solo di proteggerla.

«Beh, lo so che non lo sei. Ma vedi di non crescere troppo in fretta, ok?– le disse lui, alzandosi –Ora torniamo a lavoro.»

Naoto rimase leggermente sorpresa da ciò che l'uomo le aveva appena detto.

Erano le stesse identiche parole che le ripeteva sempre suo nonno ogni volta che lei, da bambina, insisteva per prendere parte ad uno dei suoi casi.

Una leggera sensazione di felicità la colse quando si rese conto di quanto Dojima tenesse a lei.

«La ringrazio Dojima.» sussurrò, sorridendo debolmente.

L'uomo le sorrise a sua volta, per poi dirigersi verso il suo ufficio, lasciandola sola.

Naoto si guardò intorno.

La stazione di polizia era quasi del tutto vuota e quasi nessun agente continuava a lavorare a quell'orario.

Forse poteva davvero provarci.

Poteva davvero andare a parlare con Adachi, a spiegargli la situazione...

Dopo la chiacchierata con Rise, Naoto si sentiva molto più sicura su quel fronte, soprattutto dopo che la sua amica le aveva fatto notare il suo madornale errore.

Dopo aver lanciato un’ultima occhiata alle foto e ai fascicoli che aveva sulla scrivania e che fino ad un minuto prima aveva intenzione di riesaminare dall’inizio, per l’ennesima volta, in cerca di quel dettaglio che continuava a sfuggirle, la ragazza decise che a quello poteva pensarci anche più tardi, a casa sua.

Sì alzò quindi dalla sedia, dirigendosi verso quello che aveva capito essere l'ufficio dell'uomo che le interessava.

Quando alzò la mano per bussare sentì il suo cuore iniziare a batterle nel petto, come se quel momento fosse uno dei più importanti della sua vita.

E, in effetti, lo era.

Ciò che si sarebbero detti lei e Adachi di lì a poco avrebbe messo fine a quella storia che continuava da quando lei aveva messo piedi ad Inaba.

Dopotutto, non aveva alcun senso continuare a soffrire e a correre dietro quell'uomo se lui non voleva avere niente a che fare con lei.

Ma, almeno questo, Naoto voleva sentirselo dire di persona.

La ragazza fece un respiro profondo, raccogliendo tutto il coraggio di cui aveva bisogno e cercando allo stesso tempo di mantenere la sua solita compostezza.

Ma, quando le sue nocche stavano per toccare la porta di legno, questa si aprì.

E Naoto sentì nuovamente, per la terza volta quel giorno, il suo cuore fermarsi.

Il ragazzo che Rise aveva chiamato Kanji si trovava davanti a lei, con un’espressione triste in volto.

Non sapeva perché, ma non appena i loro sguardi si incrociarono, come era successo quella mattina, la ragazza sentì una forte fitta al petto, come se lei stessa non potesse sopportare la tristezza che poteva vedere riflessa negli occhi di lui.

Tristezza che, però, durò a malapena un secondo.

Quando la riconobbe, Kanji tornò immediatamente a mostrarle la sua espressione neutra che lei aveva già potuto osservare durante la pausa pranzo, sul tetto della scuola, e, senza neanche salutarla, la superò, dirigendosi velocemente verso l'uscita.

Naoto lo seguì con lo sguardo, continuando ad osservare quella schiena che si allontanava, esattamente come era successo poche ore prima, la forte sensazione di malinconia che l’aveva travolta che ancora non se n’era andata.

Sentì quasi l’impulso di corrergli dietro, di fermarlo, afferrandogli il braccio, e di urlargli qualcosa di cui neanche lei era a conoscenza.

Mosse il primo passo, come in un completo stato di tranche.

«Shirogane, devi dirmi qualcosa?»

Solo quando Adachi la chiamò la ragazza si rese conto di dove si trovava..

Si voltò verso di lui, maledicendosi interiormente per essersi distratta a quel modo.

Cosa cavolo le era preso?!

«Sì, devo parlarti.» riuscì a dire, rendendosi conto solo in quel momento di quanto la sua voce fosse più roca del solito.

Doveva assolutamente ricomporsi.

«Anche io.– rispose lui, sorridendole –Entra pure.»

Naoto entrò nella stanza e chiuse la porta alle sue spalle, avvicinandosi poi alla scrivania.

Ad ogni passo che muoveva verso l’uomo di fronte a lei poteva sentire tutta la sensazione di malinconia di poco prima svanire, poco a poco, e venire nuovamente sostituita dall’ansia.

«Non essere così teso.– ridacchiò Adachi, indicandole la sedia di fronte a lei –Siediti pure, non mordo mica.»

La ragazza annuì, mentre sentiva il cuore iniziarle a martellarle nuovamente nel petto.

Calma. Doveva stare calma.

Dove era finita tutta la compostezza che era riuscita a recuperare prima di bussare a quella dannata porta?

«Dimmi pure.»

Adachi le fece cenno di parlare e Naoto si chiese se ne poteva essere davvero in grado.

Abbassò lo sguardo, puntando gli occhi sulle sue mani, che teneva congiunte sul suo grembo.

Doveva parlare.

Doveva tirare fuori quelle parole che continuavano a vibrarle nella gola e che non avevano abbastanza forza per uscire.

Doveva mettere fine a quella storia.

«Volevo solo dirle che non comprendo il suo atteggiamento.– quando iniziò a parlare, Naoto non riuscì neanche a capire da dove stesse tirando fuori il coraggio per farlo –È da quando ci siamo incontrati ed è successo quello che è successo che io cerco di attirare la sua attenzione. Ma ogni volta che ci provo lei mi stronca sul nascere. So che è imbarazzante chiederlo, ma c'è qualcosa che non le piace di me? C'è un motivo particolare che  l’ha spinto ad ignorarmi nonostante il fatto che io e lei siamo anime gemelle...?»

Le parole, che inizialmente uscivano dalle sue labbra con una velocità normale, avevano ricevuto un decisivo sprint finale, mentre il loro volume si era abbassato notevolmente, così che l’ultima domanda era stata quasi un sussurro.

Il silenzio era calato nella stanza.

Naoto non aveva neanche il coraggio di alzare lo sguardo e incontrare quello di Adachi.

Forse era arrabbiato?

 Cosa sarebbe successo adesso? L'avrebbe odiata sul serio?

Visto che l’uomo continuava a non risponderle, con la coda dell'occhio, la ragazza provò a osservare la sua espressione.

Il suo cuore perse un battito.

Adachi era arrossito.

«Vedi Naoto... posso chiamarti così vero?– quando Naoto annuì con decisione, lui continuò –Il punto è che io sono sempre stato convinto di essere etero. E tu sei-»

«Sono una ragazza.» 

Il silenzio calò nuovamente tra di loro e Naoto pensò che forse avrebbe dovuto usare un po' più di tatto.

Solo non sapeva davvero come altro dare quell’informazione.

Solo il fatto che Rise avesse ragione le sembrava una pazzia.

Guardò nuovamente l'uomo di fronte a lei.

Ora si che era arrossito.

Dopo un tempo che le sembrava infinito, Adachi si schiarì la voce.

«Scusami, ecco... non lo sembri molto.» commentò, portandosi la mano dietro al collo.

Era a disagio.

E questa cosa Naoto la trovava fin troppo carina.

«Beh, è quello il mio scopo.» ridacchiò leggermente lei, abbassando la visiera del proprio cappello.

Anche lei era a disagio.

E questa cosa a Naoto piaceva decisamente meno.

Stettero in silenzio per un tempo che gli sembrò quasi infinito.

Nessuno dei due osava muovere neanche un muscolo, come se avessero entrambi paura di fare un qualcosa che avrebbe potuto spaventare l'altro.

«Naoto.»

La ragazza sussultò visivamente quando Adachi la chiamò per nome.

«Sì...?» domandò, non avendo neanche il coraggio di alzare lo sguardo.

Cosa le avrebbe detto?

Magari adesso stava prendendo davvero in considerazione l'idea di uscire con lei?

O magari anche adesso non voleva avere niente a che fare con una sedicenne con chiari problemi con la sua femminilità?

«Guardami.»

Naoto deglutì.

Lentamente, alzò lo sguardo, dirigendolo verso di lui.

E fu in quel momento che accadde.

Adachi si sporse lungo la scrivania e le loro labbra si unirono.

Il cuore della ragazza iniziò a martellarle con così tanta forza nel petto che lei pensò che poteva rischiare sul serio di morire lì, in quella stanza. Ma allo stesso tempo pensava che, se era quello il motivo della sua morte, le poteva andare anche bene.

Non avendo minimamente idea di come comportarsi, cercò di lasciarsi andare e fece in modo che Adachi prendesse il controllo della situazione.

Quando lui iniziò a tornare lentamente verso il suo posto, al di là della scrivania, Naoto si alzò e poggiò le mani sul tavolo, non volendo che quel contatto si eliminasse troppo velocemente.

Dopo un tempo che le sembrò infinito, ma che doveva essere in realtà al massimo qualche minuto, Adachi si allontanò da lei, per riprendere fiato.

Naoto poteva sentire tutto il suo corpo tremare.

L'uomo le sorrise, ridacchiando leggermente.

«Sei arrossita tantissimo, Naoto.»

Beh, voleva ben vedere.

Quello era stato il suo primo bacio.

Naoto Shirogane, colei che aveva da sempre creduto di rimanere sola a vita, aveva adesso dato il suo primo bacio ad un uomo.

E non solo questo uomo non sembrava inorridito dal modo in cui lei lo aveva baciato, ma era anche la sua anima gemella. Cosa doveva chiedere di più?

«S-scusam- c-cioè, mi scusi.» rispose, riportando nuovamente la mano alla visiera del suo cappello e abbassandola sul suo volto.

Ora sì che si sentiva in imbarazzo.

«Tranquilla, non devi scusarti.– le rispose lui, passandole il dorso della mano sulla guancia e facendola sussultare –Ti trovo carina, e puoi darmi del “tu”.»

Se voleva ucciderla era sicuramente sulla strada giusta.

Non era minimamente abituata a ricevere quel tipo di complimenti e attenzioni e il fatto che fosse l'uomo che il destino aveva scelto per lei a farlo, le metteva ancora più in ansia.

«Non sono abituata...»

«Tranquilla, nemmeno io.– le rispose lui, continuando a usare il suo tono dolce –Ci faremo l'abitudine insieme.»

Naoto sorrise, alzando finalmente lo sguardo.

Aveva ragione.

Loro erano lì l'uno per l'altra, e lo sarebbero sempre stati.

«Adachi hai guardato il nuovo fascicolo che ti ho mandat-»

Quando la porta dell'ufficio si aprì, sia Naoto che Adachi sussultarono, allontanandosi di scatto e tornando ognuno sulla propria sedia.

La ragazza fu grata di stare dando le spalle a Dojima, perché chiunque guardandola avrebbe potuto capire cosa era appena successo in quella stanza.

«Ho interrotto qualcosa?» domandò Dojima, chiaramente tentennante.

«Assolutamente niente, Dojima.– rispose tranquillamente Adachi e Naoto non poté che rimanere affascinata dal modo calmo in cui stava affrontando quella situazione –Stavo solo dando a Shirogane qualche dritta, visto che ha sempre lavorato in solitaria non è abituato a collaborare con la polizia.  Ho notato che cercava di fare tutto il suo lavoro da solo, quindi volevo solo essergli utile.»

La ragazza sentì un piccolo colpo al petto quando Adachi tornò a chiamarla per cognome.

Non che potessero farci molto.

Non era sicuramente una buona idea iniziare a comportarsi da fidanzatini davanti a Dojima.

Soprattutto perché, agli occhi degli altri, lei era pur sempre un ragazzo.

«Capisco...»

Il tono dell'uomo non era il più convinto che Naoto aveva sentito nella sua vita.

Anzi, a dire la verità, era il meno convinto che avesse mai sentito.

Ma poteva almeno sperare che se la fosse bevuta... no?

«Comunque non è tardi per te, Shirogane? Dovresti tornare a casa.»

Quando Adachi le disse in quel modo, Naoto capì al volo che quella era la sua occasione per salvarsi dalle domande che Dojima avrebbe fatto di lì a poco.

«O-oh.– disse, tossendo poi nel momento in cui sentì che la sua voce era molto più roca di quel che si aspettava –Sì hai- ha ragione. La ringrazio per i consigli.» si corresse immediatamente quando usò il “tu” invece del “lei”, sperando che l’altro poliziotto non se ne fosse reso conto.

La ragazza si alzò, pregando con tutta se stessa che le gambe non ricominciassero a tremarle come poco prima e le facessero perdere l'equilibrio.

«Ci vediamo domani.» disse poi, fiondandosi fuori dalla porta, mentre Adachi la salutava sorridendo e Dojima le lanciava uno sguardo leggermente spaesato.

 

Era successo davvero.

Da quando era tornata al suo appartamento, Naoto non riusciva a pensare ad altro.

Anzi, dire così non era corretto.

Già per strada non riusciva a smettere di pensare a quello che era successo in quell’ufficio.

E adesso, sdraiata sul suo letto sotto le coperte, la ragazza non sembrava minimamente riuscire a prendere sonno.

E come poteva?

Aveva la mente così occupata da pensieri che fino ad allora non l'avevano mai neanche sfiorata che non ricordava nemmeno cosa aveva mangiato per cena appena un'ora prima!

"Ok Shirogane, datti una calmata."

Non era da lei impazzire in quel modo, anche se nel mezzo c'era una causa del genere.

Doveva in tutti i modi tornare a essere la Shirogane di sempre, quella calma e composta.

Ma come poteva se i suoi pensieri continuavano a tradirla?

Aveva anche provato a rileggere nuovamente i fascicoli riguardante il caso, ma il suo cervello non era proprio in grado di connettere.

Si stava comportando così tanto come Rise in quel momento-

Giusto, Rise!

Magari le sarebbe interessato sapere come era andata no?

Naoto afferrò il suo telefonino, scrivendo immediatamente un messaggio  alla sua amica.

 Naoto Shirogane:

     TTT BN. C SIAMO BACIATI!

...

Sembrava il messaggio scritto da una tredicenne in piena tempesta ormonale.

Non che lei si sentisse tanto diversa da una di loro.

La ragazza lanciò uno sguardo all'orologio sulla parete.

Erano le undici passate.

Chissà se la sua amica stava già dorme-

Il telefonino vibrò tra le sue mani e Naoto tornò ad osservarlo.

 Rise Kujikawa:

     DAVVERO?! Pensavo di morire ad aspettare un tuo mess! Racconta!! (σ`・∀・)σ

Naoto ridacchiò quando vide come Rise le aveva appena risposto.

Poi, scrisse la risposta.

 Naoto Shirogane:

     T L HO DTT, C SIAMO BACIATI. DMN T RCCNT. XXXX

Ogni volta che ripensava a quel fatto, Naoto sentiva il cuore andarle più veloce nel petto.

Era successo davvero.

Ancora non riusciva a crederci.

Lanciò un altro sguardo all'orologio, vedendo che le lancette si erano mosse solo di qualche centimetro.

Chissà cosa stava facendo Adachi in quel momento.

Era ancora a lavoro? Stava pensando a lei?

Il telefono nelle sue mani vibrò e Naoto si voltò nuovamente verso lo schermo, aspettandosi la risposta al suo messaggio da parte di Rise.

Il suo cuore perse un battito e le sue guance presero letteralmente fuoco quando vide che il messaggio che le era appena arrivato era di tutt'altra persona.

 Tohru Adachi:

     Tutto ok?

Naoto rimase qualche secondo ad osservare il messaggio, con le mani che continuavano a tremarle per la felicità.

Non aveva scritto poi niente di che, ma lei non si aspettava di sentirlo fino al giorno dopo.

Non fece neanche in tempo a rispondere che un nuovo messaggio le apparve davanti agli occhi.

 Rise Kujikawa:

     Qst nn è una descrizione Naoto! (TДT)

Dmn voglio tutti i dettagli! ヽ(o♡o)/

Naoto iniziò a scrivere, con le mani che continuavano a tremarle.

 Naoto Shirogane:

     MI HA APPN SCRITTO!!!!!!

 Rise Kujikawa:

     Cs aspetti?! Sbrigati a risp e fammi sapere!

Oh, giusto.

Si stava scordando di fare quella cosa così basilare.

Con le mani ancora tremanti, Naoto tornò al messaggio che Adachi le aveva inviato, premendo su “rispondi”.

Si concentrò, iniziando a scrivere.

 Naoto Shirogane:

     Sì, sto bene. Tu? Sei a casa?

La ragazza rilesse più volte il messaggio, stando attenta a non inserire abbreviazioni o punti esclamativi, che potevano esserle sfuggiti.

Poi, lo inviò.

Dopo neanche un minuto, il suo telefono vibrò di nuovo..

Tohru Adachi:

     Io sto bene, sono tornato ora a casa. Avevo paura che stessi già dormendo, scusami se ti ho svegliata in caso. Ma volevo sentirti.

Naoto nascose il volto nel cuscino.

L'avrebbe uccisa.

L'avrebbe sicuramente uccisa.

Giusto cavolo doveva rispondere.

 Naoto Shirogane:

     Non preoccuparti, non mi hai svegliata. Anche io volevo sentirti.

Ora sì che sentiva il suo cuore esplodere.

Possibile che nel profondo fosse davvero una tredicenne con chiari sbalzi ormonali?!

 Tohru Adachi: 

    Sei libera domani sera?

Oddio.

Oddio l'aveva appena invitata a cena.

Prima ancora che potesse scrivere una risposta, il telefono vibrò nuovamente e la schermata di un “nuovo messaggio” le apparì in sovrimpressione.

 Nuovo messaggio da Rise Kujikawa:

     Allora??????????????? (。ノ・ω・)ノ

Naoto cliccò immediatamente su rispondi, così da avvertire la ragazza e chiederle anche un consiglio su cosa rispondere.

 Naoto Shirogane:

    RISE!!! MI HA INVITATA A CENA!!! DMN!!! DA LUI!!! CS GLI DICO?! RISP!!!!!!!

Naoto aspettò per un po', sperando che Rise si sbrigasse a scrivere.

Quando il suo telefono vibrò, alzò immediatamente lo sguardo.

 Tohru Adachi:

     È un sì...?

...? Di cosa stava parlan-

Naoto sentì il bisogno di sprofondare.

Aveva sbagliato chat.

Lei, Naoto Shirogane, aveva davvero inviato un messaggio del genere nella chat sbagliava.

Voleva morire.

 Naoto Shirogane:

     ...sì, ho sbagliato il destinatario...

Voleva con tutta se stessa che il terreno si aprisse e lei sprofondasse all’inferno.

Adachi stava sicuramente ridendo di lei in quel momento.

Il telefono vibrò nuovamente e lei ebbe quasi paura di guardarlo stavolta.

 Tohru Adachi:

     Tranquilla. Trovo carino il modo in cui scrivi, non me lo aspettavo. Allora domani da me alle otto?

Naoto si sentì nuovamente in paradiso.

Sorrise, cominciando a rispondere.

 Naoto Shirogane:

     Va benissimo, a domani <3

Si accorse troppo tardi di aver inviato anche il cuoricino.

Ma che cavolo le era venuto in mente?!

 Tohru Adachi:

     Ahaha, a domani <3 buona notte.

...

Ora si che dormire sarebbe stato problematico.

 

Il giorno dopo Naoto non si era mai sentita così tesa in tutta la sua vita.

Aveva passato tutte le lezioni a guardare fuori dalla finestra, ignorando completamente ciò che i professori stavano spiegando alla lavagna.

Era come se la sua testa non volesse smettere di girare e fantasticare neanche per un singolo istante.

Non si era mai sentita così prima di allora. Non aveva mai provato quella fortissima sensazione di felicità.

Aveva così tanto la testa tra le nuvole che si stava addirittura scordando di andare a controllare come stesse Satonaka quella mattina.

Se ne era resa conto con "soli" venti minuti di ritardo, quando ancora si trovava sul suo letto, a guardare il soffitto e a fantasticare su come avrebbe passato la serata invece di essere appostata vicino alla casa della ragazza.

Fu in quel momento che si rese conto che quella sua condizione le stava dando più grattacapi di quanto lei stessa pensasse.

Non le era mai capitato di non riuscire a seguire un pensiero logico, nonostante nella sua vita avesse sempre messo davanti il lavoro alla sua vita privata.

Sapeva che presto sarebbe dovuta tornare con i piedi per terra.

L'assassino era ancora in libertà e non si sarebbe certo fermato solo perché lei aveva scoperto cosa fosse l'amore.

Però… poteva non pensare al caso per una giornata, no?

Anche volendo, non avevano trovato altre prove che potessero aiutarli ad individuare l’assassino e rileggere all’infinito quei fascicoli non l’avrebbe certo aiutata.

Nonostante la sua condizione, infatti, la ragazza quella mattina aveva comunque dato un’altra occhiata alle foto e a tutte le prove fino a quel momento raccolte.

C’era qualcosa che continuava a bussare sul fondo della sua testa, come per indicarle che c’era ancora un indizio che non aveva trovato ma che era lì, davanti ai suoi occhi.

Ma più guardava quelle immagini e più le sembrava impossibile...

Solo quando la campanella della pausa pranzo suonò, Naoto si riscosse dai suoi pensieri e si rese conto che il posto dietro di lei era vuoto e che quel ragazzo di nome Kanji non si era presentato nuovamente alle lezioni, così come era successo il pomeriggio del giorno prima.

Non che a lei importasse.

Non aveva intenzione di legare in alcun modo con un ragazzo del genere, soprattutto dopo averlo visto più volte discutere con Adachi.

Ma più pensava di volersi allontanare da lui, più in realtà lo cercava con lo sguardo e sentiva il bisogno di parlargli.

E il fatto che non ne capisse il motivo la stava mandando completamente nel panico.

«Terra chiama Naoto.»

Quando Rise le sventolò la mano davanti agli occhi, la ragazza si riscosse.

Solo in quel momento si rese conto che la sua amica aveva occupato la sedia del posto davanti a lei e aveva poggiato due panini sul banco.

«Sì...?»

«Ho preso da mangiare. Non puoi stare tutto il giorno a stomaco vuoto e visto che tu non ti sei alzata e non sei andata alla mensa, l'ho fatto io.» le disse, afferrando uno dei due panini e iniziando a togliere l’involucro di plastica che aveva intorno.

Naoto annuì, ringraziandola e prendendo l’altro.

La detective guardò la idol mangiare in silenzio, mentre si chiedeva come fosse possibile che ancora non avesse iniziato con il suo interrogatorio.

Era strano che si trattenesse così a lungo.

«Stai pensando a stasera eh?»

Eccola.

Ora sì che era la Rise che conosceva.

Nonostante Naoto si aspettasse quella domanda, le sue guance non poterono fare a meno di andarle a fuoco.

«N-non è vero!» tentò di esclamare, ma la sua voce era quasi un sibilo.

Rise ridacchiò, afferrandole poi il cappello.

«Rise? Restituiscimelo!»

«Oh, così si che sei carino.– commentò l'altra, tenendo il cappello in alto, per far si che la sua amica non potesse raggiungerlo e utilizzando il maschile, così le aveva chiesto il giorno prima –Stasera dovresti andarci senza.»

Naoto arrossì.

Si voltò verso la finestra, osservando il suo riflesso.

La ragazza aveva ragione, era molto più carina senza il cappello indosso.

Ma questo non voleva dire che non si vergognasse.

«E soprattutto,– continuò Rise, mentre un sorriso leggermente inquietante si dipingeva sulle sue labbra –niente bende.»

Il sangue le si gelò nelle vene.

«C-cosa?» sussurrò la ragazza, incredula.

Non usciva di casa senza bende da anni.

Esattamente da quando il suo seno aveva iniziato a svilupparsi.

La idol però non sembrava volerla ascoltare, ma anzi, continuava a parlare, come se non fosse minimamente interessata alle sue lamentele.

«Ah, e dopo la scuola vieni a casa a mia. Così scegliamo dei vestiti adatti.»

«Aspetta Ris-»

«Sì sì, lo so che devi fare il tuo lavoro prima. Non preoccuparti, ti aspetto.»

«Non è questo-»

«Osa dire di “no” Naoto e stai certa che ti trascino con la forza.»

Di fronte alla determinazione della sua amica, la detective non ebbe più il coraggio di ribattere.

E mentre Rise continuava a parlare di come avrebbe voluto vestirla e di come lei si sarebbe dovuta comportare, Naoto spostò lo sguardo nuovamente fuori dalla finestra, notando solo in quel momento le grossi nubi nere.

Nonostante non sapesse il perché, sentì un brivido scorrerle lungo la schiena quando pensò che sicuramente, quella sera, sarebbe piovuto.

~

“Io lo sapevo che era una pessima idea.”

Ora si che Naoto si sentiva a disagio.

Di fronte alla porta dell'appartamento di Adachi, la detective guardò per un'ultima volta il suo riflesso nella vetrina del negozio che si trovava lì accanto, incredula che la ragazza riflessa e lei fossero la stessa persona.

Rise le aveva sistemato i capelli in modo che questi assumessero una forma un po' più sbarazzina e non fossero precisamente tutti al loro posto, come invece lei era solita tenerli.

Al collo portava un piccolo pendente dello stesso colore dei suoi occhi, che ricadeva perfettamente sul suo seno, fin troppo messo in mostra per i suoi gusti dalla scollatura a cuore che la idol aveva detto le sarebbe stata divinamente.

Ma non era certo quello il problema.

Cioè, non che quello non lo fosse, solo non era il problema maggiore dell’outfit che Rise aveva scelto per lei.

Il problema più grande è che quello che stava indossando era un vestito.

Un abito. Lei. Naoto Shirogane.

Con una gonna!

Naoto si guardò le gambe snelle che apparivano da sotto il vestito celeste chiaro, la stoffa che le arrivava a malapena sotto il ginocchio.

Che situazione assurda...

Ma oramai non c'era tempo per cambiarsi.

Era davanti alla porta di quell'appartamento dopotutto e il tempo dell'appuntamento era ormai arrivato.

Sospirando, Naoto suonò al campanello.

«Oh Naoto, sei arriva-»

Adachi aprì la porta e, quando lo vide arrossire, la ragazza capì che forse quell'outfit non era poi così male come credeva.

«Sì.– rispose, sorridendo –Scusami, sono leggermente in ritardo.»

L'uomo le sorrise a sua volta, invitandola ad entrare.

«Figurati, ti stavo aspettando.– disse, posandole poi un bacio sulla guancia quando lei entrò –Non vedevo l'ora di vederti.»

Naoto arrossì, togliendosi il cappotto che aveva lasciato aperto e l’uomo glielo prese dalle mani, posandolo sull’attaccapanni.

«Non pensavo che ti avrei mai vista… beh così.» disse lui, ridacchiando.

La ragazza guardò altrove, imbarazzata.

«Neanche io avrei mai pensato di vedermi così, a dire la verità.»

Adachi le passò una mano tra i capelli, scompigliandoli.

«Sei ancora più carina senza il tuo cappello.» le disse.

Bingo.

Nota mentale: ringraziare Rise.

«Grazie, anche tu stai molto bene.» rispose lei, le guance ancora rosse.

Ed era quello che pensava sul serio.

Prima di allora Naoto non aveva mai immaginato Adachi senza i suoi soliti vestiti da poliziotto.

Certo, non che non lo avesse trovato affascinante con la sua giacca nera e la cravatta che portava al collo; ma vederlo per la prima volta con una normalissima camicia e un paio di jeans addosso la sorprese abbastanza.

«Vieni, la cena è praticamente pronta.– le disse, continuando a sorriderle e prendendola per mano –Volevo anche portarti da qualche parte dopo cena, ma sembra che pioverà.»

La ragazza ci mise un po’ ad elaborare la seconda frase che lui le aveva detto, fin troppo presa dalla mano che aveva afferrato la sua.

Quando si rese conto che le stava osservando per troppo tempo, arrossì nuovamente e distolse lo sguardo.

«Non è un problema per me, possiamo anche stare qua.– rispose, mentre sentiva le guance andare in fiamme –Mi piacerebbe conoscerti meglio, Adachi.»

«Anche a me piacerebbe conoscerti meglio, Naoto. E chiamami per nome.» le disse lui, mentre un sorrisino che la ragazza non gli aveva mai visto prima si formava sulle sue labbra.

“Prima o poi ci prenderò l’abitudine.”

Poi, seguì Adachi in cucina, mentre un tuono si sentiva in lontananza.

 

La cena andò esattamente come Naoto se l’era immaginata.

O meglio, forse andò addirittura meglio.

Non sapeva come Adachi avesse fatto, ma era stato perfettamente in grado di metterla completamente a suo agio, come se si conoscessero da sempre, nonostante la mancanza delle due cose che rendevano la ragazza tranquilla in ogni situazione: il suo cappello e le sue bende.

Forse era perché erano anime gemelle?

Alla fine, Naoto non era stata molto a pensare al motivo.

Dopotutto l’importante era che si stesse divertendo, no…?

Nonostante questo, comunque, c’era qualcosa che per tutta la sera continuava a non convincerla pienamente.

Il suo sesto senso le sussurrava in continuazione che quell’indizio che stava cercando da ormai giorni era lì vicino, proprio davanti a lei.

Seduta sul divano del soggiorno di Adachi, la ragazza si guardò attorno, cercando di individuare cosa le facesse provare quella strana sensazione.

Il suo sguardo fu catturato dal vetro della finestra, dalla quale era ben visibile la pioggia che continuava a scendere ormai da un po’, battendo sul vetro.

«Tutto bene, Naoto?»

Quando Adachi si sedette accanto a lei sul divano, la ragazza si riscosse, voltandosi verso di lui.

L’uomo teneva due tazze di cioccolata calda tra le mani e la stava guardando con fare preoccupato.

Cosa cavolo le stava passando per la testa?

Quella doveva essere la serata in cui non avrebbe pensato al caso, no?

«Sì, scusami.– rispose lei, sorridendogli leggermente –Stavo solo pensando che qui ad Inaba piove spesso, no? Ha piovuto quasi tutti i pomeriggi da quando sono arrivata.»

L’uomo annuì.

«Qui in effetti piove parecchio.– commentò, passandole la tazza che teneva nella mano sinistra –Anche se è raro lo faccia di notte. Solitamente smette sempre prima del tramonto.»

La detective registrò quelle informazioni.

Non sapeva perché, ma come l’uomo le aveva detto in quel modo, aveva sentito un altro dei suoi piccoli brividi avvertirla che quello era un indizio fondamentale.

Ma per cosa?

«Quando piove di notte non smette mai prima dell’alba.– continuò lui, portando la tazza alle labbra –È un qualcosa di insopportabile. Soprattutto se avviene un crimine di notte, sai? Perché si perdono tutte le tracce a causa del fango. Questa città è troppo rurale per i miei gusti.»

Naoto ridacchiò, tenendo la tazza tra le mani.

«Non ti va la cioccolata?» le domandò Adachi, indicando la tazza con la testa.

La ragazza arrossì leggermente.

«Sì, ma ho pensato che se l’avessi bevuta subito, poi sarei dovuta andarmene.» sussurrò, non guardandolo in volto.

Era imbarazzante.

Tanto imbarazzante.

Adachi rimase in silenzio, a guardarla, come se stesse ragionando su qualcosa.

«Non ti manderei via neanche se la bevessi.» disse poi, ridacchiando.

Nonostante il tono fosse giocoso, Naoto sentì un altro dei suoi brividi lungo la schiena, come se qualcosa in ciò che le aveva appena detto fosse di grande importanza.

La ragazza rinchiuse quel piccolo presentimento in un angolino del suo cervello.

Non voleva continuare così per tutta la serata.

Non voleva che ogni cosa che succedesse intorno a lei continuasse a darle segnali di stare più attenta, come se qualcosa non andasse.

Era con Adachi, la sua anima gemella, quello che sicuramente adesso poteva considerare il suo ragazzo.

Perché mai doveva sentirsi inquieta?

«Va bene.» rispose, portando la tazza alle labbra.

Adachi le afferrò la mano, abbassandogliela.

«Hm?»

«Non importa; non berla.» le disse, con un tono deciso.

Naoto avrebbe voluto ribattere, ma le labbra dell’uomo si posarono sulle sue prima che lei potesse dire qualcosa.

Colta completamente alla sprovvista, la ragazza lasciò andare qualsiasi rimostranza che aveva e lasciò che l’uomo le prendesse la tazza ancora piena dalle mani e la poggiasse sul tavolino.

C’era qualcosa di diverso in quel bacio rispetto a quelli di prima.

Fino a quel momento, Adachi si era sempre fermato a darle dei semplici baci a stampo, ma adesso non era più il caso.

La detective sentì tutto il suo corpo tremare quando schiuse le sue labbra, lasciando che l’uomo si spingesse oltre nel bacio.

Sussultò visivamente quando sentì la mano di lui accarezzarle la coscia.

Ok, adesso non si stava correndo un po’ troppo?

«A-Adachi...»

Nel momento in cui le loro labbra si allontanarono la ragazza sussurrò quel nome, rendendosi conto solo in un secondo momento di quanto la sua voce fosse roca.

«Tranquilla Naoto.– il tono che l’uomo stava usando era diverso dal solito e Naoto notò che lui non era più seduto al suo posto, ma la stava praticamente immobilizzando contro lo schienale del divano –Rilassati.»

La ragazza deglutì, portando le sue mani lungo il bordo del divano e stringendolo con forza.

Come poteva rilassarsi?!

«N-non sono sicura che-» tentò di ribattere, mentre il cuore le martellava nel petto.

Aveva paura.

«Andrà tutto bene.– quelle parole le furono sussurrate direttamente all’orecchio –Siamo anime gemelle, no? Potrei mai fare qualcosa che so che tu non vuoi?»

Ora sì che Naoto stava andando nel pallone.

Adachi aveva ragione a dirle in quel modo, ma qualcosa nella sua testa continuava a dirle che stava correndo troppo, che quello che stava facendo era sbagliato, che non avrebbe dovuto concedersi così, dopo appena un'uscita insieme.

Lei non voleva, non le stava minimamente piacendo il modo in cui lui la stava toccando.

Ma lui aveva ragione.

Lui era la sua anima gemella.

Lui avrebbe dovuto sapere tutto di lei, così come lei avrebbe dovuto sapere tutto di lui.

Quando Adachi iniziò a baciarle il collo, Naoto lasciò andare un piccolo gemito, stringendo con più forza il bordo del divano.

«A-Adachi...» sussurrò, cercando di sembrare autoritaria ma quell’unica parola le uscì dalle labbra con una voce così femminile da non sembrare neanche la sua.

«Sbaglio o ti avevo detto di chiamarmi per nome? Chiamami Tohru, Naoto.»

Quelle parole gli furono sussurrate direttamente nell'orecchio e Naoto non potè fare altro che sussultare e arrossire terribilmente.

«Va bene, T-Tohru...»

Stava cedendo.

Naoto non avrebbe mai pensato di essere così facilmente suggestionabile.

Adach- no; Tohru ridacchiò.

«Brava bambina.» le disse, portando una mano ai piccoli bottoni del suo vestito.

Ora si che le guance le stavano andando a fuoco.

Naoto distolse lo sguardo, completamente nel panico.

Non poteva continuare a guardare.

Se avesse continuato ad osservare quello che lui stava facendo anche solo per un altro secondo, avrebbe davvero rischiato di spingerlo e di farlo scendere da sopra di lei.

Ma non doveva farlo.

Per quanto quella situazione non le piacesse minimamente, loro due erano anime gemelle, era normale che qualcosa succedesse.

Era stato stupido da parte sua pensare che un ventisettenne non volesse andare oltre il normale bacio.

Doveva solo trovare qualcos’altro da osservare, qualcosa su cui concentrarsi, così da non pensare più a quelle mani che le avevano ormai sganciato il vestito e le stavano toccando la pelle nuda, facendola rabbrividire.

Fu in quel momento che il suo sguardo fu catturato nuovamente dalla finestra poco lontano da lei.

Naoto assottigliò lo sguardo, riuscendo a vedere le grosse gocce di pioggia che stavano colpendo il vetro e scivolavano lungo di esso, arrivando fino al davanzale.

La pioggia.

Nel momento in cui iniziò a pensarci seriamente, tutto intorno a lei si fece come ovattato.

Il suo sesto senso le stava praticamente gridando qualcosa.

Qualcosa che lei stavolta avrebbe dovuto ascoltare, volente o nolente.

E fu quando vide una piccola goccia scivolare lungo il vetro e cadere sul davanzale che le foto delle diverse scene del crimine le tornarono in mente.

Il sangue diluito nelle pozzanghere in quella di Yamano; i vestiti zuppi di Konishi; le gocce d’acqua che cadevano dai capelli di Amagi.

Aveva trovato la risposta.

«La pioggia.» sussurrò, quando finalmente tutti i pezzi andarono al loro posto.

Tohru si fermò per un attimo, interdetto, la mano sulla spallina del suo reggiseno.

«Di cosa stai parlando Naot-ough.»

Senza neanche rendersene conto, la ragazza lo aveva spinto via ed era corsa verso la finestra, incurante del vestito slacciato, guardando con terrore le gocce di pioggia che continuavano a scendere lungo il vetro.

«E' la pioggia il punto in comune che mi mancava.» esclamò, afferrando poi la borsa che aveva sul divano e aprendola, tirando fuori le tre foto degli omicidi.

Tohru nel frattempo continuava a guardarla, spaesato.

«Guarda!– urlò la ragazza, mostrando le tre foto all'uomo –In tutti e tre i casi quella notte aveva piovuto.»

Come aveva fatto a non pensarci prima?

Aveva passato ormai non sapeva quante ore a osservare quelle tre foto, cercando quel punto in comune che non riusciva a trovare.

Eppure le pozzanghere a terra nelle foto e i vestiti zuppi delle vittime erano un dettaglio ben visibile.

«Naoto non ti sto seguendo...»

Tohru continuava a guardarla, in maniera alquanto infastidita, mentre lei si fiondava verso il computer che si trovava in un'angolo della stanza.

«Posso usare il tuo computer, vero?» chiese, mentre lo accendeva velocemente e iniziava a digitare le prime parole nella barra di ricerca.

«Oramai...»

Naoto non lo stava neanche più ascoltando.

Aprì la pagina web delle previsioni del meteo, osservando con attenzione i vari registri delle settimane precedenti.

Tutto quanto andò al posto giusto.

«Le notti delle tre omicidi... sono le uniche notti in cui ha piovuto qua a Inaba...» sussurrò, continuando ad osservare il resto degli archivi.

Tohru le si sedette accanto, chiaramente annoiato.

«E allora?– chiese –Non pensi che possa essere solo una coincidenza? Dai, torniamo a noi.»

«Lo hai detto anche tu no?– disse lei, voltandosi verso di lui –Se ad Inaba piove di notte, piove fino all’alba. Ed è sempre difficile fare indagini.»

L’uomo la guardò infastidito.

«Naoto,– rispose, con un tono di voce che la ragazza non gli aveva mai sentito prima –torniamo a noi.»

«Devo andare.»

«Cosa?!»

Naoto si alzò, afferrando la sua borsa e fiondandosi all'ingresso.

«Naoto, ma dove stai andando?» le domandò Tohru, incredulo.

Lei si voltò verso di lui.

Possibile che davvero non ci fosse arrivato?

«Mi dispiace interrompere il nostro appuntamento.– disse, richiudendo velocemente i bottoni del vestito e afferrando il suo cappotto –Ma adesso che so quando l'assassino ucciderà di nuovo non posso lasciarlo agire indisturbato.»

«Non ti seguo.»

La voce con cui Tohru le rivolse quelle parole lasciò per un attimo interdetta la ragazza.

Lanciò uno sguardo veloce all'orologio.

Era già l'una di notte.

Non aveva tempo per pensarci.

«Sappiamo che l'assassino ha ucciso le sue vittime sempre tra le due e le quattro del mattino grazie all’autopsia e, da quel che abbiamo appena scoperto, lo ha fatto tutte le volte che di notte ha piovuto.– gli spiegò lei, portando una mano alla sua testa per tirare giù la visiera del suo cappello, accorgendosi troppo tardi di non lo stare indossando –Questo vuol dire che la prossima vittima sarà stanotte. Devo andare da Satonaka. Adesso.»

Quando Naoto si voltò nuovamente a guardare Tohru, per un attimo pensò che ci fosse qualcosa che non andava.

L’uomo la stava guardando con uno sguardo alquanto irritato, come se lei avesse appena mandato all’aria qualcosa a cui lui stava pensando da tempo.

Poi però, la sua espressione cambiò e tornò quella di sempre.

«Devo chiamare Dojima.– disse, afferrando il suo telefono –Tu va da Satonaka, dopo ti raggiungo.»

Naoto annuì, aprendo la porta di casa.

Un leggero senso di colpa di aver rovinato il loro appuntamento la colse mentre stava per uscire e quindi la ragazza si voltò corse verso di lui e gli dette un leggero bacio sulla guancia.

«Grazie per la serata.» sussurrò, sorridendogli.

Tohru le sorrise a sua volta, alzandole il mento con una mano e poggiando le sue labbra su quelle di lei.

«Grazie a te.– disse, mentre le guance di Naoto si tingevano nuovamente di rosso –La prossima volta vediamo di darci appuntamento quando sarà sereno. Così non verremmo interrotti.»

La ragazza ridacchiò.

«Ci vediamo dopo.»

Poi, senza dire altro, la ragazza corse fuori.

 

La pioggia l’aveva inzuppata completamente e Naoto non aveva un solo centimetro del suo corpo che non fosse completamente fradicio quando arrivò finalmente a casa di Satonaka, dopo ben 45 minuti di corsa.

Tremando per il freddo che poteva sentire chiaramente addosso, anche a causa degli abiti poco leggeri che stava indossando, la ragazza suonò il campanello dell’abitazione, sperando che la sua senpai fosse in casa.

Al terzo suono di campanello, la detective notò che le luci dell’abitazione si stavano accendendo.

Questa cosa la rincuorò leggermente.

Se Satonaka e i suoi genitori erano all’interno, forse, si poteva evitare che l’assassino raggiungesse la ragazza.

«Cosa succede?»

Un uomo che Naoto non aveva mai visto prima si affacciò alla porta di casa e lei iniziò a cercare il suo distintivo nella sua borsa, quello che Dojima aveva fatto fare appositamente per lei.

«Sono il detective Naoto Shirogane.– disse, mostrandolo non appena lo trovò –Sto cercando Chie Satonaka. Abbiamo il presentimento che sia in pericolo. Non uscite di casa.»

L’uomo la guardò leggermente interdetto, posando lo sguardo soprattutto sulle sue gambe.

...

Si era scordata di stare indossando una gonna.

Questo sì che poteva essere un problema per essere presa seriamente...

«Chie è al piano di sopra, in camera sua.» disse poi, cercando chiaramente di distogliere lo sguardo.

«Può andare a controllare? Devo essere assolutamente sicura che non sia uscita di casa.» insistette la ragazza, preoccupata.

Non potevano certo escludere che lei fosse uscita di nascosto, in cerca dell’assassino.

In realtà, se questo fosse accaduto, la polizia l’avrebbe dovuto sapere.

Davanti alla casa dei Satonaka infatti era stata piazzata una piccola telecamera, in modo da controllare qualsiasi movimento sospetto.

Ma la detective continuava ad avere un brutto, bruttissimo presentimento…

«Senta,– l’uomo le parlò con fare abbastanza scontroso –mia figlia è in camera. Non può tornare domani?»

«Se ne vada, per favore.»

Naoto non ne poteva più.

Doveva assolutamente accertarsi che Satonaka fosse al sicuro.

Non poteva perdere tempo con quell’uomo.

Stava per metterlo k.o. e entrare all’interno dell’abitazione, quando una donna, molto probabilmente la madre della sua senpai, si affacciò dalla porta.

«Chie non è nella sua stanza. Non è in casa.» disse, mentre uno sguardo carico di preoccupazione si dipingeva sul suo volto.

Naoto sentì il mondo crollarle addosso.

Il suo presentimento era giusto.

«Signora,– disse, superando il padre della ragazza e avvicinandosi alla donna «Sa dove può essere andata sua figlia? È importante.»

Stava perdendo la pazienza.

La donna scosse la testa, mentre le lacrime iniziavano a uscire dai suoi occhi.

«Al cimitero.– sussurrò l’uomo, e la detective si voltò verso di lui –Non torna quasi mai a casa in questo periodo, passa il suo tempo accanto alla tomba di Yukiko...»

Esattamente come aveva immaginato.

Solo in quel momento Naoto si rese conto di quanto era stata stupida.

Satonaka sapeva di essere seguita.

Si aspettava che la polizia la seguisse tutto il giorno, lasciando poi una telecamera fissa di fronte alla porta di casa sua.

Ma se voleva davvero catturare l’assassino e ucciderlo come si era ripromessa, doveva fare in modo di togliersi la polizia di dosso.

«Dannazione.»

La ragazza partì a corsa, ignorando il dolore lancinante che i suoi piedi, rinchiusi in due scomodissime ballerine, le lanciavano e la pioggia che continuava a caderle addosso e rallentava i suoi movimenti.

Il cimitero era dall’altra parte della città.

Per arrivarci a piedi ci avrebbe messo troppo...

Naoto afferrò il telefono nella borsa, cercando velocemente il numero di Dojima in rubrica, senza smettere di correre.

Non fece neanche in tempo a premere il tasto di chiamata che il telefonino iniziò a squillarle tra le mani, il numero del suo superiore che era apparso sullo schermo.

La ragazza rispose immediatamente.

«Shirogane, torna in centrale.»

«Dojima, al cimitero! Chie Satonaka è al cimitero!» urlò la ragazza, con una voce molto più femminile del solito.

«Lo sappiamo Shirogane, l’abbiamo trovata.»

Naoto sospirò, fermando la sua corsa e sentendo la tensione di poco prima scivolarle dalle spalle.

L’avevano trovata, Satonaka era-

«Shirogane,– la ragazza si rese conto solo in quel momento che la voce di Dojima era triste, lapidaria –il corpo di Satonaka è stato ritrovato appeso al cancello di ingresso del cimitero. Siamo arrivati tardi.»

Il telefono le scivolò dalle mani, cadendo al suolo.

Quando toccò l’asfalto emise solo un rumore sordo.

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