Fandom: Danganronpa, Persona 4
Personaggi scambiati: Junko Enoshima (DR) e Izanami (P4)
Altri personaggi presenti in questa parte: Mukuro
Note: SPOILER per entrambi i fandom
Missione: M7
Parole: 262

Izanami era contenta di aver fatto quello scambio.
Mentre guardava l'edificio della Hope's Peak Academy venire completamente avvolto dalle fiamme e gli studenti che si uccidevano a vicenda, la dea – o, per essere precisi, l'ex-dea – non poteva far altro che complimentarsi con se stessa per la scelta che aveva preso poche ore prima.
Sapeva che non avrebbe avuto alcuna speranza nella riuscita del suo piano, a Inaba.
Era una dea, certo, ma l'animo degli esseri umani era fin troppo difficile da poter manipolare utilizzando un potere sovrannaturale.
Per questo, aveva usato i suoi poteri per poter osservare realtà parallele alla sua, universi lontani e vicini, e comprendere come si potesse davvero riuscire a vincere contro una mentalità così complessa da poter sopraffare addirittura una divinità.
E finalmente l'aveva trovata.
Anche se ciò che aveva visto era molto diverso da quel che Izanami aveva ricercato, la dea non poteva certo non riconoscere l'enorme potenziale di Junko Enoshima.
Quella ragazza era riuscita a farsi seguire da così tante persone che, sicuramente, non avrebbe avuto problemi a convincere un piccolo paesino a desiderare l'arrivo delle Shadow.
E, in più, Izanami sapeva che quella liceale non si sarebbe tirata indietro.
Dopotutto, ciò che Junko cercava era la disperazione.
Darle quei poteri poteva solo rendere le cose più divertenti e semplici da quel punto di vista.
Ma quello non avrebbe giovato solo quella ragazza.
Izanami si passò una mano tra i capelli, sorridendo.
Lei non sarebbe stata da meno.
«Andiamo Mukuro.– disse voltandosi verso la ragazza al suo fianco –Dobbiamo riempire il mondo di disperazione.»
Fandom: Bravely Default
Personaggi: Tiz
Note: SPOILER
Missione: M6 - Ritornare dove tutto è finito
Parole: 270
 
Quello era il posto in cui la sua vita era finita.
Tiz osservò l'enorme voragine che si trovava di fronte a lui, nel punto esatto in cui pochi mesi prima sorgeva Norende.
La città che da sempre aveva conosciuto e in cui aveva vissuto fin da bambino era scomparsa, non lasciando nessuna traccia dietro di sé, come se fosse stata viva solo in un sogno, come se non fosse stata reale, come se non fosse mai esistita.
E, adesso, Tiz era l'unica prova della vita di quella cittadina.
Senza che neanche avesse avuto possibilità di scelta, il ragazzo si era ritrovato a essere l'unico sopravvissuto di quella tragedia che, nonostante fosse ormai passato tempo, continuava a tormentarlo.
Perché lui era ancora vivo?
Se lo era chiesto più volte durante il suo viaggio.
Aveva continuato a viaggiare, sperando di ottenere giorno una risposta a quella domanda che lo stava perseguitando.
Poi, si era finalmente ricordato cosa era accaduto quel giorno.
Lui era morto lì, insieme a tutti gli altri.
La vita che stava vivendo non era altro che quella di qualcun altro, di quell'anima che non sapeva né come né perché si era impossessata del suo corpo.
Il ragazzo sapeva che poteva far finta di niente, che poteva continuare a vivere...
...ma non poteva lasciare le cose andassero così.
Ed era per questo che, adesso, si trovava lì.
Perché aveva giurato che, qualsiasi quella fosse, avrebbe accettato la verità.
Tiz chiuse gli occhi, lasciando che quell'anima a lui estranea lo abbandonasse definitivamente.
Nel momento in cui il suo corpo tocco terra, non era rimasto altro di lui che un guscio vuoto.
Titolo: Qui in amore præcipitavit pejus perit, quam si saxo saliat
Fandom: Fire Emblem Three Houses
Ship: Hubert x Edelgard (one sided)
Missione: M5 – Qui in amore præcipitavit pejus perit, quam si saxo saliat (Chi si innamora incontra un destino peggiore di chi salta da una roccia.)
Nota: -
Tipo: pure drabble

 
Edelgard era il suo tutto.
Quella era stata la verità che, fin da piccolo, aveva accompagnato Hubert nella sua vita.
Non importava cosa la sua imperatrice decidesse di fare, lui sarebbe sempre stato al suo fianco, fino alla fine.
«Sua Maestà...»
Ma, adesso che la fine era arrivata davvero. Aveva combattuto. Aveva fatto di tutto per quella donna che lui aveva amato, fin dal primo momento in cui lei gli aveva parlato.
Ma, così, adesso si ritrovava in fin di vita.
E, mentre i suoi occhi si chiudevano, Hubert si domandò se, almeno un po', Edelgard avrebbe pensato a lui.

 
 
 
Titolo: Si vis amari, ama
Fandom: Persona 4
Ship: Kanji x Naoto
Missione: M5 – Si vis amari, ama. (Se vuoi essere amato, ama)
Nota: -
Tipo: pure drabble

 
Nonostante Naoto non volesse ammetterlo, lei aveva bisogno di essere amata.
Anche se aveva da sempre sostenuto che l'amore non facesse per lei, infatti, la ragazza era segretamente diventata sempre più interessata a quel sentimento. Eppure non aveva ancora avuto il coraggio di fare il primo passo. Certo, c'erano state delle persone che le erano piaciute però, ogni volta che il rapporto evolveva, la detective si tirava sempre indietro, mossa dalla paura di non essere ricambiata. Ma, quando Kanji le disse che l'unica cosa da fare per essere amati era amare, Naoto decise che era arrivato il momento di buttarsi.

 
 
 
Titolo: Odero, si potero; si non, invitus amabo
Fandom: Fire Emblem Three Houses
Ship: Dimitri x Edelgard
Missione: M5 – Odero, si potero; si non, invitus amabo. (Ti odierò se potrò, altrimenti mio malgrado ti amerò)
Nota: -
Tipo: pure drabble

 
Dimitri sapeva di dover odiare Edelgard.
Lei era il suo nemico. Ma, suo malgrado, non lo accettava.
Ogni giorno, ogni minuto, ogni singolo istante, lui pensava a lei.
A quella bambina che gli aveva insegnato a ballare, molti anni prima.
A quella ragazza che aveva combattuto al suo fianco.
A quella donna che lui aveva giurato di uccidere, con le sue stesse mani.
Lei era il nemico, lo sapeva, ma, nonostante tutto, Dimitri non riusciva a eliminare quel sentimento di amore che, anche in quel momento, durante la loro ultima battaglia, lo stava facendo soffrire più di ogni altra cosa.
 
Titolo: Ama mihi cum mererem minus, quoniam erit cum ne egerent
Fandom: Fire Emblem Three Houses
Ship: Dimitri x Edelgard
Missione: M5 – Ama mihi cum mererem minus, quoniam erit cum ne egerent. (Amami quando meno me lo merito, perché sarà quando ne avrò più bisogno)
Nota: -
Tipo: pure drabble

 
Edelgard sapeva che Dimitri la amava.
Quella consapevolezza si era fatta strada dentro di lei ormai da tempo, fin da quando si erano rivisti al monastero.
Ma lei aveva sempre fatto finta di non vedere.
Per quanto le facesse male, lei aveva un compito che non poteva lasciare a nessun altro.
Così, si era fatta odiare.
Aveva ucciso i suoi compagni.
Aveva occupato il suo regno.
Era arrivata a trasformarsi in un mostro.
«El...»
Ma quando Dimitri le tese la mano, Edelgard capì che l'unica cosa di cui aveva sempre avuto bisogno era solo quell'amore che aveva deciso di allontanare.

 
 
Titolo: Amor tussique non celatur
Fandom: Persona 4
Ship: Kanji x Naoto
Missione: M5 – Amor tussique non celatur. (L’amore e la tosse non si nascondono)
Nota: -
Tipo: pure drabble

 
Naoto era sempre stata brava a nascondere i suoi sentimenti.
Dopotutto riuscire a non mostrare ciò che si provava alle persone era un'abilità fondamentale per un detective.
Ma, per la prima volta, aveva trovato un sentimento che non riusciva a nascondere in alcun modo: l'amore.
Non sapeva neanche lei perché ma, da quando si era resa conto di essersi innamorata, qualsiasi suo sforzo era andato vano.
Così, ogni volta che Kanji si voltava verso di lei, Naoto distoglieva lo sguardo e abbassava la visiera del capello, sperando che il diretto interessato non si rendesse conto del rossore sulle sue guance.

 
 
 
Titolo: Illi poena datur qui semper amat nec amatur
Fandom: Persona 4
Ship: Rise x Yu (one sided)
Missione: M5 – Illi poena datur qui semper amat nec amatur. (Soffre le pene chi sempre ama e non è amato)
Nota: -
Tipo: pure drabble

 
Innamorarsi del Senpai non era stata una sua scelta.
Rise ricordava perfettamente il momento in cui Yu le aveva sorriso per la prima volta, facendole sentire il suo cuore perdere un battito nel petto.
Ricordava anche il modo in cui si era sentita quando l'aveva accettata nel loro gruppo.
E, soprattutto, ricordava il giorno in cui lui l'aveva rifiutata.
La idol si rannicchiò maggiormente su se stessa, mentre le poche lacrime che le erano rimaste continuavano a rigarle le guance.
Era passata una settimana da allora, ma lei non si era ancora ripresa.
E, difficilmente, si sarebbe sentita meglio presto.
 
Titolo: Odi et amo
Fandom: Danganronpa
Ship: Kyotaka x Mondo
Missione: M5 – Odi et amo. (Odio e amo)
Nota: SPOILER
Tipo: pure drabble

 
Kyotaka odiava Mondo.
Erano ormai passati tre giorni da quando si era scoperta l'identità dell'assassino di Chihiro e più il tempo passava più il ragazzo sentiva quel sentimento farsi strada dentro di lui.
Mondo gli aveva mentito.
Gli aveva promesso che sarebbe stato con lui e che avrebbero trovato una via di uscita, insieme.
...invece lo aveva tradito, uccidendo una loro compagna.
E quello era imperdonabile.
Lo odiava. Lo odiava con tutto se stesso.
Ma, quando vide il viso di Mondo apparire sullo schermo di quel computer, Kyotaka non riuscì più a reprimere tutto l'amore che provava nei suoi confronti.

 
 
 
Titolo: Donec dies elucescat
Fandom: Persona 3
Ship: Mitsuru x Akihiko
Missione: M5 – Donec dies elucescat (Fino a che non spunta il giorno)
Nota: -
Tipo: pure drabble

 
Quando tutta quella storia era iniziata, Mitsuru aveva accettato senza alcun problema il suo destino.
Sapeva che non aveva senso ribellarsi.
Il mondo era in pericolo e lei era una delle poche persone che poteva difenderlo.
Ma, più tempo stava con Akihiko, più le cose cambiavano.
Lei lo amava.
Era inutile che cercasse di sigillare quel sentimento.
Per questo, adesso che Akihiko la teneva stretta tra le sue braccia, Mitsuru allontanò da sé tutti i suoi doveri e i suoi obblighi così che, anche se solo fino all'alba, loro due potessero essere solo due normalissimi ragazzi ingenuamente innamorati l'uno dell'altra.

 
 
 
Titolo: Omnia tempus habent
Fandom: Bravely Default (Bravely Second)
Ship: Janne x Yew
Missione: M5 – Omnia tempus habent (Ogni cosa ha il suo tempo)
Nota: SPOILER
Tipo: pure drabble

 
Janne sapeva che la sua amicizia con Yew sarebbe arrivata, prima o poi, ad un capolinea.
Erano passati anni da quando si erano incontrati, tra i banchi di scuola.
E, presto, il Kaiser avrebbe sferrato il suo attacco, costringendo Janne a svelare chi fosse veramente.
Quindi, forse... era arrivato il momento di parlarne con Yew?
E questo non perché lui gli volesse bene.
Quel ragazzo era stato solo una pedina, nient'altro.
Ma, quando Yew gli sorrise, dicendogli che era felice di poter combattere al suo fianco, Janne decise che aveva ancora tempo prima di dover rivelare il suo vero intento.

 
 
 
 
Titolo: Unus sed leo
Fandom: Persona 3
Personaggi: Minato Arisato
Missione: M5 – Unus sed leo. (Uno ma leone.)
Nota: SPOILER
Tipo: pure drabble

 
Minato cadde in ginocchio, le gambe che ormai avevano smesso di sostenerlo.
No.
Non poteva arrendersi.
Tutti i suoi compagni contavano su di lui.
Se non avesse fatto qualcosa, Nyx avrebbe distrutto il mondo intero.
Facendo leva con la propria spada, Minato si alzò, tornando a osservare l'enorme uovo di luce che si trovava di fronte a lui.
Sapeva di essere solo.
Sapeva di non poter contare sui colpi dei suoi compagni o sui consigli del loro navigatore.
Ma lui non si sarebbe mai arreso.
Non fino a quando quella Dea non fosse tornata al posto da cui era venuta.

 
 
 
Titolo: Qui scit sanare scit destruere
Fandom: Danganronpa Another Episode
Personaggi: Nagisa, Monaca
Missione: M5 – Qui scit sanare scit destruere. (Chi sa curare sa distruggere)
Nota: SPOILER
Tipo: pure drabble

 
Aveva tradito Monaca.
Quello era l'unico pensiero che Nagisa aveva in testa in quel momento.
L'unica cosa che aveva in mente era la faccia di quella bambina.
Quella bambina che era riuscita a curare sempre tutte le sue ferite.
Quella bambina che aveva preso il posto di Junko.
...e quella bambina che lo aveva completamente distrutto.
Quando, in un secondo di lucidità, quel pensiero sfiorò la sua testa era ormai troppo tardi.
Il suo robot stava cadendo su di lui.
Così, mentre chiudeva gli occhi e si preparava all'impatto, Nagisa capì la verità.
Era stata Monaca ad aver tradito lui.

 
 
 
Titolo: Requiescat in pace
Fandom: Danganronpa 2
Personaggi: Ibuki
Missione: M5 – Requiescat in pace. (Riposa in pace)
Nota: SPOILER
Tipo: pure drabble

 
La gola le bruciava.
Ibuki aveva già provato quella sensazione.
Quel dolore era uguale a quello che provava durante un'intesa sessione di canto; cosa non rara per l'Ultimate Musician.
Cantare era tutto per lei.
E quindi lo stava facendo anche in quel momento.
Ma allora, perché nessun suono usciva dalle sue labbra?
...Perché l'aria non riusciva a raggiungere le sue corde vocali?
Ma quando, in un momento di lucidità, si rese conto di cosa stesse succedendo era ormai tardi.
Ibuki cadde sul materasso, inerme, la corda, che l'aveva strangolata fino ad un attimo prima, ancora avvolta intorno al suo collo.
Titolo: Mulieri, ne mortuae quidem, credendum est
Fandom: Danganronpa
Personaggi: Makoto, Junko
Missione: M5 – Mulieri, ne mortuae quidem, credendum est. (Non si deve credere ad una donna neppure da morta.)
Nota: -
Tipo: pure drabble

 
Junko Enoshima era stata uccisa.
Da quel giorno, Makoto aveva creduto che tutto si sarebbe risolto.
Dopotutto come poteva quella ragazza ormai morta continuare a portare avanti il suo piano?
Certo, magari ci avrebbe messo un po', ma sicuramente le cose sarebbero tornate alla normalità...
...o almeno così credeva.
Il ragazzo non si sarebbe mai immaginato che quella vittoria si sarebbe rivelata una vera e propria sconfitta.
Solo una cosa era stata messa in chiaro: Junko Enoshima avrebbe continuato a mentire agli altri anche da deceduta, dando così inizio ad una spirale di disperazione che, difficilmente, avrebbe trovato una fine.

 
 
 
Titolo: Pulchrior est miles in proelio casus, quam in fuga salvus
Fandom: Danganronpa Another Episode
Personaggi: Komaru
Missione: M5 – Pulchrior est miles in proelio casus, quam in fuga salvus. (Vale più un soldato morto in battaglia che salvo per essere fuggito.)
Nota: -
Tipo: pure drabble

 
Komaru aveva paura.
La ragazza poteva sentire il suo corpo tremare dalla paura, mentre il suo sguardo era posato sui tantissimi Monokuma che si trovavano poco lontano da lei, solo dall'altra parte della strada.
Voleva scappare. Voleva tornare a casa. Voleva rivedere Makoto e i suoi genitori.
Per un attimo, la ragazza fu quasi tentata di tornare indietro.
Ma, nonostante quella spirale di sentimenti, Komaru strinse con più forza la pistola nelle sue mani.
No. Lei non sarebbe più scappata. Avrebbe combattuto, anche fino alla morte se necessario.
Fuggire non era più un'opzione.
Così, la ragazza sparò il primo colpo.

 
 
 
Titolo: Quem fata pendere volunt, non mergitur undis
Fandom: Danganronpa Another Episode
Personaggi: Komaru, Genocide Jack
Missione: M5 – Quem fata pendere volunt, non mergitur undis. (Muori solo quando è la tua ora.)
Nota: -
Tipo: pure drabble

 
Quando vide quel Monokuma correre contro di lei, pronto ad infilzarla con i suoi artigli, Komaru era davvero sicura che fosse arrivata la sua fine.
Insomma, cosa avrebbe potuto fare?
Aveva finito i proiettili e le energie avevano iniziato così tanto a scarseggiare che la ragazza non era più capace neanche a stare in piedi.
Per questo, l'unica cosa che fece fu chiudere gli occhi, pronta all'impatto...
...che non avvenne.
Un rumore metallico arrivò alle sue orecchie.
«Non è ancora giunta la tua ora, Dekomaru.– Genocide Jack si voltò verso di lei, le forbici nelle sue mani –Alzati e combatti.»

 
 
Titolo: Edamus, bibamus, gaudeamus!
Fandom: Persona 4
Personaggi: Yu
Missione: M5 – Edamus, bibamus, gaudeamus! (Mangiamo, beviamo, godiamo!)
Nota: -
Tipo: pure drabble

 
Avevano vinto.
Quando quella consapevolezza sfiorò la mente di Yu, i festeggiamenti dei suoi compagni lo avevano già circondato.
Il ragazzo si ritrovo a terra, disteso sull'erba del mondo della tv, mentre una risata usciva dalle sue labbra.
Avevano vinto.
Erano riusciti a fermare quella serie di omicidi, che aveva sconvolto la loro vita.
Erano riusciti a sconfiggere un dio malvagio, che aveva messo in repentaglio le loro vite.
E, ora, non c'era più niente di cui avere paura.
Gli omicidi si sarebbero conclusi, così come il loro terrore per i giorni di nebbia.
Adesso, dovevano solo pensare a festeggiare.

 
 
 
Titolo: Stultitia est timore mortis mori
Fandom: Danganronpa
Personaggi: Byakuya
Missione: M5 – Stultitia est timore mortis mori. (È una follia morire per la paura della morte.)
Nota: -
Tipo: pure drabble

 
Byakuya non riusciva a capire tutte quelle persone che, da quando era iniziato quello stupido gioco, avevano completamente perso la ragione.
Come potevano non arrivare ad una conclusione tanto ovvia?
Più avevano paura, più alta sarebbe stata la probabilità che qualcuno venisse ucciso.
L'unico modo per sopravvivere, in quel momento, era rimanere calmi e ragionare a mente lucida, così da non fare gesti avventati e da non rimanere vittima di gesti avventati.
Era sempre stato così, fin dall'antichità.
Non importava da che lato si guardasse la situazione: morire per la paura stessa di morire, era una vera e propria follia.

 
 
 
Titolo: Audaces fortuna iuvat
Fandom: Persona 4
Ship: Kanji x Naoto
Missione: M5 – Audaces fortuna iuvat. (La fortuna aiuta gli audaci.)
Nota: -
Tipo: pure drabble

 
Kanji non riusciva più a tenersi dentro i suoi sentimenti per Naoto.
Doveva dichiararsi.
Doveva assolutamente dire alla detective ciò che provava, prima di impazzire completamente.
Per questo, quella mattina, il ragazzo aveva deciso che avrebbe fatto quel passo.
“Dopotutto, la fortuna aiuta gli audaci... no?”
Così, non appena la vide, Kanji si avvicinò a lei e, senza neanche salutarla, le chiese:
«Naoto, vuoi uscire con me?»
La detective si voltò verso di lui.
In quell'attimo di silenzio che ne seguì, Kanji si maledì interiormente per aver creduto a quello stupido detto.
Ma, poi, contro ogni sua previsione, Naoto annuì.

 
 
Titolo: Mea Culpa
Fandom: Danganronpa
Personaggi: Mondo, Chihiro
Missione: M5 – Mea Culpa. (Per colpa mia.)
Nota: SPOILER
Tipo: pure drabble

 
“E' colpa mia.”
Quello era l'unico pensiero che si trovava nella mente di Mondo da quando, poche ore prima, aveva ucciso Chihiro.
Non importava quanto cercasse non pensarci.
Non importava quanto provasse a distarsi.
Ciò che era successo non poteva essere cambiato: poteva ancora sentire il sangue sulle sue mani.
E la cosa che faceva più male era che Chihiro si era fidato di lui.
Gli aveva rivelato il suo segreto.
Gli aveva aperto il suo cuore.
Gli aveva chiesto una mano per poter diventare più forte.
Ma Chihiro sarebbe rimasto debole, per sempre.
E ciò, tutto per colpa sua.

 
 
 
Titolo: Amor est vitae essentia
Fandom: Persona 3
Ship: Aigis x Minato
Missione: M5 – Amor est vitae essentia. (L’amore è l’essenza della vita.)
Nota: -
Tipo: pure drabble

 
Da quando Minato era morto, Aigis si sentiva estremamente sola.
Nonostante tutti gli altri continuassero a cercare di tirarle su il morale, la robot non riusciva a pensare al fatto che, se avesse saputo che sarebbe stato così doloroso, allora non avrebbe mai voluto diventare viva.
Minato era diventato il suo tutto.
Il sentimento che Aigis provava per lui era diventato il fulcro centrale della sua esistenza.
E per questo anche adesso si trovava lì, a pensare a lui.
A quel ragazzo che, grazie all'amore, le aveva donato la vita.
E a quel ragazzo che, sempre grazie all'amore, gliel'aveva tolta.

 
 
Titolo: Omnia vincit amor
Fandom: Danganronpa 2
Ship: Sonia x Gundham
Missione: M5 – Omnia vincit amor. (L’amore vince su tutto.)
Nota: SPOILER
Tipo: pure drabble

 
Sonia sbatté la porta della sua camera alle sue spalle, scivolando lungo la porta, fino a toccare terra.
I singhiozzi le scuotevano le spalle, mentre la ragazza portava le ginocchia al petto e nascondeva il viso tra di esse.
Gundham era morto.
Ogni volta che quella consapevolezza la colpiva, Sonia sentiva le lacrime uscire con più forza dai suoi occhi.
Il ragazzo che lei amava si era sacrificato per gli altri, si era sacrificato per lei.
E questa cosa lei non poteva accettarla.
Se era vero che l'amore vinceva su tutto... allora perché proprio l'amore li aveva portati alla sconfitta?

 
 
 
Titolo: Mala mors necessitatis contumelia est
Fandom: Danganronpa
Personaggi: Makoto, Sayaka
Missione: M5 – Mala mors necessitatis contumelia est. (Una morte violenta è un’offesa del destino.)
Nota: SPOILER
Tipo: pure drabble

 
Quello doveva essere uno scherzo del destino.
Quello era l'unico pensiero che Makoto aveva in testa, mentre il suo sguardo era fisso sul corpo inerme di Sayaka, ricoperto di sangue.
Chi aveva potuto farle questo?
Perché proprio lei?
Il ragazzo voleva andarsene. Voleva mettersi ad urlare e scappare da quella stanza.
Ma le sue gambe non si muovevano neanche di un millimetro.
Rimanevano lì, ancorate al suolo, mentre Makoto continuava a pensare, cercando una soluzione logica a ciò che stava vedendo.
Ma non ne esistevano.
E tutto perché quello che aveva davanti non era uno scherzo del destino: ma un'offesa.

 
 
 
Titolo: Stultitia est morte alterius sperare salutem
Fandom: Danganronpa
Personaggi: Sakura
Missione: M5 – Stultitia est morte alterius sperare salutem. (È una follia sperare nella morte altrui.)
Nota: SPOILER
Tipo: pure drabble

 
Sakura non sopportava più quel gioco.
Più andava avanti e più la situazione si faceva critica.
E, ora che si era scoperto che lei era la traditrice, le cose erano addirittura peggiorate.
Per questo aveva preso quella decisione.
Certo, sapeva che la sua morte non avrebbe fermato quello sporco gioco di sangue.
Ma, allo stesso tempo, lei non voleva che gli altri morissero a causa sua.
Per quanto quel suo gesto fosse folle e estremo, non lo sarebbe mai stato quanto quello di sperare nella morte di qualcun altro.
Con questo pensiero in testa, Sakura aprì la boccetta di veleno.
Titolo: The princess and the dark mage (Aftselakhis)
Fandom: Danganronpa 2
Ship: Gundham x Sonia
Missione: M2 – Aftselakhis (Yiddish)
Nota: -
Tipo: pure drabble

 
Solitamente, Gundham non avrebbe fatto niente del genere: perché mai avrebbe dovuto fare qualcosa che gli era stato vietato con l'unico unico scopo di far arrabbiare qualcuno?
Ma, da quando stava con Sonia, le cose erano diverse.
Gundham non sapeva perché, ma stuzzicare la ragazza dai capelli biondi era diventato oramai il suo nuovo passatempo preferito.
Adorava vedere le guance della ragazza arrossire leggermente, mentre i suoi occhi, di solito dolci e puri, si assottigliavano con fare minaccioso.
E, anche se si era ripromesso più volte di smettere, non poteva farci niente: la trovava troppo bella quando lei si arrabbiava.
 
 
 
Titolo: The princess and the dark mage (Agastopia)
Fandom: Danganronpa 2
Ship: Gundham x Sonia
Missione: M2 – Agastopia (Inglese)
Nota: -
Tipo: pure drabble

 
Sonia amava tutto di Gundham.
Non c'era niente nel ragazzo che a lei non piacesse, a partire dal suo aspetto fisico fino ad arrivare al suo carattere particolare, così strano e inusuale da essere riuscito a stregarla completamente.
Ma, se proprio avesse dovuto scegliere, Sonia sapeva quale era la parte che più l'attirava di lui: i suoi occhi; in particolare, il loro colore.
Così, quando Gundham le confessò di non amare la sua bicromia, Sonia non riuscì a credere alle sue orecchie e non potè non dirgli che i suoi erano gli occhi più belli che lei avesse mai visto.
 
 
 
Titolo: The princess and the dark mage (Alexithymia)
Fandom: Danganronpa 2
Ship: Gundham x Sonia
Missione: M2 – Alexithymia (Inglese)
Nota: -
Tipo: pure drabble

 
Senza parole.
Ecco come si sentiva Gundham quando Sonia si sedeva accanto a lui, lo sfiorava o, anche solo, gli passava davanti, facendo oscillare i suoi lunghi capelli biondi di fronte ai suoi occhi.
E questo lo stava facendo, letteralmente, impazzire.
Aveva tentato di confessare i suoi sentimenti – era ovvio che ci avesse provato – però, ogni volta, era come se nessuna parole fosse in grado di esprimere perfettamente ciò che lui provava.
Ma, quando Sonia prese il viso di lui tra le sue mani e lo baciò, il ragazzo capì che le parole erano, in quel caso, superflue.
 
 
 
Titolo: The princess and the dark mage (Anaxiphilia)
Fandom: Danganronpa 2
Ship: Gundham x Sonia
Missione: M2 – Anaxiphilia (Inglese)
Nota: -
Tipo: pure drabble

 
Sonia sapeva che Gundham era una persona di cui lei non si doveva innamorare.
Fin dalla nascita, tutti intorno a lei le avevano sempre ricordato che lei si sarebbe dovuta innamorare di qualcuno che possedeva sangue nobile.
Per questo, anche solo l'idea di dover presentare ai suoi genitori un ragazzo che aveva come unico titolo quello di "Ultimate Breeder" e che aveva come sudditi solo quattro criceti era diventata un incubo.
Ma, quando Gundham le sorrise, il cuore di Sonia iniziò a batterle con così tanta forza da farle capire che, oramai, era troppo tardi per innamorarsi di qualcun altro.
 
 
 
Titolo: The princess and the dark mage (Apodyopsis)
Fandom: Danganronpa 2
Ship: Gundham x Sonia
Missione: M2 – Apodyopsis (Greco)
Nota: -
Tipo: pure drabble

 
Se Sonia lo avesse saputo, lui sarebbe morto.
Ma, nonostante sapesse il rischio che stava correndo, Gundham non poteva farne a meno.
Ogni volta che la ragazza entrava nel suo campo visivo, era come se la stessa identica scena si presentasse davanti ai suoi occhi.
Immaginava il vestito della ragazza venir sganciato da dietro e la stoffa morbida che scivolava lungo la pelle candida di lei, lentamente. Lei portava le braccia al suo petto, imbarazzata, mentre le sue guance si tingevano di rosso...
«Gundham, mi stai ascoltando?»
Quando Sonia gli pose quella domanda, il ragazzo annuì come se niente fosse.
 
 
 
Titolo: The princess and the dark mage (Augenblick)
Fandom: Danganronpa 2
Ship: Gundham x Sonia
Missione: M2 – Augenblick (Tedesco)
Nota: -
Tipo: pure drabble

 
Se quello era un sogno, Gundham non voleva svegliarsi.
Sonia era lì, tra le sue braccia, le sue labbra poggiate su quelle di lui e il ragazzo non riusciva a percepire nient'altro.
Il calore estivo che fino a pochi istanti prima lo stava uccidendo era sparito completamente.
Il chiasso dei suoi compagni di classe era diventato sempre più ovattato.
Il peso del corpo della ragazza, poggiato contro di lui, era svanito.
In quel momento fugace e breve, ma per lui intenso ed eterno, era come se non esistesse nessun altro, se non le loro labbra, unite nel loro primo bacio.
 
 
 
Titolo: The princess and the dark mage (B'shert)
Fandom: Danganronpa 2
Ship: Gundham x Sonia
Missione: M2 – B'shert (Yiddish)
Nota: -
Tipo: pure drabble

 
Sonia aveva sempre creduto nella favola dell'anima gemella, ma più il tempo passava e più lei iniziava a dubitare di quella leggenda.
Aveva passato la sua vita a cercarla, in lungo e in largo per tutto il mondo.
Grazie al suo status di principessa, era riuscita a viaggiare in diverse nazioni e a conoscere persone da ogni dove, tra cui anche molti pretendenti. Ma non c'era niente da fare.
Per questo, la ragazza aveva deciso di arrendersi.
Ma, quando i suoi occhi incrociarono quelli di Gundham per la prima volta, Sonia capì di aver finalmente trovato colui che stava cercando.
 
 
 
Titolo: The princess and the dark mage (Cafuné)
Fandom: Danganronpa 2
Ship: Gundham x Sonia
Missione: M2 – Cafuné (portoghese brasiliano)
Nota: -
Tipo: pure drabble

 
Sonia stava dormendo accanto a lui, nel suo letto.
Gundham continuava ad osservare la principessa che, poche ore prima, si era intrufolata nella sua stanza, dicendo di aver bisogno di qualcuno con cui parlare... per poi essersi addormentata nel suo letto.
Ma, nonostante non volesse farla andare via, il ragazzo sapeva che avrebbe fatto bene a svegliarla immediatamente.
Quando vide il sorriso felice sulle sue labbra, però, Gundham si stese accanto a lei e fece scivolare gentilmente le dita tra i suoi capelli biondi, sentendo il suo cuore perdere un battito quando Sonia sussurrò dolcemente il suo nome nel sonno.
 
 
 
Titolo: The princess and the dark mage (Komorebi)
Fandom: Danganronpa 2
Ship: Gundham x Sonia
Missione: M2 – Komorebi (Giapponese)
Nota: -
Tipo: pure drabble

 
Sonia si sedeva spesso su quella panchina.
Gundham aveva ottenuto quell'informazione casualmente, mentre passava il suo tempo ad occuparsi dei suoi criceti, all’aperto.
E, anche se non sapeva perché, ogni volta che lei si sedeva lì, il ragazzo non riusciva più a toglierle gli occhi di dosso.
Quella donna doveva essere una strega, un demone maligno!
Ma, quando si voltò nuovamente verso di lei, Gundham non poté far a meno di pensare che, illuminata dai pochi raggi di luce che filtravano tra le foglie, Sonia era così bella da sembrare, più che un essere maligno, una vera e propria dea.
 
 
 
Titolo: The princess and the dark mage (Bedgasm)
Fandom: Danganronpa 2
Ship: Gundham x Sonia
Missione: M2 – Bedgasm (Inglese)
Nota: -
Tipo: pure drabble

 
Sonia lo avrebbe reso pazzo.
Gundham non sapeva cosa gli stesse succedendo ma, ogni volta che Sonia gli rivolgeva la parola o anche solo si trovava vicino a lui, una stranissima euforia si faceva strada dentro di lui.
Aveva provato di tutto: dai riti agli incantesimi più strani, ma niente.
Quella sensazione continuava a presentarsi e, non solo, col tempo si acuiva sempre di più, rendendogli invivibile i momenti passati in classe.
Ma, quando Ibuki gli fece notare che quell'euforia doveva essere causata dal fatto che Sonia fosse il suo primo amore, Gundham non riuscì a trovare una motivazione migliore.


Titolo: The princess and the dark mage (Basorexia)
Fandom: Danganronpa 2
Ship: Gundham x Sonia
Missione: M2 – Basorexia (Inglese)
Nota: -
Tipo: pure drabble

 
Sonia voleva baciarlo.
Neanche lei sapeva da dove fosse venuto quel desiderio, ma, da qualche giorno, la ragazza non riusciva a pensare ad altro.
Ogni volta che Gundham parlava, era come se tutto intorno a lei si facesse ovattato e, nonostante lei cercasse di ascoltare ciò che il ragazzo le stesse dicendo, l'unica cosa su cui riusciva a focalizzarsi erano le sue labbra che si aprivano e si chiudevano.
Non ce la faceva più.
All'inizio aveva deciso di ignorare quel desiderio, ma più andava avanti e più aumentava.
Così, quando il ragazzo le parlò nuovamente, Sonia cedette e lo baciò.


Titolo: The princess and the dark mage (Psithurism) 
Fandom: Danganronpa 2
Ship: Gundham x Sonia
Missione: M2 – Psithurism (Inglese) 
Nota: -
Tipo: pure drabble
 
Sonia adorava il suono del fruscio delle foglie che venivano mosse dal vento e, quindi, non era raro che passasse i suoi pomeriggi a sedere su una delle panchine nel cortile della scuola.
Ed era stato proprio in uno di quei pomeriggi che aveva parlato con Gundham per la prima volta.
Il ragazzo si era presentato a lei con il suo solito fare teatrale per poi sedersi sulla sua stessa panchina e iniziare a parlare.
E fu in quel momento che Sonia notò che, la voce di quel ragazzo era ancora più piacevole del dolce suono che tanto amava ascoltare.
 
 
Titolo: The princess and the dark mage (Stjerneklart) 
Fandom: Danganronpa 2
Ship: Gundham x Sonia
Missione: M2 – Stjerneklart (Norvegese)
Nota: -
Tipo: pure drabble
 
Stelle. Quella era l'unica cosa che Gundham, con Sonia al suo fianco, aveva nel campo visivo in quel momento.
Ma...
«Sono bellissime, vero?»
Nonostante la ragazza fosse così entusiasta di quell'enorme cielo stellato, lui non riusciva davvero a comprendere cosa ci fosse di così bello.
Quando abbassò lo sguardo e lo puntò su di lei per risponderle, però, Gundham si bloccò immediatamente.
Riflessi nei suoi occhi, anche quei piccoli puntini luminosi diventavano una delle cose più belle che lui avesse mai visto in tutta la sua vita.
Per questo, rispose, con la voce più roca del solito:
«Sì, sono stupende.»
Titolo: Odiare e amare
Fandom: Fire Emblem Three Houses
Personaggi: Dimitri x Edelgard
Missione: M3 – Amore/Odio, FF, SFW
Tipo: pure drabble
Note: possibile SPOILER, incest, What if?
 
Dimitri odiava Edelgard.
Quel sentimento si era fatto strada dentro di lui da quel giorno di cinque anni prima, quando la ragazza si era rivelata essere l'Imperatore delle Fiamme.
Da quel momento in poi, tutto nella sua vita si era capovolto.
Aveva perso i suoi alleati, la sua calma, il suo regno.
E ora, colei che lo aveva portato infondo a quel baratro si trovava lì, di fronte a lui, disarmata.
Finalmente avrebbe potuto ucciderla.
Ma, quando aprì le labbra per dirle quanto la odiava, altro uscì da esse, senza che lui se ne rendesse conto.
«Ti ho sempre amata.»

Fuggire

Mar. 18th, 2020 09:28 pm
Titolo: Fuggire
Fandom: Mystic Messenger
Personaggi: Saeran e Saeyoung Choi
Missione: M3 – Legame fraterno, FF, SFW
Tipo: pure drabble
Note: SPOILER
 
«Scapperemo da qui insieme, te lo prometto.»
«S-Saeyoung...»
Saeran si voltò verso suo fratello.
Nonostante le lacrime gli velassero gli occhi, il bambino poteva vedere Saeyoung inginocchiato lì vicino, il solito sorriso sul volto.
Saeran amava quel sorriso.
Non sapeva neanche lui perché, ma ogni volta che suo fratello gemello glielo mostrava, tutta la paura svaniva.
«Che c'è, non mi credi?»
Come avrebbe potuto essere il contrario.
Il bambino annuì, tirando su col naso.
«Allora smettila di piangere, ok?»
Saeran annuì nuovamente.
Ne era certo.
Un giorno loro due sarebbero scappati e avrebbero vissuto una vita felice e spensierata, insieme.
Fandom: Bravely Default
Personaggi: Alternis Dim
Avvertimenti: SPOILER, Missing Moment
Missione: M3 - Onora tuo padre e tua madre.
Numero di parole: 240
 
Gli occhi di Alternis Dim erano puntati sul pilastro di luce che, a soli pochi metri da lui, si alzava verso il cielo.
Non c'era più tempo. Doveva agire immediatamente.
Il cavaliere dall'armatura nera si voltò, dando le spalle alla grande finestra dell'aeronave e iniziando a camminare verso la porta della sala comandi, per raggiungere il ponte.
Un brivido gli corse lungo la schiena quando pensò a cosa avrebbe trovato sulla nave nemica, una volta che sarebbe saltato su quella per fermare i piani di quell'essere malvagio.
Edea Lee.
La ragazza che lui aveva da sempre amato era adesso dalla parte dei cattivi e Alternis non riusciva ancora a credere di dover incrociare la sua spada con lei.
Ma non poteva fare altrimenti.
Dopotutto, quello era l'ultimo desiderio di Braev Lee.
Non appena quel pensiero gli attraversò la mente, il cavaliere iniziò a camminare con passo più deciso, l'ansia di poco prima che era completamente scomparsa.
Il Templare era morto.
Questo perché lui non era stato abbastanza bravo da proteggerlo.
E questo Alternis non se lo sarebbe mai perdonato.
Il ragazzo arrivò sul ponte e afferrò la sua spada, pronto a saltare sull'aeronave in cui la battaglia finale avrebbe avuto luogo, mentre il suo obiettivo si faceva sempre più chiaro nella sua mente.
Per esaudire il desiderio di colui che considerava alla stregua di un padre, Alternis avrebbe vinto.
Anche se questo significava uccidere la persona che, da sempre, amava.
Titolo: Are you proud of me?
Fandom: Bravely Default (Second)
Personaggi: Anne
Avvertimenti: SPOILER, Missing Moment
Missione: M2 – Mitologia celtica e irlandese (elemento ripreso: fate maligne della mitologia celtica)
Numero di parole: 538
 
Aveva perso.
Quando quella convinzione si fece chiara nella mente di Anne, era troppo tardi per lei.
L'attacco di Yew la colpì in pieno e la fata cadde a terra, la forza ormai sparita dalle sue bellissime ali dorate che il suo signore le aveva donato.
«C-Che disdetta...»
Anne portò lo sguardo a terra, osservando come il suolo si stesse facendo sempre più vicino.
Stava riacquistando la sua forma originale. Quella di una mera, piccola fatina dalle ali nere.
E ancora non riusciva a crederci.
Perché? Perché le cose stavano andando in quel modo?
Lei aveva fatto di tutto per Lord Providence.
Aveva ingannato quei quattro ragazzi, due anni prima, per far in modo che sua sorella Airy non si intromettesse nei suoi piani.
Aveva passato mesi in compagnia di uno stupido umano, così insopportabile che Anne si era chiesta più volte perché, tra tutti, doveva trovare proprio lui.
Ma questo non l'aveva fermata.
Aveva sopportato tutto, anche l'attesa della fine del piano di sua sorella, anche l'essere considerata il braccio destro di quell'uomo che si faceva chiamare Kaiser.
Tutto per quel momento.
Per il giorno in cui il suo padrone sarebbe giunto su quella terra e l'avrebbe distrutta.
Ogni volta che pensava a ciò che avrebbe atteso Luxendarc, Anne non riusciva a contenere il suo entusiasmo.
Voleva vederlo.
Voleva sentirlo.
Voleva viverlo.
Allora perché stava perdendo?
Perché non riusciva più a muoversi?
Perché non era capace di mantenere la forma che il suo signore le aveva donato?
La fatina digrignò i denti, riuscendo finalmente ad alzarsi in volo, le piccole ali nere che le facevano male.
No. Era impossibile.
Lei non aveva perso.
Lei doveva combattere.
Doveva continuare a lottare, così da poter vedere finalmente ciò che Lord Providence le aveva promesso.
Ma, nonostante ci provasse, non riusciva a lanciare nessun incantesimo.
Adesso era lì, che barcollava nell'aria, non riuscendo a mantenere neanche un volo stabile, mentre una forte malinconia si faceva strada in lei.
Sapeva di non aver fallito.
Dopotutto, anche se era stata sconfitta in battaglia, oramai il portale era stato aperto.
Lord Providence sarebbe arrivato su Luxendarc e l'avrebbe distrutta.
Quello era il piano fin dall'inizio.
Ma, per qualche motivo, Anne non era affatto contenta.
Non riusciva ad accettare quella sconfitta.
Non riusciva ad accettare di aver perso la possibilità di vedere ciò per cui aveva combattuto così a lungo.
Non riusciva ad accettare che il suo signore non la riconoscesse come degna del suo ruolo.
Quando quel pensiero si formò nella sua mente, gli occhi Anne si spalancarono.
Già. Ecco qual era il problema.
Nonostante tutto ciò che la fatina avesse fatto fino a quel momento, Lord Providence non le aveva mai detto niente.
Non l'aveva mai lodata.
Il mondo intorno a lei si faceva sempre più oscuro.
Le sue ali iniziarono a cedere e Anne rischiò più volte di cadere al suolo, mentre le sue labbra si schiudevano e la domanda che da tanto tempo le attanagliava il cuore fuoriusciva da esse.
«Venerabile...»
Le sue ali non riuscivano più a reggere neanche il suo misero peso.
«...siete...»
Le sue palpebre erano troppo pesanti per restare aperte.
«...fiero di...»
La fatina cadde al suolo, la voce che ormai era diventata un sussurro.
«...me?»
Titolo: Flying Fairy
Fandom: Bravely Default
Personaggi: Tiz Arrior, Edea Lee, Agnès Oblige, Airy
Avvertimenti: SPOILER, Missing Moment
Note: Il trio di personaggi (Tiz, Agnès e Edea) appartiene all’universo precedente a quello in cui iniziano gli eventi del gioco.
Missione: M2 – Mitologia celtica e irlandese (elemento ripreso: fate maligne della mitologia celtica)
Numero di parole: 575
 
Airy li aveva presi in giro.
Quando quella convinzione si fece strada nella sua mente, Tiz Arrior si trovava disteso sul ponte della nave che li aveva accompagnati durante il loro viaggio, senza che il suo corpo riuscisse a muoversi di un singolo millimetro, la ferita allo stomaco così profonda da impedirgli addirittura di respirare.
Accanto a lui, il ragazzo sapeva che si trovavano le altre sue due compagne.
Avrebbe voluto voltarsi verso di loro, accertarsi che stessero bene, correre ad aiutarle...
...Ma non aveva il coraggio di voltarsi verso di loro. Perché? Perché oramai sapeva che era troppo tardi.
Aveva visto il momento in cui la fatina si era trasformata in quella belva e le aveva colpite con i suoi stessi occhi.
Era successo proprio lì, davanti a lui.
Gli bastava chiudere le palpebre, anche sol sbatterle, per far sì che la scena di poco prima si dipingesse nella sua mente, così vivida da spaventarlo ogni volta.
Quando Airy aveva rivelato il suo doppio gioco, Edea Lee si era frapposta tra Agnès Oblige e la fata dei cristalli e aveva sguainato la sua spada, pronta a difendere la sua amica.
Il loro nemico aveva riso di quel gesto, con la sua solita dolce voce che, adesso, aveva al suo interno una punta di malignità che Tiz non aveva mai captato prima.
Ed era stato in quel momento che il ragazzo aveva capito cosa stava per succedere.
Di fronte a ciò, Tiz aveva afferrato l'ascia che si trovava sulla sua schiena, pronto a lanciarsi contro il mostro che si trovava a pochi centimetri da lui.
Ma, quando si era lanciato in avanti, con l'arma alzata sopra la sua testa, era già troppo tardi per agire.
Un urlo di dolore uscì dalle labbra di Edea e il ragazzo non potè far altro che guardare la sua compagna venire scaraventata per aria, per poi sbattere con forza contro il parapetto della nave e cadere al suolo, sul pavimento di legno.
Il sangue di Tiz era gelato nelle sue vene quando aveva visto l'enorme ferita che si trovava sul ventre della ragazza.
Non c'erano dubbi. La figlia del Templare era morta sul colpo.
Nonostante ciò, Agnès aveva gridato il suo nome e si era diretta verso di lei, ma, esattamente come era successo solo un secondo prima, Airy aveva attaccato nuovamente, e anche la vestale era caduta al suolo, inerme.
I ricordi di Tiz, da quel punto in poi, erano troppo confusi.
La paura e il dolore avevano ormai preso il sopravvento.
Ricordava di aver attaccato la fata, di aver fatto roteare l'ascia sopra la sua testa e di essersi lanciato contro il corpo del suo nemico...
Poi, il buio.
Quando si era risvegliato, si era ritrovato lì, disteso a terra sul ponte della nave che li aveva accompagnati nella loro avventura.
E da lì non si era mosso.
L'unica cosa che aveva fatto in quei suoi ultimi momenti di vita – che sembravano durare un'eternità – era stata osservare il cielo azzurro sopra di lui, senza osare chiudere gli occhi.
Non voleva rivivere quei momenti.
Non voleva rivedere le sue compagne venire uccise.
Non voleva accettare di essere stato tradito da qualcuno che, fino a poche ore prima, aveva considerato parte del suo gruppo.
E per questo rimase lì, attendendo che la morte arrivasse e lo portasse via, mentre la dolce risata della fatina risuonava, ancora, nelle sue orecchie, quasi come se volesse tormentarlo fino alla fine.

Questa storia partecipa al COW-T10 indetto da LDF
Missione: M2 (Pioggia - Neve - Oscurità)
Fandom: Danganronpa 2
Personaggi: Gundham Tanaka, Sonia Nevermind
Avvertimenti: SPOILER, angst, Major Character Death, What if? (E se solo Sonia entrasse a far parte dell'Ultimate Despair e Gundham no?)
Parole: 1429

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«Che c'è Gundham, perché non lotti più?»

Dolore.

Questa era l'unica cosa che Gundham riusciva a sentire in quel momento, mentre il suo corpo si trovava bloccato contro il terreno.

Non aveva più forze.

Non importava quanto potesse combattere.

Non avrebbe mai potuto vincere.

Non contro di lei.

 

Gundham ricordava perfettamente la prima volta che lui e Sonia erano stati da soli, due anni prima.

Il ragazzo era seduto sul davanzale della finestra dell'aula 1B della Hope Peak Academy e stava osservando l'esterno dell'accademia.

Fuori stava piovendo.

Le gocce d'acqua scivolavano lungo il vetro della finestra, lentamente, senza alcuna fretta. E lui, come suo solito, era lì ad osservarle.

Lui odiava la pioggia.

La trovava pura, fin troppo pura.

Lui era il Signore delle Tenebre, il Demone che era riuscito ad arrivare sulla Terra direttamente dagli Inferi.

La pioggia era un qualcosa che non doveva toccarlo.

Se solo lo avesse sfiorato, avrebbe reso il suo potere più debole, impedendogli di poter usare la sua Magia Oscura–

«Tu non torni ai dormitori, Gundham?»

Fu in quel momento che una voce, la sua voce, arrivò dalle sue spalle, interrompendo ogni suo pensiero.

Il ragazzo si voltò e lì, a poco più di due metri da lui, si trovava lei.

«Dark Lady,– rispose lui, con la sua solita voce teatrale –cosa ci fai ancora qui? Non dovresti essere già essere nel tuo alloggio?»

Sonia ridacchiò e Gundham dovette appellarsi a tutte le sue forze per non arrossire, mentre il cuore gli perdeva un battito nel petto.

La sua risata era bellissima, forse il suono più bello che il ragazzo avesse mai sentito.

«Stavo giusto per andarmene quando ti ho visto, quindi ho deciso di stare un po' qui con te.» gli disse poi.

Il ragazzo stava per rispondere, ma, quando Sonia si avvicinò al davanzale della finestra, fu costretto a spostare lo sguardo nuovamente verso l'esterno, per cercare di non pensare alla ragazza che, adesso, si trovava al suo fianco.

«Da qui è quasi poetico guardare la pioggia.– continuò la principessa –Credo sia il punto più bello da cui osservarla.»

«Ti piace la pioggia? E' per questo che vuoi restare qui?» le domandò lui, la voce leggermente più roca del solito.

Sonia non rispose immediatamente, come se non fosse sicura su cosa dire.

Poi la sua voce, ancora più dolce e pura del suono che arrivava all’esterno risuonò nella stanza.

«No, voglio stare qui perché ci sei tu.»

 

Anche in quel momento si trovavano in quella stessa stanza o, meglio, in ciò che era rimasto dell’aula 1B.

E, come allora, stava piovendo.

Ma questa volta le gocce d’acqua, che entravano dalla finestra rotta, si frantumavano contro di lui con una forza tale che Gundham si chiese come aveva anche solo potuto vederle come un qualcosa di puro.

«Gundham, perché non mi rispondi?»

Ogni parole pronunciata da quella voce così sadica e maliziosa era come una pugnalata per lui.

Il ragazzo alzò lo sguardo, puntandolo sulla ragazza che si trovava a cavalcioni sopra il suo stomaco, nello stesso punto in cui, poco prima, aveva affondato la spada che adesso teneva tra le mani.

«D-Dark Lady...»

Quando la chiamò in quel modo, gli occhi della ragazza brillarono di luce propria.

 

Il paesaggio innevato che avevano visto quel giorno era rimasto impresso nella sua mente.

Si trovavano sempre lì, in quell’identica aula, seduti davanzale della stessa finestra.

Era diventata una loro abitudine rimanere lì dopo le lezioni.

A volte parlavano per ore, altre restavano in completo silenzio, a contemplare i cambiamenti di quel solito paesaggio.

Gundham era quasi arrivato a pensare che loro due fossero legati dal destino, tanto erano in sintonia.

«Sai Gundham, secondo me sei carino.»

Quando Sonia aveva pronunciato quelle parole, il ragazzo aveva sentito le guance andargli completamente in fiamme.

Che discorsi si era messa a fare all’improvviso? Che fosse stata posseduta da qualche Demone maligno?

«Oh, sei arrossito!– la voce di Sonia era diventata ancora più squillante del solito –Che carino!»

Il ragazzo non distolse lo sguardo dai fiocchi di neve che continuavano a danzare fuori dalla finestra, mentre il calore del suo viso aumentava.

No, così non andava bene.

Poteva sentire tutte le sue forze magiche venire meno.

Certo! Quello doveva essere un incantesimo! Perché non ci aveva pensato prima?

Doveva smettere di farla parlare, così da poter recuperare le sue forze magiche e eliminare quel Demone.

Ma, quando Gundham si voltò verso di lei e il suo sguardo si posò sui suoi bellissimi occhi, più chiari e brillanti di quei fiocchi di neve, il ragazzo non poté far altro che ammettere la sconfitta, mentre un altro “Che carino!” usciva dalle labbra di Sonia.

 

Ma quella luce, che faceva brillare quei bellissimi occhi nel buio, era adesso completamente diversa da quella di allora.

Non vi era più alcuna traccia della purezza e della dolcezza che avevano ricordato a Gundham i piccoli fiocchi di neve.

No, ora l’unica cosa che si riusciva a vedere era puro gelo. Un freddo così pungente e glaciale che si addiceva più ad un’impetuosa tempesta di neve.

«Dovresti chiamarmi con il mio nome, Gundham. Proprio come quella volta» sussurro la ragazza, mentre un piccolo sorrisetto, appena percettibile nel buio della stanza, si formava sul suo volto.

 

«Sonia...»

Quando Gundham aveva sussurrato quel nome per la prima volta, la ragazza a pochi centimetri da lui era arrossita visibilmente, così tanto da risultare fin troppo visibile nell’oscurità che li stava circondando.

Si trovavano sempre lì, in quella solita aula.

Il ragazzo si trovava seduto a terra, le spalle contro il muro, la testa che quasi sfiorava il davanzale della loro solita finestra.

Accovacciata tra le sue gambe, a pochi centimetri dal suo volto, si trovava lei.

Sonia.

Neanche Gundham sapeva come erano finiti in quella posizione.

Un attimo prima erano seduti sul davanzale della finestra, come sempre, e un secondo dopo si erano ritrovati a terra.

Ma la dinamica degli eventi era l’ultima cosa che gli importava.

Sonia era così vicina a lui che il ragazzo stava per avere un infarto.

Ed era stato proprio in quel momento che aveva quel nome era uscito fuori dalle sue labbra, prima che potesse acquistare abbastanza lucidità da potersi fermare.

E ora la situazione si era fatta ancora più imbarazzante.

Sonia teneva i suoi occhi –i suoi bellissimi e brillanti occhi– a puntati a terra, le guance completamente in fiamme.

Se Gundham ascoltava attentamente, poteva benissimo riuscire a sentire il cuore della ragazza che, con forza, le batteva nel petto.

O forse era il suo a battere così forte?

Non lo sapeva e neanche voleva scoprirlo.

Era come se si trovasse sotto il controllo di un potentissimo incantesimo.

Mosso da un coraggio che mai prima di allora aveva avuto, il ragazzo aveva portato una mano al viso di lei, lasciando che il calore emanato dalla sua guancia si espandesse sul suo palmo.

«Sai, Gundham...»

Sonia aveva puntato i suoi occhi su di lui.

«...io continuo a trovarti carino.»

Quelle parole furono il colpo di grazia.

Prima che potesse fermarsi, il ragazzo si era sporto in avanti e aveva unito le sue labbra a quelle di lei.

Gundham chiuse gli occhi, lasciandosi andare a quella sensazione di libertà che non aveva mai sentito fino ad allora.

Una parte della sua testa, forse l’unica che era rimasta lucida, continuava ad urlargli di liberarsi da quel temibile incantesimo, prima che fosse troppo tardi.

E lui stava per ascoltarla, sul serio.

Ma, poi, Sonia ricambiò il bacio.

 

Il ragazzo aguzzò lo sguardo, cercando di mettere a fuoco la figura che si stagliava sopra di lui, nonostante la sua vista stesse ormai iniziando a venire meno.

Per un attimo, anche se solo per un attimo, gli parve quasi di vedere la Sonia Nevermind che aveva conosciuto e che aveva continuato a vivere nei suoi ricordi.

La Sonia che era rimasta con lui in quel giorno di pioggia.

«S-So...»

La Sonia che gli aveva detto che lo trovava carino, di fronte a quel passaggio innevato.

«...ni...»

La Sonia che aveva baciato nel buio di quella stessa aula.

«...a.»

La Sonia che aveva amato.

Ma, quando la spada si conficco nel suo petto e la risata della ragazza gli arrivò alle orecchie  anche quell’ultimo barlume di speranza si dissolse.

Gundham aprì la bocca, ma niente uscì da questa.

Non aveva neanche più le forze di urlare.

«Oh Gundham...»

Sonia sussurrò il suo nome e il suo volto si contorse in un’espressione di malsano piacere, mentre la forza sul manico della sua spada aumentava così da far affondare la lama sempre più a fondo.

«...sei sempre così carino.»

QUESTE DRABBLE PARTECIPANO AL COW-T9 INDETTO DA LANDE DI FANDOM
Missione Shannen Week6
Fandom: Bravely Default
Coppia: Tiz/Agnès
Parole: 100 parole l'una



#Kidnapped

Agnès era stata rapita.
Questa era l'unica cosa che occupava la mente di Tiz da quando il ragazzo aveva riaperto gli occhi, dopo due anni di sonno profondo.
Nonostante sapesse che la lei stesse bene (ci aveva anche parlato dopotutto) il ragazzo non riusciva minimamente a prendere la situazione con la sua solita calma, così come Edea gli aveva fatto notare più volte.
Ma cosa poteva farci?
Il pensiero che le succedesse qualcosa lo tormentava giorno e notte.
Per questo, Tiz avrebbe fatto di tutto per velocizzare il loro cammino, anche se questo avrebbe significato essere odiato dai suoi compagni.



#Map

Agnès guardava la mappa nelle sue mani, cercando di capire di fossero finiti.
Tutto era così confuso in quella cartina che per lei era praticamente impossibile capire quale fosse il sentiero da seguire.
Secondo quello che lei stava vedendo, alla sua destra dovevano esserci delle alte montagne, mentre davanti a lei doveva esserci un lago.
Ma loro si trovavano in una pianura in cui non c'era un filo d'acqua.
Esasperata, la ragazza stava per accartocciare quel pezzo di carta e gettarlo.
Ma, quando Tiz le girò la mappa di 90 gradi, ridacchiando, Agnès sentì le sue guance andare a fuoco.



#Ok

«Tutto ok?»
La voce con cui Tiz le aveva posto quella domanda era un sussurro, un qualcosa che solo lei poteva sentire.
Si trovavano sul pavimento dell’aeronave, l’una sopra l’altro.
Agnès annuì leggermente, tentando di nascondere il proprio viso che stava andando a fuoco da qualche secondo oramai, esattamente dal momento in cui lei era inciampata, cadendo su di lui.
«Scusami...»
«Non scusarti, sto bene.»
Agnès si rese conto solo in quel momento di quanto fossero vicini. Se avesse voluto avrebbe anche potuto baciarlo.
«Che state facendo?»
Ma, quando Edea parlò, la vestale si tirò immediatamente su, distogliendo lo sguardo.



#Protection

Tiz era da sempre stato un tipo pacifico.
Fino a quel momento non aveva mai preso una singola arma in mano, neanche se la sua stessa vita era quella in pericolo minacciata.
Da quando aveva incontrato Agnès però, un fortissimo sentimento di protezione aveva iniziato a farsi strada dentro di lui, trasmettendogli una sensazione che non aveva mai sentito prima.
Tiz voleva proteggerla, tenerla al sicuro da tutti coloro che avevano intenzione di ferirla, farle anche da scudo se necessario.
Per questo il ragazzo continuava a stare al suo fianco, pronto a sguainare il suo pugnale in caso di necessità.



#Quiet

Agnès sapeva che Tiz era un tipo silenzioso.
Da quando lo aveva incontrato, il ragazzo aveva parlato solo quando era necessario, lasciando che fossero gli altri a fare i discorsi più lunghi.
Ma, anche se a tanti non piaceva quella sua caratteristica, la ragazza l’adorava.
Stando insieme a Tiz, Agnès aveva capito che il suo essere silenzioso non andava minimamente a nascondere la sua gentilezza che, anzi, veniva accentuata e mostrata agli altri proprio grazie a quell’aspetto del suo carattere.
Per questo adorava stare con lui, così come le piaceva il silenzio con cui lui le mostrava il suo amore.



#Unknown

Quando Agnès aveva lasciato il tempio, si era ritrovata in un mondo completamente sconosciuto.
Fino a quel momento aveva passato quasi tutto il suo tempo all’interno del suo santuario, uscendo solo quando era strettamente necessario e allontanandosi comunque molto poco dal luogo in cui risiedeva.
Per questo non aveva potuto nascondere il terrore che l’aveva invasa non appena era salita su quella nave mercantile, abbandonando il suo continente.
Nessuno l’avrebbe aiutata.
Dopotutto chi si sarebbe messo contro il Ducato?
Così, quando Tiz le tese la mano, dicendo che sarebbe stato al suo fianco la ragazza non potè che sentirsi sollevata.



#Xtal
(Note:
An abbreviation of “crystal,” according to the OED.
Fonte: http://mentalfloss.com/article/70959/words-that-start-with-x)

Prima di partire per il loro viaggio, Tiz aveva già sentito parlare dei cristalli che risplendevano nei tempi di Luxendarc, permettendo così ai quattro elementi di mantenere un equilibrio perfetto.
Da quello che aveva appreso dalle chiacchiere che vi erano nel suo villaggio, i cristalli erano come creature divine capaci di risplendere di luce propria.
Molti studiosi li consideravano addirittura lo spettacolo più bello della natura.
Ma, dopo aver visto il modo in cui Agnès risplendeva durante la cerimonia, Tiz capì che avessero torto: in quel momento quella ragazza era più molto bella di qualsiasi cristallo che avesse di fronte.



#Zero

Se c’era una cosa che Agnès desiderava, era di poter finalmente riuscire ad avvicinarsi maggiormente a Tiz.
Ogni volta che ci provava infatti, la ragazza si ritrovava Airy tra i piedi, che le ricordava di doversi sbrigare per completare la missione.
Come se lei non lo sapesse.
Era a conoscenza del fatto che dovesse salvare il mondo e che non avesse tempo per quelle cose.
Ma, quando lui le si mise accanto, durante la battaglia finale, la ragazza afferrò la sua mano, facendo così in modo che la distanza tra di loro, anche se per poco, fosse uguale a zero.
QUESTE DRABBLE PARTECIPANO AL COW-T9 INDETTO DA LANDE DI FANDOM
Missione Shannen Week6
Fandom: Bravely Default
Coppia: Tiz/Agnès
Parole: 100 parole l'una



#Heart

Tiz era da sempre riuscito abbastanza facilmente a rubare il cuore delle persone che gli stavano intorno.
Non sapeva come, ma, come gli aveva fatto notare Ringabel, tutte le ragazze che lo incontravano finivano per trattarlo con interesse, facendo spesso anche ingelosire il suo amico.
Eppure, il ragazzo non riusciva a vedere il vantaggio di ciò.
Dopotutto, che senso aveva avere un potere del genere se non si poteva scegliere su chi usarlo?
Non gli interessavano gli interessavano le altre.
Era il cuore di Agnès che voleva.
E, per averlo, sarebbe anche arrivato a barattare tutti i cuori presenti nell'universo.



#Impossibile

Agnès sapeva quale fosse il significato della parole "impossibile", eppure, ogni volta che gliela ripetevano, la ragazza la ignorava.
Non era la prima volta che le succedeva di andare contro quella forte impossibilità di cui gli altri parlavano dopotutto.
Nonostante tutti le avessero detto che non ce l'avrebbe fatta, era riuscita a riportare la luce nei cristalli.
Anche se tutti glielo ripetevano, lei era riuscita a salvare il mondo e a cambiare la mentalità del ducato.
Per questo, mentre gli scienziati di Eternia continuavano a dirle che era impossibile salvare Tiz, la ragazza non aveva intenzione di perdere la speranza.



#Journey

Tiz non si era mai pentito di aver accettato di aiutare Agnès quel giorno.
A ripensarci adesso, forse quella decisione poteva essere stata avventata.
Dopotutto, lei era piombata nella sua vita all'improvviso e lo aveva portato via dalle sue terre, in giro per il mondo.
Eppure, lui non aveva mai pensato di aver fatto la scelta sbagliata.
Anzi, più continuavano a viaggiare insieme e più il ragazzo voleva stare al suo fianco.
Per questo, nonostante sapesse che in gioco c'era la salvezza dell'intero universo, Tiz non poteva far altro che pregare che il loro viaggio durasse più al lungo possibile.



#Night

«Non riesci a dormire?»
Quando Tiz sentì la voce di Agnès, si voltò.
«No, e tu?»
Lei scosse la testa, avvicinandosi alla ringhiera dell'aeronave e poggiando le sue braccia sulla ringhiera.
«Pensi che ce la faremo, Tiz?»
L'indomani avrebbero raggiunto il pilastro di luce e, con questo, anche la loro ultima battaglia.
«Sì, se saremo insieme.» le disse, tornando a guardare la distesa di nuvole.
Agnés non rispose.
L'unica cosa che fece fu poggiare la testa sulla sua spalla.
E fu così che rimasero: uno accanto all'altra, a darsi forza in quella che poteva essere la loro ultima notte insieme.
 



#Yo-yo

 
Nonostante Agnès sapesse di essere sempre più vicina a Tiz, era come se in realtà i suoi progressi fossero nulli.
Se avesse dovuto descrivere con una sola parola il suo rapporto con il ragazzo, lei sapeva che niente sarebbe stato più azzeccato di "yo-yo".
Non sapeva come spiegarlo ma, ogni volta che le sembrava di essere ad un soffio per poterlo afferrare, era come se lui le sfuggisse tra le dita.
Ma la ragazza non demordeva.
Per questo, ogni volta che il filo di quello yo-yo era abbastanza teso, lei allungava la mano, sperando che, un giorno, lui l'avrebbe afferrata.
 QUESTA STORIA PARTECIPA AL COW-T9 INDETTO DA LANDE DI FANDOM
PROMPT: Protectiveness, physically or verbally defending someone
NUMERO PAROLE: 4180

PERSONAGGI: Naoto Shirogane, Kanji Tatsumi, Tohru Adachi, Rise Kujikawa, Ryotaro Dojima, altri
COPPIE: NaotoxAdachi, NaotoxKanji
AVVERTIMENTI: Soulmate!AU dove non si vedono i colori prima di incontrare la propria anima gemella; UnderAge.


Era ormai passato un mese da quando il corpo di Chie Satonaka era stata ritrovato appeso al cancello del cimitero.
Da allora ci furono altre tre notti piovose ad Inaba e, in tutti e tre i casi, gli agenti di polizia che venivano comunque mandati ad ispezionare le strade non riuscivano mai a fermare l'assassino.
Seduta al tavolo della cucina, Naoto osservava uno dei sette fascicoli che aveva sul tavolo di fronte a lei, uno per ogni vittima che, in quell'arco di tempo, aumentava il numero di uccisioni avvenute.
Dopo Chie Satonaka, ad essere stata presa di mira fu la professoressa Kashiwagi, la coordinatrice di classe di Naoto.
Quello fu un segno allarmante per la polizia.
Kashiwagi non era infatti minimamente legata a Yamano o alle altre vittime: l'unica cosa che la collegava a Konishi, Amagi e Satonaka era il fatto che si trovassero nello stesso istituto.
Le due vittime successive a Kashiwagi erano state altre due ragazze della Yasogami High School: Ayane Matsunaga e Ai Ebihara, una coetanea e una senpai di Naoto. 
Con i loro omicidi, il loro presentimento era diventato completamente realtà.
Neanche queste due ragazze avevano infatti alcun legame con la prima vittima e, l'unica cosa che le collegava tra di loro e con l'omicidio di Kashiwagi, era che tutte e tre lavoravano o frequentavano la Yasogami High School, la stessa scuola anche delle altre vittime se non si considerava Yamano.
Possibile che l'assassino ci avesse preso così tanto gusto da uccidere qualunque ragazza le capitasse adesso sotto tiro?
«Cosa ci fai già sveglia?»
Quando la voce di Tohru le arrivò dalle sue spalle, Naoto si voltò, osservando quello che in quel periodo di tempo era diventato ufficialmente il suo fidanzato.
L'uomo era appoggiato allo stipite della porta della cucina e teneva le braccia incrociate, osservandola con curiosità.
Naoto sorrise.
«Sto provando ad esaminare il caso.» gli disse, alzando poi leggermente le spalle per arrivare all'altezza giusta per dare un bacio all'uomo quando lui si abbassò per venire incontro.
Tohru le mostrò la sua espressione preoccupata.
Gliela mostrava spesso in quel periodo in realtà.
«Sì, ma sono le cinque del mattino.– rispose, mentre portava una mano alla bocca per coprire lo sbadiglio che stava lasciando le sue labbra –E mi piacerebbe svegliarmi e trovare la mia ragazza accanto piuttosto che dover venire fino alla cucina per darti il buon giorno.»
Naoto abbassò lo sguardo.
Tohru aveva ragione.
Gli aveva promesso più volte che sarebbe stata a letto con lui e non avrebbe continuato a osservare quei fascicoli invano…
«Ehi ehi,– l’uomo le alzò il viso, posandole un bacio sulla fronte –non c’è bisogno di essere così tristi adesso. Non ti preoccupare, non è successo niente.»
Naoto annuì.
Da quando era morta Satonaka, la ragazza aveva quasi del tutto abbandonato le indagini sul caso e lasciava che fossero gli altri a portarle a termine, anche se, ogni tanto come quella mattina, sentiva il bisogno di tornare sul campo e di provare nuovamente a cercare l’assassino.
Era stato Tohru a consigliarle di riposarsi un po’.
E, anche se Naoto non era stata del tutto convinta all’inizio, aveva seguito il suo consiglio.
Ma alla fine era ovvio che lui sapesse cosa fosse meglio per lei, no?
Lui era la sua anima gemella.
Lui sapeva tutto di lei. Lei sapeva tutto di lui.
Almeno questo era ciò che lui le aveva ripetuto più volte in quel periodo e ciò in cui Naoto aveva riposto più fiducia.
Non riusciva neanche a ricordare come fosse la sua vita di appena un mese prima, senza l’uomo con lei.
E neanche voleva farlo.
«Vuoi un caffè?» le domandò l'uomo, avvicinandosi alla macchinetta.
«Sì, grazie.» rispose lei, chiudendo il fascicolo e riponendolo sopra agli altri.
Tanto sarebbe stato completamente inutile continuare ad esaminarlo.
Oramai, era come se l’assassino l’avesse in pugno e stesse solo giocando con lei.
Questo era il modo in cui la ragazza si sentiva ogni volta che leggeva uno di quei fascicoli o osservava le varie foto.
Quelli che fino ad un mese prima gli sarebbero sembrati indizi fondamentali per la riuscita del caso erano adesso, ai suoi occhi, solo degli inutili pezzi di carta.
E ogni giorno questa sensazione aumentava.
«Naoto.»
La ragazza alzò lo sguardo, puntandolo su Tohru.
«Sì?»
«Tra tre notti pioverà.»
Questa fu l'unica cosa che le disse.
Lui era colui che, tra i due, si era preso l'incarico di osservare il meteo ogni giorno e riferire all'altra quando l'assassino avrebbe potuto colpire.
Naoto sapeva che era una cosa senza senso.
Avrebbe potuto benissimo vedere quelle informazioni da sola, senza aver bisogno di qualcuno che le dicesse quando agire.
Ma così aveva deciso Tohru.
E lei faceva sempre quello che Tohru le diceva di fare.
«Sta volta lo prenderemo, ne sono sicura.» commentò la ragazza, incrociando le braccia sul tavolo e posando la testa su queste.
Sapeva che non era vero.
L’assassino le sarebbe di nuovo passato davanti agli occhi, come era successo già altre tre volte dopo la morte di Satonaka.
E quella sensazione terribile sarebbe aumentata, lasciandola completamente senza fiato.
«Non ne ho dubbi, Naoto.» le rispose Tohru, poggiando la tazza di caffè sul tavolo e abbassandosi a darle un bacio sulla nuca.
...Ma andava bene anche così.
Tohru era con lei.
E lui sarebbe riuscito a tirarle su il morale.
 
«Sei proprio sicura di volerlo fare, Shirogane?»
Naoto annuì.
«Sì, Dojima. Se io faccio da esca è possibile che riusciamo a catturarlo. È stata un’idea di Tohru.»
L'uomo la guardò, leggermente incredulo.
«Certo però che avresti potuto dirlo prima che eri una ragazza,– commentò  –è più di un mese che lavoriamo insieme.»
La detective sorrise debolmente a sua volta.
Anche quella di rivelare al mondo il suo vero sesso era stata un’idea di Tohru.
Da circa una settimana, infatti, la ragazza aveva gettato le bende che il suo fidanzato tanto odiava e aveva iniziato a vestirsi esattamente come lui preferiva.
In quel momento, infatti, stava indossando la gonna e la camicetta che avevano comprato insieme qualche giorno prima, quando erano usciti a fare compere.
«Il fatto che lei non lo abbia capito per un mese intero mi fa mettere in dubbio le sue capacità.»
L'uomo ridacchiò.
«E pensare che tu e Adachi siete anime gemelle… anche questa è stata una sorpresa.» disse poi.
Naoto annuì, continuando a sorridere.
Per un attimo, rimasero in silenzio a guardarsi l’un l’altra.
Era una cosa strana quella.
Da quello che la detective ricordava non c’erano mai stati così tanti momenti di silenzio tra loro due.
«Allora io vado Dojima.» Naoto si alzò, afferrando la sua borsa.
Poi, senza dire altro, si avviò verso l’uscita.
«Shirogane.»
Prima che potesse abbassare la maniglia, l’uomo la chiamò.
La ragazza si voltò.
«Sì, Dojima?»
«Sei sicura di stare bene?»
Quella domanda la colse completamente alla sprovvista.
Certo che stava bene. Perché non avrebbe dovuto?
«Di cosa sta parlando, Dojima?» domandò, mentre il sorriso di poco prima scompariva dalle sue labbra.
L'uomo la guardò e quando Naoto incrociò il suo sguardo sentì il suo cuore avere un sussulto.
Era lo stesso identico sguardo che Dojima le aveva mostrato un mese prima, dopo la morte di Amagi.
Quello sguardo di compassione che tanto le ricordava quello con cui la guardava sempre suo nonno...
«Sei diversa, Naoto.– disse, chiamandola per nome e facendola sussultare leggermente –Non sei venuta in centrale da almeno due settimane, quando prima non vedevi l'ora di tornare qua dopo essere andata a scuola. Poi compari nuovamente e sei vestita da ragazza, mentre prima non uscivi se non con qualcosa che doveva a tutti i costi coprire il tuo seno. Non mi chiami più nel bel mezzo della notte perché ti è venuta un'idea su chi possa essere il colpevole o su un modo in cui questo può avere agito. Dove è la Naoto Shirogane che ho conosciuto? Dove è la detective che è si è fatta quasi 10 km a corsa sotto l'acqua per salvare Satonaka?»
Naoto era rimasta ad ascoltare quel discorso, senza battere ciglio.
In fondo al suo cuore, sapeva che quell'uomo aveva ragione.
Sapeva che qualcosa in lei era cambiato, che c'erano tante cose che erano cambiare, che tutto il suo mondo si era completamente cambiato.
Ma Tohru era felice quando la trovava a casa una volta che era tornato dal lavoro.
Era felice quando lei non restava sveglia fino a tardi a pensare a chi potesse essere l'assassino.
Era felice quando lei non pensava troppo.
E a lei andava bene così.
«Arrivederci, Dojima.»
Quelle furono le uniche parole che la detective disse prima di uscire dalla stanza.
 
«Naoto, come va il caso?»
Quando Rise le aveva posto quella domanda le due si trovavano sul tetto della scuola, durante la pausa pranzo.
Era una domanda che la sua amica le faceva spesso in quel periodo.
Anche se Naoto non capiva perché le interessasse tanto.
«Non lo so.» rispose la detective, continuando a mangiare il suo panino.
La idol la guardò per un po’, come se continuasse ad aspettare che la ragazza continuasse a parlare.
Poi, sospirò.
«Naoto, sei sicura di stare bene?– le domandò, posando una mano sulla spalla dell’amica –Ti comporti in modo strano.»
La detective non disse niente, annuì semplicemente.
Era ovvio che stesse bene, Tohru era con lei.
Perché tutti le ripetevano la stessa domanda?
«Naoto, rispondimi.»
Naoto alzò lo sguardo.
«Ho risposto. Sto bene.» disse, guardando confusa l’altra.
Rise stava tremando.
«Naoto, ti prego, parliamone.– insistette lei, cercando chiaramente di mantenere la calma –Ti comporti come se qualcuno ti stesse controllando. Non parli più tanto come prima, non rimani più incantata ogni volta che il tuo cervello inizia a ragionare, non passi più le lezioni a guardare i fascicoli di nascosto sotto al banco! Mi spieghi cosa ti sta succedendo?!»
La detective la guardò, confusa.
Cosa c’era di strano nel suo comportamento?
Si stava solo comportando come sempre.
«Rise,– disse, mantenendo il suo tono di voce neutro –non urlare.»
Quando Naoto pronunciò quelle parole, la idol si trattenne chiaramente dallo scoppiare a piangere.
Rise era sempre stata così.
Si metteva a piangere anche se in realtà non c’era un vero e proprio motivo.
«Almeno avrai un piano, no?! Come agirai quando pioverà, tra due notti?!»
Naoto annuì.
«Farò da esca e lo cattureremo.»
Non sapeva neanche perché aveva parlato.
La Naoto Shirogane di un mese prima non avrebbe mai rivelato una tale informazione ad un civile.
«...E di chi è stata quest’idea?»
Rise non sembrava poi così convinta.
Naoto non capiva cosa avesse.
«Di Tohru.»
«Non voglio l’idea di Tohru, voglio la tua!»
Adesso la idol si era alzata in piedi e aveva urlato quelle parole, lasciando cadere il panino che, quasi finito, aveva poggiato sul suo grembo.
«Dove sono le tue idee, Naoto? Dove sono i tuoi piani geniali? Dove è la Naoto Shirogane che tutti noi conosciamo?!– la idol aveva adesso iniziato a urlare così forte che anche altre persone si erano voltate verso di loro –Dove è la Naoto che indossava abiti maschili e parlava con quella voce mascolina? Dove è la mia amica?!»
Naoto non poteva fare altro che guardare la idol urlare contro, mentre sentiva le spalle tremarle leggermente.
Rise aveva ragione.
Lei era cambiata in quel periodo.
«Rise,– la detective uso il tono neutro di poco prima –ti ho chiesto di non urlare.»
Le braccia, che la idol aveva tenuto alte fino a quel momento, ricaddero lungo il suo corpo, come se avessero perso completamente la forza di poter stare su. 
«Fa’ come ti pare.» disse poi, dirigendosi verso la porta e tornando all’interno dell’edificio scolastico.
Naoto la guardò allontanarsi, mentre sentiva l’impulso di allungare una mano e chiamarla, di trattenerla lì con lei.
Ma non lo fece.
Dopotutto, le andava bene così. 
 
«Ci sono io con te, Naoto. Non permetterò a nessuno di farti del male.» Naoto annuì quando Tohru le disse quelle parole.
Erano in macchina in quel momento, fuori stava piovendo e la ragazza stava indossando un semplice vestito che metteva in mostra le sue gambe e il seno prosperoso.
«Cosa devo fare?» chiese, voltandosi verso l'uomo alla sua destra.
Tohru le sorrise, accarezzandole la guancia.
«Devi solo camminare per un po' a giro. Ovviamente usa un ombrello, o ti prenderai un malanno, e io non voglio che tu ti ammali.– le spiegò lui, posandole poi un bacio sulla guancia –Io ti seguirò, starò a qualche metro da te, così in caso sarò sempre pronto per prendere l'assassino.»
La ragazza annuì, afferrando poi l'ombrello che l'uomo le tendeva.
Non aveva poi così tanta paura.
Aveva affrontato situazioni ben più critiche di quella.
Certo; fare da esca ad un pazzo stupratore omicida non era ciò che lei aveva sempre desiderato, ma allo stesso tempo la consapevolezza che Tohru e gli altri poliziotti la tenessero d'occhio rendeva la missione molto più facile e meno pericolosa.
In più lei era pur sempre una detective.
Non si sarebbe fatta mettere K.O. tanto facilmente.
Soprattutto perché altrimenti questo avrebbe potuto farla sfigurare di fronte agli occhi di Tohru.
«Ok, se sei pronta possiamo andare.»
Naoto annuì.
Poi, dopo aver posato un bacio sulle labbra dell'uomo, aprì la portiera della macchina.
La notte gelida di Inaba la salutò immediatamente e, quando una folata di vento la colse alla sprovvista, la ragazza portò automaticamente la mano alla sua testa, rendendosi conto solo dopo che non stava indossando il suo cappello.
In effetti, erano giorni che non lo portava.
Quel gesto che aveva appena compiuto aveva un che di irrazionale da quel punto di vista.
Stringendosi nel leggero cappotto (l'assassino doveva vedere che era vestita in modo succinto, dopotutto) la ragazza iniziò a camminare, stando attenta il più possibile a non farsi inzuppare dalla pioggia che continuava a infilarsi sotto il suo ombrello.
Inaba era completamente deserta.
La città, completamente avvolta nell’ombra e sommersa da quella pioggia così insistente, era particolarmente affascinante agli occhi della ragazza.
Quando aveva mosso ormai qualche passo, aveva sentito la portiera della macchina chiudersi dietro di lei.
Tohru doveva essere sceso.
Senza voltarsi, Naoto continuò a camminare per le strade di Inaba, evitando le grosse pozzanghere d'acqua che si erano formate al suolo.
Il vento freddo le passava attraverso i vestiti bagnati e la ragazza si strinse nelle spalle, per cercare riscaldarsi il più possibile.
Ombrello o no, si sarebbe sicuramente presa la febbre.
Ma quello non importava.
Dopo qualche minuto che stava camminando (forse un quarto d’ora? Venti minuti?) la detective aveva lasciato il quartiere commerciale di Inaba e stava adesso percorrendo il sentiero lungo il fiume.
Non era per niente facile camminare su quei tacchi, soprattutto su un terreno tanto scosceso.
La ragazza si guardò intorno, osservando con curiosità il fiume Samegawa, che si stava innalzando in modo quasi preoccupante al livello della strada.
Fu in quel momento che un rumore insolito attirò la sua attenzione.
Era come se qualcuno avesse pestato uno dei tanti legnetti che si trovavano in quell’area.
Come se il suo corpo si muovesse in automatico, la ragazza si mise in allerta, cercando di individuare il luogo da dove l'aveva sentito.
Passi.
Qualcuno la stava seguendo.
Che il piano stesse davvero funzionando...?
Incredula, Naoto iniziò a camminare più velocemente, così come Tohru le aveva detto di comportarsi se avesse sentito dei passi che non erano i suoi.
Doveva trovare un luogo riparato che le permettesse di tirare fuori la sua pistola, che era nascosta nella cintura del vestito che aveva legata in vita, e potesse così mirare bene all’assassino, senza che l'acqua entrasse nel suo campo visivo.
In realtà lei era completamente in grado di colpire i bersagli sotto la pioggia. 
Ricordava bene tutti gli allenamenti fatti con suo nonno, quando era più piccola.
Ma se Tohru aveva detto di fare in quel modo, chi era lei per ribattere?
Individuò uno dei tanti gazebo illuminati che popolavano le rive del fiume e lei iniziò a muoversi più velocemente.
Poteva sentire i passi dietro di lei aumentare di velocità.
Ma c’era qualcosa di strano.
Un brivido le corse lungo la schiena quando Naoto si rese conto che dovevano essere due persone.
Loro avevano sempre dato per scontato che l’assassino agisse da solo, non avevano mai preso in considerazione che potesse avere un complice.
Si stavano avvicinando.
E anche velocemente...!
Quando Naoto mise piede sotto al gazebo, si voltò, afferrando la pistola nascosta nella cintura con uno scatto che non pensava di essere in grado di fare.
Eppure era strano che lo pensasse.
Si era allenata più volte nel prendere di sorpresa i nemici... perché proprio ora non doveva funzionare?
L'ombrello le cadde dalle mani e la ragazza puntò la pistola dritta davanti a sé, mentre sentiva una forza che da tempo aveva perso impadronirsi nuovamente di lei.
Mise il dito sul grilletto.
Li aveva catturati...
«Aspett- Naoto non sparare!»
Quando quella voce così familiare le rispose, la detective rimase interdetta.
Ma lo fu ancora di più quando riconobbe una delle due figure che aveva adesso davanti a lei.
Rise teneva le mani in alto, mentre le sue gambe tremavano visibilmente, l'ombrello rosa che era caduto ai suoi piedi.
«Rise...?!»
«Sì... p-puoi mettere giù la pistola?» le chiese lei, continuando a tremare, gli occhi puntati sull'arma che la detective teneva tra le mani.
Naoto abbassò la pistola, continuando a guardare la sua amica che, sotto la pioggia, stava continuando a tremare dalla paura e dal freddo.
«Vedi, Rise? Te l’avevo detto che era in grado di difendersi.»
La detective sentì il suo cuore emettere un sussulto quando quella voce attirò la sua attenzione.
Lì, accanto a Rise, si trovava Kanji, l’amico della idol.
Il ragazzo teneva l'ombrello in avanti, coprendo la testa dell’amica, incurante dell'acqua che continuava a bagnarlo.
Per un attimo, a Naoto sfiorò l'idea assurda che lui fosse l'assassino e che avesse catturato Rise per usarla come ostaggio.
Poi, si rese conto da sola della stupidità di quell'ipotesi.
«Cosa ci fate qui voi due?»
La detective continuava a osservarli, passando da uno all'altro, senza comprendere il perché quei due l'avessero seguita, di notte, quando stava piovendo a quel modo.
Rise aveva le lacrime agli occhi.
«A-avevo paura che ti succedesse qualcosa, Naoto.– disse, provando, invano, a trattenere un piccolo singhiozzo che stava per scuoterle le spalle –Questa idea è una follia. Rischi di farti male! Q-quindi ho chiesto a Kanji se poteva accompagnarmi e aiutarti...»
Naoto osservò la sua amica che, con le spalle scosse dai singhiozzi, teneva lo sguardo puntato in basso.
Non riusciva a capire perché la ragazza fosse così in pensiero.
Con lei c'era Tohru, nessuno avrebbe potuto farle del male.
«Ok,– la voce dell'uomo arrivò dalle spalle di Rise e la ragazza sussultò visivamente –cosa sta succedendo qui...? Siete nel bel mezzo di un'operazione abbastanza pericolosa, ragazzini.»
Per un attimo, il tono di voce con cui Tohru pronunciò l'ultima parola, fece preoccupare la detective.
Era un tono fortemente infastidito, come se la loro presenza stesse rovinando tutto.
E Naoto non voleva che lui si sentisse così.
«Dovreste tornare a casa. Entrambi. State rovinando la missione.» disse automaticamente, cercando di rimediare a ciò che quei due avevano combinato.
Rise si voltò nuovamente verso Naoto, mostrandole uno sguardo completamente spaesato.
Kanji, invece, la stava guardando in un modo che era nuovo agli occhi della detective.
Era come se la sua espressione solitamente neutra e impassibile, avesse lasciato il posto ad uno sguardo preoccupato, quasi… dispiaciuto?
«Andiamo Rise, ti riaccompagno.»
Il ragazzo si voltò, afferrando il braccio della idol.
«No.»
Questa volta fu Tohru a parlare e Naoto si voltò verso di lui, confusa.
«Cosa c'è?– chiese Kanji, mantenendo il suo tono inespressivo –Dovevamo tornare a casa, no?»
Già, è quello che avrebbero dovuto fare.
Ma quelle parole non uscirono dalla bocca della detective.
Lei era lì, che continuava a guardare l'uomo che adesso aveva raggiunto il suo fianco, aspettando che quest'ultimo desse la sua decisione.
«Riaccompagno io Kujikawa.– disse, passandosi una mano dietro al collo –Non conviene portarla a casa. Se l'assassino ha visto che è uscita la starà aspettando. La porto in centrale.»
Nonostante le sembrasse strano, Naoto sentì il mondo crollarle addosso.
Prima ancora di potersi fermare, la ragazza afferrò il braccio del suo fidanzato, aggrappandosi a questo come se fosse la sua unica ancora di salvezza.
«Naoto...?»
«E io come faccio se non ci sei tu?»
Neanche lei sapeva cosa le stava succedendo.
Una fortissima ansia si era sprigionata da dentro di lei ed era come se adesso l'avesse presa per la gola e la stesse stringendo con una tale forza da farle mancare il respiro.
Solo di una cosa era certa.
Non poteva portare avanti quella missione da sola.
Non poteva fare niente se non aveva Tohru al suo fianco...!
Quando la mano dell'uomo si posò sulla sua testa, il tremore che aveva colto il suo corpo fino a quel momento cessò, seppure lentamente.
«Torno subito, devo solo portare Kujikawa al sicuro. Non è questo quello che vuoi?»
Quello che voleva...?
Naoto non aveva minimamente idea di cosa volesse in quel momento.
Ma se Tohru diceva che era così, allora andava bene.
Fu in quel momento che successe qualcosa di inaspettato.
Rise afferrò la detective per un braccio, tirandola verso di sé e separandola dall'uomo.
«Rise...?» Naoto guardò incredula l'amica che adesso le stava stringendo il braccio con una forza tale da farle quasi male.
«Qualsiasi cosa tu le stia facendo, vedi di piantarla.» disse, con voce ferma nonostante le lacrime che continuavano a scivolarle lungo le guance.
Chi stava facendo cosa a chi...?
«Scusami?»
La voce con cui Tohru aveva pronunciato quella parola era una che Naoto non aveva mai sentito prima.
La ragazza si voltò verso di lui, osservando come sul volto dell'uomo si fosse adesso formato un sorrisino che la detective aveva visto veramente poche volte sul suo volto, e come stesse guardando Rise con uno sguardo divertito.
«Hai sentito benissimo quello che ho detto.– continuò la idol, stringendo con più forza la sua amica –È diventata un robot da quando esce con te! Non ragiona più, è come parlare con una bambola!»
In tutto quello, Naoto non poteva far altro che guardare la sua amica che, singhiozzante, stava affrontando l’uomo a pochi centimetri da lei, per aiutarla.
Ma… lei aveva davvero bisogno di aiuto?
«Naoto non è una bambola.– disse Tohru, sottolineando con un tono dispregiativo l’ultima parola –E io non le sto facendo niente, è lei che si sta comportando così di sua spontanea volontà. Non è vero, Naoto?»
La detective deglutì.
Tohru aveva ragione, no?
Lei faceva sempre come lui le diceva.
Erano anime gemelle, era normale che lui sapesse quello che lei voleva.
E allora perché quel “sì” non riusciva ad uscirle dalla gola?
Era come se una piccola parte del suo cervello, che aveva smesso di funzionare fino a quel momento, avesse ripreso a ragionare e le stesse gridando che c’era qualcosa di sbagliato.
Ma cosa poteva esserci di sbagliato in quello?
«Non è vero, Naoto?»
Tohru aveva ripetuto la domanda e ora la ragazza poteva sentire il suo sguardo puntato su di lei.
Seppur quella parte di lei continuasse a gridare, Naoto la rinchiuse nuovamente in un angolino, così come faceva ogni volta che capiva che non serviva a nulla.
Poi, annuì.
«Naoto...»
La detective era sicura che non si sarebbe mai dimenticata lo sguardo che Rise le mostrò in quel momento.
Era come se tutte le sue ultime speranze fossero completamente crollate, come se tutto quello che si aspettava che la sua amica dicesse fosse scomparso nel nulla.
«Rise,– disse, con una voce che non immaginava fosse così roca –vai con Tohru. Ti porterà al sicuro.»
La idol rimase per un attimo aggrappata a quel braccio, come se questo fosse la sua ultima ancora di salvezza.
O come se lo fosse stato per Naoto.
La detective non riusciva a capirlo.
Poi, lentamente, si allontanò, non smettendo però di osservare la sua amica.
«Ecco, vedi Kujikawa? Avevo ragione.– disse Tohru, raccogliendole l’ombrello da terra e porgendoglielo –Tatsumi, posso chiederti di rimanere con Naoto?»
Solo allora la ragazza notò che Kanji fino a quel momento era stato in silenzio, un’espressione quasi dolorante sul volto.
Naoto vide anche che stava stringendo con così tanta forza i pugni da rischiare di farsi male.
Quando Tohru lo chiamò, però, si riscosse.
«Cosa…?»
«So che la proteggerai.– continuò l’uomo, sorridendo –Ne sono certo.»
Naoto non sapeva da dove quella convinzione fosse venuta fuori.
Il suo istinto da detective le diceva che quella sembrava più una minaccia che una richiesta, ma lei cacciò quella sensazione.
Non vedeva perché Tohru avrebbe dovuto minacciare a quel modo il ragazzo.
«Naoto.» l’uomo la chiamò.
«Sì?» rispose lei, immediatamente.
«Aspettami qui, ok?– le disse, indicando il tavolo da picnic sotto al gazebo –Non muoverti finché non torno.»
La ragazza annuì, mettendosi a sedere.
Kanji le lanciò un’altro sguardo che Naoto non potè che definire enigmatico, prima di sedersi anche lui all’altro lato del tavolo.
Tohru le sorrise e si abbassò, posandole un bacio sulla nuca.
«Torno subito, tesoro.» disse.
Poi, se ne andò, portando con sé Rise che lanciò un’ultimo sguardo alla sua amica, prima di seguire l’uomo.
QUESTA STORIA PARTECIPA AL COW-T9 INDETTO DA LANDE DI FANDOM
Prompt: Parità (M1)
Fandom: Bravely Default
Personaggi/Coppie: Ringabel/Edea, Agnès, Tiz, Airy
Parole: 2307

Alternis non riusciva a muoversi.
Era completamente inerme, il corpo disteso sul pavimento di legno della nave, la testa che gli faceva così male che il ragazzo aveva paura potesse scoppiargli da un momento all’altro.
Un fischio continuo e acuto gli aveva così tanto intasato le orecchie che il ragazzo non riusciva a captare le parole che il gruppo che era venuto a catturare stava gridando, a poca distanza da lui.
Poteva sentire solo la voce della Vestale del vento sopra le altre che, tremante, cercava di bloccare gli incantesimi che quell’orribile mostro stava mandando contro di loro, erigendo quanti più scudi possibile di fronte a lei e ai suoi due compagni.
Alternis tentò di alzarsi da quel pavimento e di mettere a fuoco la scena che aveva davanti.
Tiz Arrior, un pastore che si era offerto di combattere al fianco della sacerdotessa, aveva una profonda ferita sul braccio ma, nonostante questo, continuava ad attaccare il mostro di fronte a lui, cercando con tutte le sue forze di proteggere la ragazza alle sue spalle.
Alternis cercò di avvertirli di andarsene, ma nessun suono uscì dalle sue labbra quando queste si schiusero.
Sapeva che non avevano nessuna chance di vittoria.
Pensavano di essere al sicuro, di aver finalmente combattuto e sconfitto tutti i loro nemici.
Non erano pronti per un'altra battaglia.
Soprattutto non una del genere.
La vestale urlò qualcosa che Alternis non riuscì a capire, poiché quel suono indistinto provocò un aumento del fischio che lo stava torturando da quando quel mostro lo aveva messo K.O., poco prima.
Si voltò per quanto le sue ferite gli permettevano, assottigliando lo sguardo per poter intravedere qualcosa attraverso la visiera crepata della sua maschera.
E fu in quel momento che sentì il sangue gelarsi nelle sue vene.
Tiz Arrior era adesso infilzato all’albero maestro della nave da una delle stalagmiti di giacchio che il mostro era in grado di lanciare, il sangue che fuoriusciva a fiotti dalla ferita che si era aperta sul suo ventre.
Alternis non aveva mai assistito ad una cosa simile.
Aveva visto tante di quelle guerre in vita sua che mai avrebbe pensato che esistesse qualcosa di così cruento da riuscire ancora a scioccarlo.
E invece si stava sbagliando.
Fu in quel momento che un lampo di luce lo accecò, un altro degli incantesimi che quell’essere era in grado di lanciare.
Alternis chiuse gli occhi, ma niente gli impedì di sentire l'urlo terrificante e altissimo della Vestale seguito poi da un tonfo sordo.
Doveva averla uccisa.
E quello sarebbe stato anche il suo destino.
Il cavaliere nero sapeva di doversi alzare, di dover iniziare a correre e cercare di salvarsi da quella morte che era oramai diventata certa.
Ma non poteva.
Non quando lei era ancora lì.
«Agnès!»
Una voce disperata che conosceva fin troppo bene lo raggiunse. Quella era la prima parola di senso compiuto che era riuscito a sentire da quando si trovava su quel pavimento.
Alternis aprì nuovamente gli occhi, facendo del suo meglio per mettere a fuoco la scena di fronte a lui.
E fu in quel momento che la vide.
Edea Lee era in piedi, i piedi ben saldi a terra e la sua fedele katana stretta nella mano destra.
Nonostante fosse completamente surreale, visto le condizioni pietose in cui si trovavano la sua vista e la sua visiera, era come se il ragazzo riuscisse a vedere qualsiasi particolare del suo volto.
Gli occhi celesti, fermi, impassibili della ragazza, che lui non aveva mai visto vacillare, erano adesso carichi di lacrime che male si addicevano a quello sguardo così severo che Edea stava puntando dritto di fronte a sé, verso il suo nemico.
Le sue labbra rosse e sempre piegate in uno stupendo sorriso, capace di illuminare anche i suoi giorni più bui, erano adesso macchiate di sangue ed erano serrate, come se la ragazza stesse cercando con tutte le sue forze di non iniziare ad urlare e piangere.
Le guance, che lui aveva spesso sognato di poter raggiungere con la propria mano e di poter accarezzare dolcemente, erano adesso piene di tagli da cui uscivano grosse gocce di sangue che si mischiavano alle poche lacrime che la ragazza non era riuscita a trattenere.
Alternis tentò di dire il suo nome.
Cercò con tutte le sue forze di far uscire qualcosa dalle sue labbra.
Ma era come se la gola gli stesse andando completamente in fiamme, impedendogli di parlare e di emettere qualunque suono che non fosse un rantolio, appena udibile.
Edea doveva assolutamente scappare di lì.
Edea doveva salvarsi.
Edea era il vero motivo per cui lui era salito su quella benedetta nave, nonostante tutti gli avessero detto che oramai era troppo tardi per fermare il piano di quel mostro.
Vide la ragazza mettersi in posizione d'attacco, nonostante le gambe non la sorreggessero quasi più.
No, doveva fuggire!
«E-E...–»
Alternis tentò di fare forza sui polsi, cercando di alzarsi.
«...de...»
Edea scattò in avanti, mentre un urlo di battaglia usciva dalle sue labbra.
Un urlo così diverso dal solito.
Un urlo carico di dolore per la perdita dei suoi compagni.
Un urlo che il ragazzo desiderò di non aver mai udito.
Alternis allungò un braccio, mentre sentiva il suo stesso respiro farsi più pesante.
«...a.»
Successe in un attimo.
Un altro letale lampo fulminò la sua visione e il ragazzo dovette assottigliare lo sguardo.
Quando la luce scomparve dal suo campo visivo, Alternis aprì nuovamente gli occhi, mettendo a fuoco ciò che aveva di fronte a sé.
E fu come se il tempo si fosse congelato.
Edea aveva lasciato andare la sua katana e stava adesso cadendo all'indietro, gli occhi ancora aperti, spalancati.
Le lacrime che avevano iniziato a rigarle quelle bellissime e candide guance si erano ormai fermate.
Il celeste luminoso e puro delle sue iridi era adesso tetro, spento, come se la vita le avesse completamente abbandonate.
Alternis si ricordò di tornare a respirare solo quando il corpo della ragazza toccò terra, con un rumore sordo, attutito, come se tutto fosse solo un sogno;un qualcosa di irreale;un incubo da cui lui sarebbe presto potuto scappare.
Ma, nonostante lui continuasse a negarlo con tutto se stesso, ciò che aveva di fronte era la realtà.
Edea era morta.
Edea, l'unica ragazza a cui lui avesse mai pensato in tutta la sua vita, era morta.
Edea, l'unica persona che lui avesse mai amato, era morta.
Con una forza che neanche sapeva di possedere, Alternis riuscì a trascinarsi fino al corpo inerme della ragazza.
Era incredibile modo in cui riuscisse a essere sempre bella, perfetta, nonostante il calore che a lui piaceva tanto sentire non veniva più emanato dal suo corpo o nonostante l’enorme ferita che adesso stava facendo sanguinare il suo ventre.
Era bellissima.
E lui non era riuscito a preservare quella bellezza.
Non era riuscito a proteggerla.
Lui era stato un codardo.
E solo in quel momento, Alternis si rese conto di quanto tutto quello fosse terribilmente ingiusto.
Perché?
Perché lui si era salvato e lei no?
Perché lui era scappato da quel destino e lei aveva combattuto fino alla morte?
Perché lui si era arreso e lei aveva continuato ad avanzare?
Perché questo aveva portato alla morte di lei e non alla sua?!
La risata del mostro gli arrivò alle orecchie e lui si voltò, puntando il suo sguardo su quell'orribile mostro.
E, prima di perdere i sensi, Alternis capì quale sarebbe stata la sua prossima missione.
Avrebbe seguito quell’essere e l’avrebbe ucciso.
Non importava ciò che il Ducato di Eternia poteva ordinargli.
Lui avrebbe fatto di tutto pur di vendicare Edea.
Anche sacrificare se stesso se necessario.
Poi, la sua armatura colpì il pavimento, e lui cadde in un sonno profondo.
 
Ringabel non poteva far altro che osservare quel piccolo angolo di cielo celeste sopra di lui, l’unico ancora visibile oltre la spessa coltre di fumo che lo circondava.
Era bloccato contro il pavimento di legno di quella nave, l’esatta copia della stessa su cui era stato inerme molto tempo prima nel suo mondo di provenienza.
Fin da quando aveva messo piede sulla nuova Luxendarc, il ragazzo aveva avuto la sensazione di avere una missione da portare avanti, nonostante la memoria gli fosse stata completamente cancellata.
Doveva salvarli. 
Quella era stata la promessa che aveva fatto al se stesso di non sapeva quanto tempo prima. 
Dopotutto, come poteva sapere quanti giorni, mesi o anni fossero passati? 
Aveva viaggiato in così tante dimensioni che ora gli era praticamente impossibile misurare effettivamente il tempo trascorso.
Ma questo non importava.
Lui era lì, era riuscito a sopravvivere fino a quel momento solo per raggiungere quell'obbiettivo.
Quando Ringabel aveva ricordato chi fosse e qual era il suo scopo, aveva fatto di tutto per stare al fianco di colei che lui aveva da sempre desiderato proteggere più di qualsiasi altra cosa.
E quindi non poteva fallire.
Avrebbe fermato Airy.
Avrebbe strappato le ali a quella fata che era riuscita a prenderlo in giro anche una seconda volta, facendogli perdere la memoria e accogliendolo nel suo gruppo, come se non si fossero mai incontrati prima.
Avrebbe distrutto qualsiasi piano quel mostro gli avrebbe posto davanti.
E lo avrebbe fatto da solo se le cose si fossero messe male.
Per questo, poco prima, il ragazzo aveva portato gli altri ad una delle tante scialuppe di salvataggio, dando ordine a Tiz di portare le ragazze il più lontano possibile da lì. 
Se chiudeva gli occhi, poteva ancora vedere l’espressione che si era dipinta sul volto del suo amico quando aveva capito che lui non sarebbe andato con loro.
Aveva provato a insistere, a dirgli che sarebbe rimasto lì con lui e l’avrebbe aiutato.
Ma non era quella la cosa giusta da fare.
Agnès era stata ferita e anche Edea non se la stava passando affatto bene.
Aveva quasi perso tutte le sue forze nel combattimento di poco prima, mentre cercava di proteggere la sua amica.
«Ringabel, ma cosa stai dicendo?!»
Nonostante questo comunque, niente gli aveva impedito di urlargli quelle parole, mentre, con le lacrime agli occhi, cercava di mettersi nuovamente in piedi e scendere dalla scialuppa su cui il ragazzo l’aveva trasportata.
«Edea, tu, Tiz e Agnès dovete scappare. Ci ucciderà tutti se rimaniamo qui.»
Ricordava perfettamente di aver mantenuto la calma mentre pronunciava quelle parole.
Non sapeva neanche lui come ci era riuscito.
«Non possiamo restare a combattere anche noi?– aveva provato a farlo ragionare Agnès, i singhiozzi che già le stavano scuotendo le spalle –Sono stata io ad essermi fidata di Airy; è colpa mia se...»
«No Agnès, non è colpa tua.»
Quando quelle parole che aveva pronunciato poco prima gli tornarono in mente, anche Ringabel si meravigliò.
Lo aveva detto sul serio?
E pensare che in realtà,
quando Ringabel era arrivato in quel mondo, il suo unico obiettivo era quello di salvare la ragazza che tanto amava, senza minimamente curarsi delle altre due persone che la seguivano.
Tiz Arrior e Agnès Oblige erano solo dei semplici traditori; dei sovversivi che erano andati contro al volere del Ducato di Eternia.
Non aveva alcuna motivazione per salvarli.
Anzi, erano stati loro a mettere la sua Edea in pericolo.
Ringabel ricordava bene l'odio che aveva provato per quei due ragazzini che gli avevano portato via l'unica persona che lui aveva mai amato.
Ricordava bene cosa pensava su di loro.
Ricordava bene perché fosse salito su quella nave, quel giorno.
Non gli sarebbe importato di ucciderli se necessario.
Ma l'importante era riportare indietro quella ragazza.
Quindi lasciarli combattere contro Airy era una cosa perfetta, no?
Il piano era sempre stato quello dopotutto.
Il piano era che loro combattessero contro quel mostro, distraendolo mentre lui portava Edea in salvo.
Non importava se le loro vite fossero finite.
Loro non erano nessuno per lui, solo due pedine da utilizzare per il suo scopo ultimo.
Però...
Oramai non era più così.
Non dopo tutto quel tempo che aveva passato con loro.
Solo in quel momento si rese conto che la sua missione era cambiata.
Tiz, Agnès, Edea.
 Li avrebbe salvati tutti.
Anche a costo di perdere la sua ultima possibilità di vita.
E per questo adesso si trovava lì, il suo cuore che, piano piano, si avvicinava ai suoi ultimi battiti di vita.
Era riuscito a sconfiggere Airy.
Era riuscito a impedirle di scendere su quella nave e, anche se non era riuscito a ucciderla, l’aveva ferita in modo abbastanza grave da poterla bloccare al suolo, a pochi centimetri da lui.
Tanto non importava che fosse lui a mettere fine alla sua vita.
La nave aveva preso fuoco, le fiamme li stavano circondando e dovevano anche avergli bruciato parte dei vestiti, nonostante oramai lui non sentisse alcun tipo di dolore.
Presto sarebbero affondati, entrambi.
Airy sarebbe morta lì, con lui.
Era riuscito a compiere la sua missione.
Presto entrambi sarebbero scomparsi da quel mondo che non era il loro, mettendo fine a quell'assurda e terribile guerra.
Quando il fumo coprì anche il poco cielo che riusciva a vedere fino a quel momento, Ringabel chiuse gli occhi, cercando di pensare a come doveva stare la ragazza che tanto amava in quel momento.
Gli pareva quasi di vederla, esattamente come se la ricordava.
Gli occhi celesti, fermi e impassibili.
Il suo sguardo così severo con cui lei scrutava ogni nemico.
Le sue labbra rosse e sempre piegate in uno stupendo sorriso.
Le guance che lui aveva spesso sognato poter raggiungere con la propria mano e accarezzare dolcemente.
E, mentre una singola lacrima gli scivolava lungo la guancia, Ringabel pensò che finalmente erano alla pari.
Nell'altro mondo, lui si era salvato e lei no.
Nell'altro mondo, lui era scappato e lei aveva combattuto fino alla morte.
Nell'altro mondo, lui si era arreso e lei aveva continuato ad avanzare.
Adesso, in questo mondo, le cose si erano capovolte.
E questa era l'unica cosa che gli importava.
La sua missione si poteva considerare completa.
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PROMPT: In fuga
Fandom: Mystic Messenger
Personaggi: Saeran
Numero parole: 580



Saeran sapeva che quella non era assolutamente una buona idea.
 
Correndo tra i cespugli del bosco della montagna in cui si trovava, il bambino non poteva far altro che cercare di arrivare il più lontano possibile, mentre ordinava alle sue gambe di non fermarsi, qualsiasi cosa potesse succedere.
 
Non era la prima volta che ci provava.
 
Oramai conosceva quella parte del bosco a memoria, tante erano state le fughe che aveva tentato.
 
Sapeva perfettamente cosa lo aspettasse in dopo ogni albero, oltre ogni rovo di spine e dietro a qualsiasi masso.
 
Sapeva esattamente quali erano i posti per nascondersi e quali strade prendere per guadagnare terreno sui suoi inseguitori.
 
Ma quello non era un vantaggio.
 
Lo sarebbe stato, certo.
 
Il problema era che anche gli uomini che lo stavano seguendo erano a conosceva della morfologia di quel terreno e, addirittura, sapevano più segreti di lui.
 
Saeran era a conoscenza del fatto che, se solo avessero voluto, avrebbero già potuto raggiungerlo e circondarlo, riportandolo immediatamente in quell'edificio nascosto tra le montagne da cui stava tentando di scappare.
 
Eppure non lo stavano facendo.
 
Non lo facevano mai.
 
Anche se il bambino cercava di ascoltare con più attenzione quello che stava accadendo intorno a lui, nessun rumore sospetto raggiungeva mai le sue orecchie.
 
Nessun frusciò di foglie, niente passi che lo stavano seguendo, niente di niente.
 
Certo, poteva sembrare strano.
 
Non era normale che degli uomini grandi e grossi si lasciassero sfuggire con così facilità un semplice bambino come lui.
 
Chiunque avrebbe pensato che ci fosse un errore, che in realtà la loro difesa non fosse poi così sviluppata come poteva sembrare e che in realtà era davvero possibile fuggire da quell'oscuro e soffocante bosco.
 
Ma Saeran non era così stupido.
 
Aveva imparato sulla sua pelle cosa facevano a chi disubbidiva agli ordini.
 
E lui sapeva che loro sapevano che lui era a conoscenza di ciò.
 
E per questo adesso si trovava lì, al limitare del bosco, la strada che conduceva alla città più vicina a pochi metri da lui.
 
Ma, nonostante la salvezza fosse così vicina da poterne quasi sentire il sapore, Saeran non si mosse.
 
Ricordava bene gli ordini.
 
Gli era stato vietato di uscire dal bosco, qualsiasi cosa accadesse.
 
Mettere un solo piede su quella strada di asfalto avrebbe decretato davvero la partenza degli uomini della sua Salvatrice che non ci avrebbero messo nulla a raggiungerlo e a riportarlo all'edificio che era stato la sua casa e la sua prigione fino a quel momento.
 
E questo fatto lo spaventava, lo terrorizzava così tanto da gelargli completamente il sangue.
 
Non era pronto.
 
Non era pronto a subire nuovamente quel trattamento così doloroso che la sua Salvatrice continuava ad attuare su tutti coloro che perdevano la "retta via".
 
Non era assolutamente pronto a soffrire.
 
...e quindi non era neanche pronto a scappare, così come non lo era mai stato tutte le volte precedenti in cui ci aveva provato.
 
Saeran lanciò un ultimo sguardo all'asfalto davanti a sé, mentre il sorriso che si era formato poco prima sul suo volto scompariva completamente.
 
Gli sembrava quasi di vederla quella libertà che tanto desiderava e che comunque non riusciva a raggiungere.
 
Gli sembrava quasi di poterla toccare, se solo avesse allungato una mano.
 
E desiderava farlo, certo che desiderava farlo.
 
Ma non lo fece.
 
E, dopo aver lanciato un ultimo sguardo malinconico a quella strada, Saeran si voltò, tornando a fronteggiare il bosco da cui poco prima stava fuggendo e cominciando, lentamente, a tornare indietro.
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Prompt: Solitudine
Fandom: Nier:Automata
Personaggi: 9S
Note: canon del romanzo ufficiale "Long Story Short"


"Un robot non può morire di solitudine."
Chiunque leggendo questa frase, dicendola, sentendola o anche solo pensandola, crederebbe immediatamente nella sua veridicità.
Dopotutto, come poteva un essere senza cuore, incapace di provare qualsiasi emozione, sentirsi anche minimamente solo al mondo? Come poteva un involucro contenente solo un gran numero di ingranaggi e chip soffrire un qualcosa come la mancanza di affetto di altri? Come poteva un androide, seppur con sembianze umane, provare un sentimento che era unico per quella razza che era così simile in aspetto ma tanto lontana emotivamente da lui?
Già, quel pensiero era più che logico.
Ed era anche quello che 9S aveva sempre pensato.
Un robot non può morire di solitudine.
Questa era stata una delle frasi che 21O gli aveva detto in passato, quando lui aveva azzardato porle quella domanda durante una delle sue missioni.
E anche lui pensava che lei avesse sicuramente ragione.
Per questo, inizialmente, non ci aveva dato poi così tanto peso.
9S aveva sempre portato avanti la sua vita in solitaria, svolgendo le sue missioni da Scanner così come gli era stato assegnato e ignorando la fitta di gelosia che provava ogni volta che vedeva i vari androidi di tipo B fare squadra per portare avanti missioni insieme.
Sempre se quella poteva essere chiamata “gelosia”.
Se un androide non poteva provare emozioni come la solitudine, non poteva neanche essere geloso, no?
Era un qualcosa di completamente irrazionale anche il solo pensare che quel sentimento fosse minimamente possibile per uno come lui.
Nonostante avesse accettato la sua condizione, però, 9S non era ancora del tutto convinto di quella terribile sensazione che lo coglieva ogni volta che, portata a termine una missione, si guardava intorno, cercando qualcuno con cui congratularsi... invano.
Certo, aveva sempre il suo fedele Pod con sé, ma non era esattamente la stessa cosa.
Il Pod era programmato per seguirlo, per combattere al suo fianco e non lasciarlo mai solo.
Non poteva valere come un "amico", utilizzando uno dei termini che aveva letto in uno dei tanti libri scritti dagli umani presenti nell’Archivio.
Per questo, quando anche a lui fu assegnata una compagna, 9S non potè far a meno di essere al settimo cielo.
Insomma, nonostante sapesse che gli androidi di modello Battaglia non fossero poi così amichevoli, a lui bastava avere qualcuno con cui passare del tempo.
E 2B era perfetta per questo suo scopo.
Anche se inizialmente lo aveva trattato in modo freddo, 9S si era reso conto del modo in cui l'androide si era mano mano aperta a lui.
Adesso aveva qualcuno che lo ascoltasse ogni volta che scovava qualcosa.
Adesso aveva qualcuno che parlasse con lui.
Adesso aveva qualcuno che lo camminasse al suo fianco, combattendo con lui.
Adesso aveva finalmente qualcuno che lo capisse e che impedisse che lui si sentisse, anche se solo per poco, solo...
...o almeno così credeva.
9S sapeva benissimo che quella era tutta una messinscena, messa in atto dal loro Comandante.
Sapeva fin troppo bene che 2B era in realtà un tipo di androide completamente diverso da quello di Battaglia.
Lei era un tipo E.
Un Esecutore.
Un tipo di androide nascosto, che era designato solo ed unicamente per diventare alleato con un androide che poteva diventare problematico, per poterlo uccidere e resettare nel caso in cui ci fosse qualcosa che non andasse.
E il tutto aveva perfettamente senso.
Lui era un tipo Scanner di ultima generazione.
Molto probabilmente, anche se con l'ausilio del tempo, non gli ci sarebbe voluto niente per arrivare a capire qualcosa che il Comandante e il Consiglio dell'Umanità volevano nascondere.
E per questo lo avevano affidato ad un altro androide che lo tenesse d'occhio e gli impedisse di scoprire qualcosa di troppo.
E, in tutto questo, 9S non era neanche sicuro di quante volte quel ciclo si stesse ormai ripetendo.
Se era stato già ucciso da 2B in passato, se alcuni delle missioni e dei ricordi che aveva con lei fossero in realtà repliche di ciò che era già successo, se lui avesse capito altre volte la sua identità... tutte queste restavano incognite che gli impedivano di avere un quadro completo della situazione.
Ad essere sinceri, quando aveva capito cosa si stava nascondendo dietro quel suo volto impassibile e freddo, 9S non aveva escluso la possibilità di fuggire.
Aveva pensato sul serio di uccidere quell'androide che era diventato il suo boia e che avrebbe prima o poi calato la sua falce su di lui, resettandolo.
Ci aveva anche provato a dire la verità.
Non gli ci sarebbe voluto molto; essendo lui un tipo Scanner di ultima generazione, era in grado di hackerare qualsiasi essere robotico si trovasse davanti, mandandolo completamente in corto circuito.
Se ne erano presentate tante di occasioni in cui lui avrebbe potuto farlo.
Bastava solo che lei abbassasse la guardia per un momento e lui avrebbe agito.
Si era sempre ripetuto quelle parole, convinto sul da farsi...
Eppure, ogni volta che ne aveva l'occasione, 9S si tirava indietro.
"Ancora un po'." pensava "Voglio stare con qualcuno per ancora un po'."
"Non voglio restare solo di nuovo."
E questo lo aveva portato in quella condizione.
In quella spirale infinita di vita e morte che continuava a tornare sui suoi passi, facendo ripetere eventi che già erano accaduti e aggiungendone di nuovi ogni volta che lui veniva resettato.
Ma a 9S questo non importava.
L'unica cosa che per lui era importante era poter ancora stare al fianco di quell'androide che era la sua più temibile nemica ma, allo stesso tempo, anche la sua più fedele amica.
Per questo aveva stretto i denti e aveva accettato quella situazione.
Per questo aveva fatto finta di non rendersene conto.
Per questo aveva continuato a comportarsi come niente fosse, continuando a stare al fianco di 2B.
Se quello voleva dire che non sarebbe stato più solo, gli sarebbe bastato.
Di questo era certo.
Però...
...non immaginava certo che le cose potessero prendere una tale piega.
Era successo tutto così in fretta, che neanche gli sembrava un qualcosa di reale.
Il Quartier Generale era crollato.
2B era morta.
E lui era di nuovo solo; completamente solo.
E, per quanto finalmente si sentisse libero da quel controllo continuo a cui era stato sottoposto per un tempo che lui non era in grado di calcolare, 9S non riusciva più ad andare avanti in quel modo.
In un istante aveva perso tutto quello a cui più teneva.
In un solo, singolo, secondo tutto quello su cui aveva fatto affidamento in quei mesi, se non in quegli anni, era scomparso.
Non sapeva quante volte gli era capitato di svegliarsi e pensare che tutto quello era un incubo, che, quando avrebbe aperto gli occhi, 2B sarebbe stata nuovamente al suo fianco, pronta per un'altra missione.
Non sapeva quante volte si era voltato alla sua destra, per parlarle, per poi ricordarsi che lei non c'era più.
Non sapeva più neanche quante volte si era ritrovato al buio, rannicchiato in qualche angolo della stanza che la Resistenza aveva preparato per lui.
E, mentre lacrime che non sentiva neanche appartenere più a lui gli rigavano il viso, bagnandogli la pelle sintetica, 9S non poteva far altro che pensare a quelle dure parole che continuavano a ronzargli in testa.
"Un robot non può morire di solitudine."
Lo sapeva.
Lo sapeva fin troppo bene.
Ma, nonostante questo, non poteva far altro che desiderare che potesse accadere, così da poter finalmente porre fine a quel dolore incessante che continuava a logorargli quel cuore che non possedeva.
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Prompt: Piangere senza riuscire a fermarsi
Parole: 663
Fandom: Persona 5
Personaggi: Ann


Ann non avrebbe mai pensato di potersi trovare in una situazione del genere.
Seduta su una delle sedie della sala d'attesa di uno dei più grandi ospedali di Tokyo, la ragazza non poteva far altro che stringere con forza il suo portachiavi rosa a forma di pinguino, aspettando con ansia che uno dei dottori uscisse da quella maledetta stanza di fronte a lei.
Erano ormai passate ore da quando era in quell’ospedale.
Fuori era diventato buio, le persone in quel corridoio avevano iniziato a diminuire, mano mano.
Ma lei era rimasta lì, gli occhi puntati sulle sue mani.
Si era anche addormentata un paio di volte e, ad ogni risveglio, pensava che quello che aveva vissuto quella stessa mattina era stato solo un incubo.
Ma poi, con suo enorme dolore, ricordava che non lo era stato.
Quella mattina, a scuola, Shiho si era buttata dal tetto, proprio davanti ai suoi occhi.
La scena di molte ore prima continuava a ripetersi nella sua testa, come se non potesse pensare ad altro.
Non sapeva perché, ma, ogni volta che chiudeva gli occhi, se la ricordava diversa da come era realmente accaduta.
Nei suoi ricordi (e nei suoi sogni nel momento in cui si era addormentata) Ann era lì, su quello stesso tetto, e le sarebbe bastato in realtà allungare solo una mano per potere fermare la sua amica e salvarla.
Beh, dopotutto, quella era la verità, anche se solo in parte.
Anche se lei non era stata su quello stesso tetto, infatti, non si poteva dire che lei non avesse mai avuto il modo di prevenire quello che era accaduto.
Sapeva che tipo era Kamoshida.
Sapeva che se lei non avesse fatto quello che lui voleva, Shiho sarebbe stata in pericolo.
Sapeva che lei non poteva essere l'unica ad essere abusata da quell'uomo.
Sapeva che Shiho stava passando un brutto periodo...
Ma non aveva fatto niente per salvarla.
Anzi, l'aveva lasciata completamente in balia di quell'uomo.
E adesso...
La vista di Ann si offuscò e una delle tante lacrime che stava trattenendo fino a quel momento cadde di fronte a lei, colpendo il piccolo pinguino che la ragazza continuava ad osservare da un tempo che le sembrava infinito.
Ricordava perfettamente quando lo aveva comprato.
Era stato ben sei anni prima, quando era uscita per la prima volta con quella che sarebbe diventata la sua migliore amica.
Non avrebbe mai potuto dimenticare la gioia che l’aveva pervasa mentre compravano i due pinguini che facevano una coppia perfetta, quello di Ann rosa e quello dell’altra ragazza di un celeste pastello.
Avevano giurato che il avrebbero tenuti per sempre con loro, in segno della loro amicizia.
Ed era proprio quello che avevano fatto.
O, almeno, quello che Ann aveva fatto.
Non sapeva se anche Shiho avesse davvero mantenuto quella stupida promessa per tutti quegli anni.
In realtà, non aveva neanche avuto modo di chiederglielo.
Forse perché fino a quel momento non le era neanche passato per la testa di farlo.
Aveva sempre pensato che avrebbe avuto tutto il tempo del mondo per farle quella domanda, o per vedere lei stessa con i suoi occhi se Shiho continuava ad avere quel piccolo portachiavi.
E invece ora non poteva più farlo.
Come avrebbe potuto?
Non sapeva neanche se la ragazza sarebbe riuscita a sopravvivere, dopo la caduta che aveva subito.
Ann si rannicchiò maggiormente sulla sedia e singhiozzò con più forza, piegandosi in avanti e portando il suo pinguino al petto.
Dopotutto in quel momento, non poteva far altro che quello.
Non poteva far altro che lasciare che le lacrime, che fino a poco prima non avevano neanche la forza di uscire dai suoi occhi, rigassero adesso le sue guance, senza che lei riuscisse più a fermarle.
E resto così, tutta la notte, su quella scomoda sedia della sala di attesa di quell’ospedale, aspettando che qualcuno finalmente venisse a darle buone notizie, mentre stringeva con forza quel piccolo e rovinato dal tempo pinguino; l’unica cosa che Shiho le aveva lasciato.
QUESTA STORIA PARTECIPA AL COW-T9 INDETTO DA LANDE DI FANDOM
Prompt: Dimenticarsi di qualcosa/qualcuno
Numero parole: 620
Fandom: Nier:Automata
Personaggi/Coppie: 2B/9S



«Tu sei 2B, vero?»
9S disse quelle parole con tranquillità, così come aveva fatto sempre.
«Il mio nome è 9S, sono qui per fornire supporto.»
Quante volte aveva sentito ripetere quelle parole?
Tante, troppe per ricordare, anche per un androide.
2B mostrò il suo solito volto impassibile al robot di fronte a lei, mentre questo si presentava per quella che doveva essere oramai la quinta volta in quel mese.
Sapeva esattamente come doveva procedere.
Doveva solo seguire le direttive che le erano state richieste, come aveva sempre fatto, fino a quel momento.
Come da copione, la ragazza si presentò a sua volta, senza lasciar trapelare alcun tipo di emozione che provasse in quel momento.
Come se lei potesse provare davvero emozioni.
Dopotutto era un’androide, un semplice robot, costruito ad hoc per assomigliare il più possibile alla razza che adesso stava cercando di proteggere.
La sua pelle non era vera, così come non lo erano neanche le sue labbra, i suoi occhi, i suoi capelli.
E come tutti gli androidi di questo mondo, era ovvio che non avesse neanche un cuore.
Quindi come poteva provare emozioni?
Quella era una domanda che 2B continuava a ripetersi, ogni volta che quel loop ripartiva da capo.
Lei era un Esecutore.
Un tipo E che era stato designato con l'unico intento di uccidere quel robot con cui collaborava da ormai tanto tempo.
Quel robot che però, ogni volta, la dimenticava.
Sì, perché era questo che accadeva ogni volta che quel ciclo arrivava a fine.
Ogni volta che lui si presentava nuovamente, dopo essere stato ricostruito, la robot non poteva fare altro che sperare che, per una volta, le cose potessero andare diversamente.
Forse, se 9S non fosse entrato in contatto con certi registri della base, non avrebbe scoperto quei dati sensibili che l'avrebbero costretta ad ucciderlo.
Forse, se per una singola volta lei stessa fosse stata più dura con lui, sarebbe riuscita a evitare che la verità di cui neanche lei era realmente a conoscenza ma che le era stato espressamente chiesto di proteggere.
Eppure lei non poteva farne a meno.
Non sapeva neanche lei perché, ma ogni volta che vedeva il volto di 9S illuminarsi di fronte ad una nuova scoperta, sentiva come una stranissima sensazione pervaderla.
Sensazione che presto si trasformava in puro terrore quando capiva che il ragazzo aveva superato il limite e che era l'ora di resettarlo nuovamente.
Ed era quello che era sempre accaduto.
Ogni singola volta.
2B metteva da parte quelli che gli umani chiamavano "sentimenti" e tirava fuori la sua spada, prima che 9S potesse anche solo aprire bocca per dirle ciò che aveva scoperto.
E questo perché?
Perché lei era una codarda.
Sapeva che se avesse provato anche solo per una volta a sentire quello che lui aveva da dirle, anche a lei sarebbe toccato lo stesso destino: sarebbe stata anche lei uccisa e resettata, magari da un altro YoHRa di tipo E, o dal Comandante in persona.
Ma non era certo la morte che la preoccupava.
Lei era un’androide, poteva rinascere ogni volta che voleva.
La cosa che le faceva più male era la sola possibilità di potersi dimenticare di quel robot di cui, in modo completamente irrazionale, lei si era innamorata.
Così come, oramai, succedeva a lui, ogni volta che lei lo assassinava.
E per questo, nonostante sentisse l’impulso di abbracciarlo e stringerlo a sé mentre lui si presentava nuovamente, 2B non fece altro che comportarsi nel suo solito modo freddo di sempre, fingendo di non averlo mai visto prima e seguendo quegli ordini così dolorosi.
Nella speranza che, un giorno, fossero entrambi finalmente liberi.
E che, nonostante lui non avesse più ricordi, lei potesse comunque ricordare tutto quello che avevano passato insieme, per sempre.

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