QUESTE DRABBLE PARTECIPANO AL COW-T9 INDETTO DA LANDE DI FANDOM
MISSIONE M12 (Zodiaco)
NOTE IMPORTANTI: Ogni drabble è legata ad una particolare caratteristica/sarà ispirata al nome di uno dei segni dello zodiaco, così come sarà indicato nel titolo di ognuna.

FANDOM: Persona 3, Nier Automata, Persona 4
PERSONAGGI/COPPIE: Mitsuru/Akihiko, 2B/9S, Yu/Yosuke
TIPOLOGIA: drabble da 100 parole



#1. Dominance [Toro]
Mitsuru non sapeva neanche cosa l'avesse portata a innamorarsi di un tipo come Akihiko.
Anzi, ogni volta che cercava di trovare una logica dietro a ciò, la ragazza si ritrovava a mani vuote.
Dopotutto, lui era completamente l'opposto del suo tipo ideale.
Lei aveva sempre sognato un ragazzo che le obbedisse e che seguisse le sue regole, qualsiasi esse fossero.
Akihiko invece non ascoltava minimamente i suoi comandi, agendo di testa sua.
Eppure, ogni volta che il ragazzo faceva qualcosa che andava contro ogni suo ordine, invece di sentire la voglia di sgridarlo, Mitsuru non poteva che trovarlo terribilmente affascinante.
 


#2. Tenacity [Scorpione]
In tutta la sua vita, Akihiko non aveva mai conosciuto qualcuno più nobile e tenace di Mitsuru.
Nonostante il ragazzo avesse visto anche i lati più oscuri e deboli di lei, infatti, ogni volta che pensava che la ragazza si fosse ormai arresa, lei si rialzava in piedi, puntando il suo fioretto contro il nemico.
E, allo stesso tempo, riusciva a far alzare anche tutti i suoi compagni che, sotto la sua guida, raggiungevano la vittoria.
Per questo, nei momenti più bui, a lui bastava un suo solo sguardo per trovare la forza di tornare a combattere al suo fianco.


#3. Aquarium [Acquario]
2B non era mai stata ad un acquario.
A dire la verità, non capiva neanche cosa ci potesse essere di divertente nel visitarne uno.
Perché mai doveva divertirsi a osservare delle specie marine, di cui non le importava neanche l'esistenza, nuotare oltre un vetro?
Non sarebbe stato molto più comodo andare direttamente a vederle di persona, nel loro ambiente naturale?
Gli umani erano veramente strani per avere dei passatempi del genere, fin troppo.
Ma, quando 9S le propose di visitarne uno insieme, quando la battaglia fosse finita e l'umanità fosse tornata sulla Terra, 2B non riuscì a dirgli di no.


#4. Soulmates [Gemelli]
"Anime gemelle."
Nonostante 2B sapesse benissimo cosa quell'espressione significasse, non poteva che provare confusione ogni volta che ci ripensava.
Come poteva esistere un qualcosa che legava così strettamente due persone che, idealmente, potevano anche non incontrarsi mai nella loro vita?
Non aveva senso.
Se la definizione che aveva di amore era corretta, due persone dovevano interagire per innamorarsi; dovevano avere ricordi insieme; dovevano ridere, scherzare, parlare.
Non potevano essere semplicemente "legate dal destino".
Ma, ogni volta che il suo cammino si incrociava con quello di 9S, l’androide non poteva far a meno di pensare che loro ne fossero l’esempio perfetto.


#5. Kiss [Scorpione (schiettezza)]
«Yosuke.»
«Sì, partner?»
«Baciami.»
Quando Yu gli disse quelle parole, a Yosuke per poco non andò di traverso il drink che stava bevendo.
Si voltò verso il suo amico, completamente sotto shock.
«Yu ma cosa stai dicend-»
«Hai sentito benissimo.»
Il ragazzo poteva sentire le sue guance avvampare.
Come poteva uscirsene in quel modo?
«Senti se è uno scherzo non è divertent-»
«Yosuke, zitto e baciami.»
«Partner, io non capisc-»
Qualsiasi cosa Yosuke volesse dire, sparì immediatamente quando le labbra di Yu si posarono sulle sue.
Ma, nonostante la sua mente gli urlasse di allontanarsi, il ragazzo ricambiò il bacio.
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MISSIONE M12 (Zodiaco)
NOTE IMPORTANTI: Ogni drabble è legata ad una particolare caratteristica/sarà ispirata al nome di uno dei segni dello zodiaco, così come sarà indicato nel titolo di ognuna.

FANDOM: Persona 4
PERSONAGGI/COPPIE: Kanji/Naoto
TIPOLOGIA: drabble da 100 parole



#67 (Gemelli → Anime gemelle)
Naoto non aveva mai creduto alla storia delle così dette "anime gemelle".
Fin da piccola non era riuscita a capire come potessero le persone che aveva intorno pensare che un qualcosa di così irrazionale potesse esistere a quel mondo e, francamente, trovava anche stupida l’idea di dover stare a cercarla.
Non le interessava, per niente.
Il suo unico fine era quello di portare avanti il nome degli Shirogane.
Ma, adesso, ogni volta che le dita di Kanji si intrecciavano alle sue, Naoto non poteva fare a meno di essere felice del fatto che lei la sua anima gemella l'avesse trovata.
 


#68 (Pesci → pesce fuor d’acqua)
Kanji non sapeva bene cosa volesse dire sentirsi un "pesce fuor d'acqua".
Infatti, anche se le sue relazioni sociali non erano il massimo, il ragazzo se l'era sempre cavata abbastanza facilmente nei momenti in cui si trovava in imbarazzo, facendo spesso parlare i sui pugni al suo posto.
Certo, sapeva che quello non era il modo migliore di affrontare la cosa ma non poteva farci niente.
Però, quando Naoto gli sorrise, dicendogli che le piaceva stare con lui, Kanji capì per la prima volta cosa si provasse a sentirsi come un pesce che era stato allontanato dal suo ambiente naturale.
 


#69 (Pesci → fiori di ciliegio (uno dei fiori associato a questo segno))
Kanji non aveva mai visto una fioritura di ciliegi di quella portata prima di allora.
O meglio, non aveva mai visto qualcuno così rapito dalla bellezza dei ciliegi.
Naoto teneva gli occhi rivolti verso l'alto, osservando con avidità ogni piccolo petalo che veniva mosso dal vento, mentre piccole macchie rosa si riflettevano nell'azzurro dei suoi occhi.
«È bellissimo, non è vero Kanji-kun?»
Quando lei gli pose quella domanda, il ragazzo non poté far altro che annuire, continuando a guardarla mentre lei tornava a osservare gli alberi poco lontani.
In effetti quello che aveva davanti agli occhi era uno spettacolo meraviglioso.


#70 (Pesci → intuito)
Kanji era rimasto più volte sorpreso dell'intuito di Naoto.
Non sapeva come fosse possibile, ma era come se la ragazza riuscisse sempre a capire qualsiasi cosa di tutto quello che la circondava, senza lasciarsi scappare mai neanche un minimo dettaglio.
Per questo, il ragazzo aveva sempre avuto paura di dichiararle i propri sentimenti.
Se lei riusciva a capire tutto a quel modo, doveva essere a conoscenza anche di quello, no?
Quindi il fatto che lei non ne parlasse poteva essere un rifiuto?
Ma, quando prese coraggio e vide l'espressione della ragazza, Kanji capì quanto fosse stato stupido non dichiararsi subito.
 


#71 (Vergine → pazienza)
Naoto non poteva che essere affascinata dalla pazienza che Kanji riusciva ad avere in certi casi.
Le era capitato più volte di dover chiedere aiuto al ragazzo per lavori noiosissimi e lunghi e, tutte quelle volte, lui non si era mai lamentato neanche per un secondo.
Ma, il momento in cui la sua pazienza l'aveva stupita maggiormente, era stato quando Nanako era stata rapita.
Nonostante la situazione critica, il ragazzo non aveva perso il suo autocontrollo, riuscendo così a portare avanti un lavoro difficile come quello.
E questa sua dote era una di quelle che a lei piaceva di più.
 


#72 (Toro → sensibilità)
Una delle sfaccettature del carattere di Kanji che Naoto amava di più, era l'enorme sensibilità di cui il ragazzo era dotato.
Nonostante in molti non se lo aspettassero neanche, infatti, la detective sapeva quanto Kanji potesse rivelarsi sensibile e pronto ad aiutare il prossimo.
La ragazza lo aveva colto più volte a cucire piccoli pupazzi per i bambini del suo quartiere, oppure a dare da mangiare a qualche animale selvatico, come la volpe che viveva nel tempio.
E, anche se lui era in imbarazzo quando lei tirava fuori questo argomento, Naoto non poteva che essere sempre più fiera di lui.
 


#73 (Toro → possessività)
Naoto non era mai stata una ragazza possessiva.
Fin da piccola, non aveva mai avuto atteggiamenti del genere nei confronti di nessuno, neanche con le persone a lei più care come suo nonno.
Eppure, da quando stava con Kanji, questo sentimento latente si era risvegliato.
Non lo faceva apposta, sul serio, ma ogni volta che vedeva qualcuno giragli intorno, Naoto non riusciva a trattenere minimamente la rabbia che la invadeva.
Sapeva che era sbagliato e che quello non era un atteggiamento carino.
Ma, quando Kanji le disse che lui adorava anche quel suo lato, Naoto non poté che sentirsi felice.
 


#74 (Toro → dolcezza nascosta)
Nonostante Naoto facesse di tutto per nascondere i propri lati più dolci e fragili, Kanji riusciva sempre a farglieli rivelare.
Non sapeva neanche lui come ci riuscisse, a dire la verità.
Aveva passato così tanto tempo ad osservare la detective in passato e mai l'aveva vista comportarsi in quel modo con qualcuno che non fosse lui.
Anzi, a dire la verità, lei si comportava in modo diametralmente opposto a quello.
Così, quando la ragazza gli confessò che era come se, quando si trovava insieme a lui, tutte le difese che aveva eretto, crollassero, Kanji non pote che sentirsi enormemente fortunato.
 


#75 (Ariete → coraggio e fragilità)
Naoto era una delle ragazze più coraggiose che Kanji avesse mai conosciuto.
Questa sua dote era stata mostrata a tutto il team fin dall'inizio, quando si erano tutti resi conto del fatto che la ragazza era arrivata a farsi rapire pur di capire chi fosse l'assassino e catturarlo, cosa che nessuno di loro aveva avuto il coraggio di fare.
Eppure, così come aveva scoperto durante la loro relazione, anche lei aveva paure che si vergognava a mostrare agli altri.
Ma questo per lui non era un problema.
Anzi, ogni volta che ne aveva bisogno, sarebbe corso da lei, per consolarla.
 


#76 (Pesci → paure e imbarazzo)
«Naoto? Che c'è?»
Naoto non sapeva come rispondere a quella domanda.
Non sapeva neanche lei perché avesse chiamato il ragazzo.
Erano notte fonda e lei si trovava distesa sul letto, svegliata poco prima da un incubo.
«N-niente, ho sbagliato numero, scusami.» disse, cercando di mantenere un tono normale.
Doveva chiudere quella telefonata e scusarsi col ragazzo che, molto probabilmente, aveva svegliato.
Un brivido le attraversò la schiena, quando la detective si rese conto che lui poteva essersi arrabbiato.
Doveva rimediare la situazione.
«Beh, parliamo un po', ti va?»
Ma, quando Kanji le disse quelle parole, tutte le sue paure svanirono.
 


#77 (Vergine → razionalità)
Naoto era da sempre stata una ragazza terribilmente razionale.
Tutto quello che faceva o diceva, aveva sempre una logica dietro.
Tutto era controllato nella sua vita.
Niente era stato mai lasciato al caso.
Per questo, l'arrivo di quel sentimento così irrazionale l'aveva sconvolta.
All'inizio non aveva neanche capito che cosa le stesse succedendo.
Solo quando Rise le aveva fatto notare che quel sentimento era semplicemente "amore", Naoto era andata completamente nel panico.
Lei non si sentiva pronta per una cosa del genere.
Ma, quando Kanji disse di ricambiarla, Naoto capì che, in fondo, quel sentimento non era poi così male.

#78 (Vergine → precisione)
Naoto aveva sempre pensato di essere fin troppo precisa e, proprio per questo, non si sarebbe mai immaginata di poter incontrare qualcuno che fosse più pignolo di lei.
Ma si sbagliava di grosso.
Infatti, la stanza di Kanji non era minimamente come la detective se la era aspettata.
Aveva immaginato di trovare vestiti a terra e strumenti per il cucito sparsi ovunque.
Invece tutto, dalla libreria alla scrivania era perfettamente ordinato e niente, neanche un singolo gomitolo, si trovava minimamente fuori posto.
Per questo, quando il ragazzo si "scusò per il disordine" Naoto ebbe quasi l'impulso di prenderlo a testate.
QUESTE SHOT PARTECIPANO AL COW-T9 INDETTO DA LANDE DI FANDOM
PROMPT: Gemelli (Anime gemelle)



#1. Bodyswap
FANDOM: Persona 3
COPPIA: Mitsuru/Akihiko
PAROLE: 220
SOULMATES!AU: quando il primo della coppia compie 18 anni, le due anime gemelle si scambiano di corpo per un breve periodo di tempo.

 
Mitsuru era tesa.
Decisamente tesa.
Seduta sul bordo del suo letto, la ragazza non poteva far altro che osservare l'orologio sulla parete, mentre l’ansia si faceva sempre più strada dentro di lei.
Mancava così poco a mezzanotte...
«Mitsuru, calmati.»
Akihiko le posò una mano sulla spalla, così come faceva ogni volta che lei andava completamente nel panico.
«Sono calmissima.»
No, non era vero, per niente.
E lei sapeva che lui non ci avrebbe mai creduto.
Il ragazzo ridacchiò leggermente, scuotendo la testa e sedendosi accanto a lei.
«Se hai paura che la tua anima gemella faccia qualcosa che non vuoi col tuo corpo, tranquilla, la fermerò io.» le disse.
No, non era certo quella la sua paura.
La sua paura era che la sua anima gemella non fosse lui.
Mitsuru lanciò un altro sguardo all'orologio, vedendo che mancavano solo due minuti.
Doveva dirglielo.
Doveva dirgli che lo amava.
Ora o mai più.
«Akihiko, io-»
Prima che potesse finire la frase, una fortissima scarica elettrica la attraverso.
La mezzanotte era arrivata.
Ora lei avrebbe conosciuto la sua anima gemella e, così, avrebbe dovuto dimenticare Akihiko.
Non era pronta a questo.
Non lo era affatto.
Ma, quando riaprì gli occhi e vide di trovarsi ancora nella sua stanza, con di fronte a lei il suo stesso corpo, le sue paure scomparvero completamente.



#2. Music
FANDOM: Persona 5
COPPIA: Ann/Ryuji
PAROLE: 262
SOULMATES!AU: quando una persona ascolta della musica, la sua anima gemella sente la stessa canzone nella sua testa.

 
Ann non riusciva a dormire.
Non importava quante volte chiudesse gli occhi e cercasse di prendere sonno, era completamente impossibile per lei riuscire anche solo ad addormentarsi per più di dieci secondi.
Dopotutto, chi mai sarebbe riuscito a dormire se avesse avuto canzoni heavy metal che continuavano a risuonare nella propria testa?
Era invivibile.
Completamente invivibile.
La ragazza si rigirò nel proprio letto, portando le mani alle orecchie e sperando che in quel modo il suono venisse attutito, senza alcun successo.
Aveva un impegno importante l’indomani.
Possibile che Ryuji non riuscisse a capire che lei non poteva rimanere sveglia fino a tardi?
E, soprattutto, perché il ragazzo si ostinava ad ascoltare musica del genere a quell'ora della notte?!
Poi, lentamente, così come era iniziato, il suono cessò.
Ann lasciò andare un sospiro di sollievo, tornando ad accomodarsi tra le coperte.
Ryuji doveva essere andato a dormire.
E avrebbe potuto fare anche lei lo stesso.
Le sembrava quasi un sogno, quella pace che stava vivendo.
Non c'era niente nella sua testa.
Nessuna chitarra elettrica.
Nessuna batteria.
Nessuna voce che urlava parole a lei incomprensibili.
Poteva finalmente prendersi il suo ripos–
Quando un'altra canzone partì, la ragazza si alzò dal letto, afferrando con forza immediatamente il proprio telefono che risiedeva abbandonato sul cuscino.
Ora gliene avrebbe dette quattro.
Gli avrebbe fatto capire che doveva smetterla di tenerla sveglia a quel modo, tutte le notti.
Ma, quando vide che lui le aveva mandato un messaggio per dirle che l’amava, Ann decise che poteva sopportare quella canzone così fuori dalle sue corde ancora per un po'.



#3. Fingerprint
FANDOM: Persona 4
COPPIA: Naoto/Kanji
PAROLE: 280
SOULMATES!AU: due anime gemelle hanno la stessa impronta digitale.

 
“Eccesso di velocità alla guida di un motorino e aggressione ad un agente.”
Naoto lesse le cause dell'arresto del ragazzo che si stava facendo le foto segnaletiche, lanciandogli uno sguardo più che esaustivo attraverso il vetro
La detective ne aveva abbastanza di tipi come lui.
Era il decimo, forse l’undicesimo quella settimana.
Possibile che non esistessero più ragazzi capaci di non causare problemi?
«Non capisco perché mi stia facendo vedere questo fascicolo, Dojima-san.– disse lei, voltandosi verso il suo collega –Non mi pare ci siano prove da analizzare.»
L’uomo sospirò, passandosi una mano dietro il collo.
«Non è certo questo quello che volevo farti notare Shirogane.» rispose lui, leggermente imbarazzato.
Naoto alzò un sopracciglio, interdetta.
«Allora cosa? Io ho da lavorare, non ho tempo da perdere con un ragazzino.» gli fece notare, stizzita.
«Beh ha la tua stessa et-»
«Non mi interessa questo Dojima-san!»
Dojima era in chiara difficoltà.
«Allora?»
«Ecco, è che penso che dovresti parlarci.»
Ora sì che la situazione si stava facendo decisamente assurda.
«Dojima-san, senta, se sta cercando di farmi fare amicizia con qualcuno, questo non è né il momento adatto né il tipo di amicizie che voglio.» disse lei, abbastanza irritata, restituendogli il fascicolo.
Poi, si voltò, pronta a tornare alla sua postazione.
Le stava facendo solo perdere tempo.
«Shirogane.»
Quando Dojima la richiamò, la ragazza si voltò nuovamente verso di lui, esasperata.
«Cosa c-»
Le parole le morirono in gola, quando vide che l’uomo aveva aperto il fascicolo e stava indicando l’impronta digitale del ragazzo e, sotto essa, i nomi “Naoto Shirogane” e “Kanji Tatsumi”.
L’espressione sul volto di Naoto doveva essere particolarmente buffa, perché l’uomo ridacchiò.
«Io l’ho detto che ci dovresti parlare.»



#4. Counter
FANDOM: Nier:Automata
COPPIA: 2B/9S
PAROLE: 301
SOULMATES!AU: ogni persona ha un contatore sul polso che indica quanto tempo manca al primo incontro con la propria anima gemella.

 
2B non poteva andare avanti così.
L'androide puntò lo sguardo sul contatore che le era stato impiantato sul polso quando era stata creata, osservando con attenzione i diversi 0 che lo riempivano.
Quante volte lo aveva fatto in passato?
Tante, troppe a dire la verità.
E, in tutto questo tempo, non aveva ancora capito il perché di quella stranissima regola.
Quella le era da sempre sembrata un'idea folle.
Come poteva un androide, un robot, un oggetto senza cuore avere una vera e propria anima gemella?
Come poteva un qualcosa di così complicato e astratto come l'amore, colpire anche la sua specie?
Era strano, tanto strano.
Ma, evidentemente, questo non era quello che avevano pensato i suoi creatori, quando avevano inserito quel contatore all’interno degli YoRHa.
Che fosse un qualcosa che gli umani avevano sempre agognato e che mai erano riusciti a raggiungere?
Forse era quello il motivo per cui a loro, le loro creazioni, era stata data quella possibilità.
Ma questo rendeva le cose ancora più complesse.
Una lacrima cadde sul contatore e 2B si rese conto troppo tardi di stare piangendo.
Perché?
Perché se lo scopo era quello di farli vivere in armonia con la loro anima gemella, lei era costretta a uccidere la sua ogni volta?
Non aveva senso.
Non aveva assolutamente senso.
Un piccolo ronzio attirò la sua attenzione e l’androide sentì il cuore che non aveva sussultarle nel petto, quando vide che i numeri del contatore stavano aumentando.
Di nuovo.
Come accadeva ogni volta che 9S veniva resettato.
Quando il numero si bloccò, 2B si alzò dalla branda, asciugandosi le lacrime e aprendo il portello della sua stanza.
Non aveva tempo per i piagnistei.
Dopotutto, secondo il numero che aveva sul polso, aveva solo quattro ore prima di incontrare la sua anima gemella per la “prima volta”.
QUESTA ONE SHOT PARTECIPANO AL COW-T9 INDETTO DA LANDE DI FANDOM
PROMPT: TERSICORE: danza
FANDOM: Persona 5
PERSONAGGI/COPPIE: Ryuji/Ann
PAROLE: 908


«Ti va di ballare?»
Ryuji ricordava perfettamente quando aveva pronunciato quelle parole, anni prima, tendendo la mano alla bambina che se ne stava in disparte, da sola in una parte della stanza.
Ann si era voltata verso di lui, facendo ondeggiare i capelli biondi che, sciolti, gli ricadevano sulle spalle.
La bambina si guardò intorno per un attimo, per poi posare nuovamente lo sguardo su di lui.
Era sorpresa. Molto sorpresa.
Aveva ragione in realtà.
Lui e Ann non avevano parlato poi così tanto, nonostante si trovassero nella stessa classe.
Lei se ne stava sempre in disparte e l'unica persona con cui aveva legato minimamente e con cui parlava era la sua amica Shiho.
Quindi, chiederle una cosa del genere da un momento ad un altro, poteva sicuramente essere visto come un gesto irrazionale.
Un qualcosa senza fondamento.
Il bambino ritirò la mano, sentendo l’imbarazzo di quella richiesta colpirlo tutto insieme.
«Non importa,– disse –fai finta non ti abbia chiesto nie-»
«Vuoi ballare con me?» lo interruppe lei, mentre con un dito titubante si indicava.
Quanto poteva essere bella la sua voce?
Il bambino avrebbe potuto restare ad ascoltarla per anni.
Ogni volta che Ann parlava, Ryuji pensava di essere finito dritto in paradiso e di stare parlando con quello che doveva essere il più meraviglioso degli angeli. 
«Sì.– rispose lui, le guance ancora più rosse –N-non ti va?»
Era ovvio che non le andasse.
Come poteva una come lei voler ballare con uno come lui?
Ma lei annuì, mentre le sue guance arrossivano leggermente.
Dio, il bambino era convinto che si sarebbe ricordato per anni di quella visione.
Tutto era perfetto in lei: dal suo dolce viso ai suoi occhi brillanti, dal piccolo diadema che portava sulla testa al suo vestito, che, inspiegabilmente, riusciva a renderla ancora più carina di quel che lei era.
Ryuji le tese nuovamente la mano e sentì la sua pelle andare letteralmente a fuoco quando lei l'afferrò.
Poi, senza esitare, la accompagnò fino al centro della sala.
Certo, la canzone che era stata messa in quel momento non era minimamente adatta ad un lento.
Anzi, il bambino era abbastanza sicuro che fosse una delle sigle di uno dei cartoni animati che andavano maggiormente in voga in quel periodo, anche se non riusciva a ricordare quale fosse in particolare.
Ma a lui tutto ciò non importava.
Dopo aver fatto un lungo sospiro, ll bambino prese coraggio, portando una mano intorno alla vita di lei e stringendo invece la mano di lei con quella con cui l’aveva afferrata.
Le guance di Ann avvamparono, ma la bambina non fece niente per allontanarlo.
Anzi, posò la sua mano libera sulla spalla di lui, mentre spostava lo sguardo altrove, il volto completamente in fiamme.
Ryuji poteva già sentire le risate degli altri bambini intorno a loro.
Era ovvio.
Chi della loro età avrebbe mai ballato a quel modo?
Sempre se di ballare si poteva parlare.
Nessuno di loro due sapeva farlo in fondo.
Dondolavano semplicemente, rischiando più volte di pestarsi anche i piedi a vicenda.
Dopotutto, a chi importava?
Avevano solo sette anni.
Erano ad una festa di compleanno.
E la musica era stata messa solo come sottofondo, senza lo scopo vero e proprio di seguirla per danzare.
Ma, nonostante questo lui le aveva chiesto di ballare con lui e lei aveva accettato.
E ora erano lì, a danzare, come se si trovassero in una dimensione parallela.
In un mondo che era solo il loro.
 
E, adesso, Ryuji non poteva che far altro che ripensare a quei ricordi, mentre osservava la ragazza ballare con le altre, in mezzo della pista da ballo.
Non sapeva neanche perché aveva accettato a fare quell'uscita.
Le discoteche non facevano per lui, per niente.
Ren lo aveva praticamente abbandonato, visto che non lo vedeva più da quando avevano messo piede lì dentro e Yusuke continuava a borbottare roba strana al suo fianco, mentre si guardava intorno e con velocità faceva strani schizzi sul suo block notes.
E quindi lui era come se fosse solo, completamente solo.
Aveva provato a intavolare una conversazione con il ragazzo accanto a lui, ma quello era troppo preso dal suo "estro creativo" e quindi, dopo aver cercato di interpretare gli strani disegni che stava facendo, Ryuji aveva presto rinunciato.
L'unica cosa che poteva fare era osservare le ragazze che, a ritmo di musica, continuavano a ballare poco lontano.
Sicuramente qualcuno avrebbe provato a rimorchiarle.
Anzi, doveva essere già successo, visto dei ragazzi che mai aveva visto prima erano lì con loro.
La situazione stava andando di male in peggio.
Ryuji sospirò, portando lo sguardo al bicchiere che aveva poggiato sul tavolo di fronte a lui.
Forse avrebbe dovuto finire il suo drink e andarsene, con una qualche scusa.
Sì, non era un'idea poi così malvagia.
Tanto non si sarebbe divertito minimamente a restare lì, no?
Cosa poteva esserci di divertente nel vedere Ann e le altre ballare con dei ragazzi che lui neanche conosceva?
«Ryuji.»
Il ragazzo si riscosse, quando sentì una voce chiamarlo.
Non aveva neanche bisogno di voltarsi per sapere di chi fosse.
Era una voce così chiara e cristallina che chiunque avrebbe potuto riconoscerla.
«Sì, Ann?»
Ann gli sorrise, tendendogli una mano e facendo ondeggiare le sue code bionde.
Ryuji spostò lo sguardo dal suo volto alla mano che lei aveva teso, confuso.
Cosa voleva?
Voleva provare il suo drink?
Poi, le labbra della ragazza si mossero, sciogliendogli ogni dubbio.
«Ti va di ballare?»
QUESTA STORIA PARTECIPA AL COW-T9 INDETTO DA LANDE DI FANDOM
Prompt: Arcani maggiori (Ruota -> Naoto Shirogane)
Fandom: Persona 4
Personaggi/Coppia: Naoto/Kanji



13 Febbraio 2011,
ore 16:42
 
Non appena aprì la porta di casa, Naoto posò a terra le due pesanti borse della spesa, ripercorrendo nella sua testa la lista degli ingredienti che aveva comprato.
Non che non lo avesse già fatto.
Era almeno la terza volta che si ripeteva il nome di tutto ciò che aveva comprato, per stare attenta a non aver dimenticato niente.
Era agitata. Era terribilmente agitata.
Dopo aver ripetuto il nome dell’ultimo ingrediente necessario e aver appeso il cappotto al suo solito posto, la ragazza si spostò in cucina, portando con sé le due pesanti buste di plastica.
Ora veniva una delle parti più difficili: scegliere cosa cucinare per l'indomani.
Perché sì, nonostante fossero ormai settimane che Naoto pensava a quell'evento, non aveva ancora idea di cosa preparare.
La detective prese il piccolo quadernino nero che teneva nascosto in uno dei cassetti della sua credenza e in cui aveva appuntato tutto ciò che l'avrebbe potuta aiutare nell’impossibile missione che l'attendeva.
Fece scorrere il dito sui vari segnalibri che aveva inserito ai lati, cercando quello giusto.
Quando lo trovò, aprì il quadernino, iniziando immediatamente a leggerlo, anche se, in realtà, conosceva praticamente a memoria tutto ciò che vi era scritto.
 
1. a Kanji piacciono le cose dolci.
 
Quella non era stata assolutamente una sorpresa per Naoto.
Era una delle poche informazioni che aveva ottenuto molto facilmente, osservando il ragazzo in tutto il tempo che avevano passato insieme al resto del team.
Ogni volta che lui prendeva qualcosa da mangiare al Junes o alle macchinette della scuola, era sempre un qualcosa di estremamente dolce, anche troppo per i gusti della detective.
 
2. i gusti preferiti di Kanji sono il cocco e le fragole.
 
Anche quell'informazione l'aveva ottenuta nello stesso modo.
Naoto aveva osservato con particolare attenzione i nomi delle merendine che aveva visto in mano al ragazzo, le aveva comprate per assaggiarle e capirne il sapore e aveva pure svolto varie ricerche online (che si trovavano poco più avanti in quel quaderno).
E, come si poteva dedurre dall'istogramma che ne era venuto fuori, quei due erano i gusti preferiti del ragazzo, su questo non c'erano minimamente dubbi.
 
3. a Kanji piacciono le cose carine.
 
Questa era una cosa risaputa da tutto il team, ma le era stata utile per decidere anche gli stampi da scegliere per il cioccolato o per i biscotti che avrebbe voluto preparare, così come per la forma da dare al pacchetto regalo.
4. il cioccolato preferito di Kanji è quello bianco.
 
Per ottenere questa di informazione, la ragazza si era esposta a diversi rischi, arrivando a chiederglielo di persona.
Per essere sicura che comunque il ragazzo non sospettasse niente gliel'aveva domandato svariate settimane prima, inserendo la domanda in un discorso molto più generale, così che lui non potesse ricollegarlo a San Valentino.
5. il suo colore preferito è il blu (nota: usare questo colore per il pacchetto / per il nastro del sacchetto).
 
Infine, quella era stata l'informazione che Naoto aveva ritenuto la più strana di tutte.
Dalle premesse che gli altri punti le avevano dato, unite alle sue indagini, la ragazza era convinta quasi al cento per cento che il colore preferito del ragazzo fosse il rosa e non il blu.
Ma, da quanto aveva appreso qualche giorno prima, non era assolutamente così.
Anzi, Kanji aveva ammesso che il suo colore preferito da circa un anno era diventato quello.
Ci doveva essere anche dell’altro perché Rise, che era lì con loro, aveva sussurrato qualcosa che aveva fatto avvampare il ragazzo e che, sfortunatamente, la detective non era riuscita a captare.
Ma non importava. Quelle erano informazioni più che sufficienti.
Dopo aver dato un'ultima occhiata a quei diversi punti, la ragazza passò alle ricette, (ognuna allegata da una relativa immagine trovata su internet) osservando i diversi colori con cui le aveva contrassegnate e che stavano a indicare informazioni come: i tempi di preparazione e cottura, la possibilità che quella particolare ricetta potesse soddisfare appieno i gusti del ragazzo, quanto quel dolce fosse carino da vedere e, infine, la difficoltà della preparazione.
Sapeva bene che poco più avanti, esattamente alla pagina contrassegnata dal segnalibro di colore giallo, si trovavano anche diverse classifiche in cui aveva catalogato le ricette proprio in base a quelle informazioni, ma prima preferiva scorrere velocemente tutte quelle diverse varianti di dolci alla base di cioccolato bianco che aveva raccolto in quelle settimane di ricerche.
Naoto lanciò un'occhiata veloce all'orologio sulla parete, rabbrividendo quando notò che erano già passate le cinque e mezza del pomeriggio.
Doveva sbrigarsi a scegliere, o rischiava davvero di non farcela.
Dopo aver ripensato alla quantità di ingredienti comprati e aver dato un occhio alle classifiche, la ragazza optò per preparare sia i biscotti al cocco e cioccolato bianco che si trovavano al primo posto della classifica di gradimento, sia la mousse alle fragole e cioccolato bianco, così da essere sicura di utilizzare entrambi gli ingredienti preferiti del ragazzo.
Avrebbe anche provato a fare del cioccolato bianco fatto in casa così da poter anche confezionare dei cioccolatini.
Infine, così per essere sicuri di avere qualcosa che al ragazzo poteva sicuramente piacere, avrebbe anche sciolto il cioccolato e ci avrebbe intinto le fragole, condendole poi con il cocco; nulla di poi così complicato, ma poteva essere qualcosa di carino da mettere insieme al resto.
Decisasi, Naoto poggiò il quadernino aperto sul tavolo e iniziò a togliere gli ingredienti di cui aveva bisogno dalle buste della spesa.
Ce l'avrebbe fatta.
Sarebbe riuscita a preparare i migliori dolci di San Valentino che fossero mai stati creati e avrebbe finalmente avuto il coraggio di dichiarare i suoi sentimenti a Kanji.
L'operazione poteva avere inizio.
 
 
13 Febbraio 2011,
ore 19:57
 
«Yu-senpai, ho bisogno di aiuto.»
Naoto era seduta sul pavimento della sua cucina, la schiena poggiata contro il muro e il telefono cellulare all'orecchio sinistro.
«Naoto? Cosa è successo?»
La ragazza lanciò uno sguardo alle condizioni in cui la stanza si trovava in quel momento.
Il cioccolato che aveva tentato di preparare era rimasto terribilmente liquido, così tanto che quando aveva tentato di mettere gli stampi dei cioccolatini in frigo era fuoriuscito tutto non appena si era piegata un po’, sporcando completamente la camicia che stava indossando e bagnando il pavimento.
I biscotti che aveva cucinato, che dovevano essere morbidi e di un colore chiarissimo secondo la ricetta e la foto allegata, erano duri come il marmo e di un colore tutt’altro che invitante. Il cioccolato bianco al loro interno si era anche fuso ed era fuoriuscito, impregnando completamente la teglia che aveva utilizzato per cucinarli.
Quando aveva tentato di pulirla, la ragazza non aveva pensato al fatto che potesse essere ancora terribilmente calda e si era anche bruciata una mano, e, mentre stava applicando una pomata sulla bruciatura, la cioccolata si era raffreddata, attaccandosi completamente alla teglia.
Per non parlare poi della povera mousse.
Quella sì che aveva fatto una brutta fine.
Il sapore non era neanche male a dire la verità... almeno questo prima di aver aggiunto la colla di pesce. Doveva averne messa troppa perché era diventata così dura da non riuscire neanche a mandarla giù.
L’unica cosa che si era salvata del piano originale erano le fragole, ma solo perché ancora non le aveva neanche toccate.
«Ho bisogno di aiuto per domani, per favore, vieni.»
Yu non rispose immediatamente, anzi rimase in silenzio per un po’, mentre analizzava le parole della sua amica.
«Yu-senpai?»
«Di che stai parlando?» le chiese, confuso.
Anche se Naoto non aveva niente su cui riflettersi in quel momento, sapeva di avere le guance in fiamme.
«P-Per San Valentino.» sussurrò, portando immediatamente una mano alla sua testa per abbassare la visiera del suo cappello e fermandosi quando si rese conto che non lo stava indossando.
Silenzio.
«Naoto mi cogli alla sprovvista, non pensavo volessi dichiararti a qualcuno.»
«Yu-senpai ora non è il momento! Ho bisogno di aiuto!» esclamò lei, stringendo con più forza il cellulare nella mano sinistra.
«Chi è?»
«Senpai!»
Una risata arrivò dall’altro capo del telefono e Naoto sbuffò.
Certo, non era stata proprio una mossa intelligente quella di chiamare il leader del suo gruppo e pensare che lui non fosse minimamente interessato.
Ma era proprio per quello che aveva chiamato lui tra tutti.
In realtà, la prima persona che le era venuta in mente era stata Rise, ma, quando aveva pensato all’insistenza che la ragazza ci avrebbe messo, aveva deciso che forse era meglio chiamare qualcun altro.
Yukiko e Chie sarebbero state un’ottima alternativa… se solo non fossero ancora più negate di lei in cucina.
Yosuke era sicuramente al lavoro al Junes e Teddie non era proprio il tipo adatto per quelle cose.
L’unico che poteva essere abbastanza riservato e disponibile era Yu e, visto che era anche molto bravo con i fornelli, chiedere aiuto a lui non sarebbe stato poi male.
Le conveniva dirgli la verità.
Almeno così l’avrebbe fatto felice e, allo stesso tempo, sarebbe venuto ad aiutarla.
«È Kanji, vero?»
Prima ancora che Naoto potesse aprire bocca, il suo senpai pronunciò quelle parole, pietrificandola.
«C-come…?» sussurrò, rendendosi conto solo in quel momento quanto la sua voce fosse roca.
Yu ridacchiò nuovamente.
«Ho solo fatto due conti.– le rispose –Tranquilla non lo dirò agli altri. Ora ti do una mano. Aspetta solo quindici minuti, ok?»
Nonostante la ragazza provasse la voglia di sotterrarsi per essere stata scoperta così facilmente, fu grata di sentire che presto avrebbe avuto qualcuno che l’avrebbe aiutata a porre fine a quel disastro.
«Ti ringrazio Senpai.» gli disse, mentre un piccolo sorriso si formava sulle sue labbra.
«Di niente Naoto, sai che non è un problema per me aiutarti.–la salutò –A dopo.»
«A dopo.»
Dopo aver riattaccato, Naoto lasciò cadere il braccio, facendolo sbattere leggermente a terra, e tornò a guardare la cucina.
Era così in disordine da sembrare quasi che fosse passato un uragano.
Niente era più al proprio posto: pentolini, dosatori, piatti e teglie occupavano qualsiasi angolo libero della cucina; per non parlare della quantità di utensili sporchi di cioccolata che giacevano nel lavandino, sul tavolo o a terra, macchiando il pavimento.
Anche lei non era certo in buone condizioni.
La sua camicia era completamente macchiata di quello che sarebbe stato il cioccolato preparato in casa, così come lo erano i suoi pantaloni.
I suoi capelli erano leggermente appiccicaticci in alcuni punti, come se qualcosa fosse schizzato fino a lì, mentre il suo viso presentava macchie di cioccolata bianca in punti in cui la detective non avrebbe mai pensato di poterla fare arrivare.
La ragazza si alzò da terra, lasciando andare un lungo sospiro.
Non si immaginava certo che fosse così difficile preparare il regalo di San Valentino per qualcuno.
Beh, almeno ora, con Yu, sarebbe quasi sicuramente riuscita a fare qualcosa.
Aveva ancora molti ingredienti (per fortuna ne aveva comprati in abbondanza, prevenendo quest’eventualità), poteva far finta che niente fino ad allora fosse realmente successo.
Con quel pensiero in mente, Naoto iniziò a raccogliere i vari utensili sul pavimento, gettandoli poi nel lavandino.
Poteva approfittare del tempo che Yu ci avrebbe impiegato ad arrivare per rimettere a posto la confusione che aveva creato.
Così poi non avrebbero avuto problemi di nessun tipo durante la preparazione di tutti quei dolci.
Naoto sorrise debolmente, mentre il pensiero di quello che sarebbe successo l'indomani iniziava a farsi strada nella sua mente.
Chissà cosa sarebbe successo.
Kanji avrebbe accettato i suoi sentimenti?
Anche se la detective era abbastanza fiduciosa su questo fatto, non poteva comunque nascondere di stare provando una certa ansia.
E se lei avesse frainteso il suo comportamento?
Magari lui non si comportava con lei in quel modo perché gli piaceva ma solo perché lei lo metteva a disagio.
In quel caso come avrebbe dovuto comportarsi?
Cosa sarebbe successo se lui avesse voluto smettere anche di essere sua amica?
E se... avesse anche iniziato a ignorarla?
"Shirogane, calmati."
La ragazza fece un respiro profondo, chiudendo gli occhi e cercando di tranquillizzare se stessa.
Doveva smettere di pensare in maniera così negativa.
Non era assolutamente da lei farsi prendere così tanto dalle emozioni, rinchiudendo in un angolino della sua mente la sua parte più razionale.
Non poteva sapere come sarebbe andata a finire senza prima averci provato.
Poteva darsi che lei piacesse a Kanji, così come che lui, in realtà, non provasse niente di speciale nei suoi confronti.
Oppure che non avesse mai pensato a lei in quel senso.
Dopotutto, anche lei non ci aveva mai pensato fino a qualche mese prima, quando lui l'aveva salvata dalla sua stessa Shadow.
Sì, perché era stato quello il momento in cui Naoto aveva iniziato a notare quel ragazzo, anche se ovviamente all'inizio non aveva minimamente capito cosa provasse per lui.
Solo dopo aver sentito Rise parlare per ore e ore del modo in cui si sentiva ogni volta che aveva Yu accanto, la detective aveva iniziato a capire cosa volessero dire i suoi sentimenti.
All'inizio non l'aveva presa per niente bene a dire la verità.
Anzi, era andata completamente nel panico.
Ma, con il tempo, aveva pensato che non fosse poi tanto male.
Kanji era un bravo ragazzo e lei era convinta che non avrebbe fatto mai niente per farla soffrire.
Quindi, qualunque fosse la piega che la situazione potesse prendere, Naoto era abbastanza determinata per portare quella missione fino in fondo.
La detective era così concentrata nei suoi pensieri che, per poco, non sentì neanche il campanello.
Quando quel suono acuto arrivò alle sue orecchie, la ragazza alzò lo sguardo, puntandolo contro l'orologio sulla parete della stanza e vedendo solo in quel momento che erano passati solo dieci minuti da quando aveva chiamato Yu.
Possibile che il ragazzo fosse già lì?
Era strano, la casa di Dojima si trovava particolarmente lontana.
Nonostante i suoi dubbi, Naoto si diresse verso la porta di casa.
«Yu, grazie per essere venuto.– iniziò a dire, aprendola –Non saprei come fare senza di t–»
Le parole le morirono in gola quando vide chi si trovava sull'uscio della sua porta.
Kanji era lì e la stava scrutando con uno sguardo confuso.
Naoto sentì le sue guance rischiare di andare a fuoco quando ricordò le condizioni in cui si trovava.
«K-Kanji-kun.» lo salutò, cercando di apparire il più naturale possibile, nonostante la sua voce fosse molto più tremolante e incerta del solito.
Il ragazzo alzò un sopracciglio.
«Il senpai m'ha chiamato e ha detto di veni’ da te, te devo aiuta' no??» le disse, mentre continuava a scrutarla.
...
"Come sarebbe a dire che il senpai ha chiamato lui?!"
La detective cercò di mostrare il suo solito sorriso, mentre sentiva l'intero mondo crollarle addosso e metterla in seria difficoltà.
Perché Yu le aveva fatto una cosa del genere?
«Capisco...– gli rispose, ingoiando a vuoto quando si rese conto di quanto la sua voce fosse diversa dal solito –Sto bene comunque, non c'era bisogno che venissi fin qui...»
«Non scherzare.– la interruppe lui, guardandola in modo confuso –Sul serio, te do ‘na mano volentieri, lo sai.»
"Lo so, ma non puoi aiutarmi a fare questo."
«Grazie davvero Kanji-kun.– tentò nuovamente lei, nascondendo malamente il proprio panico –Ma non c'è bisogno, sul ser-»
Tutte le sue parole diventarono un sibilo quando la mano di Kanji si posò sulla sua fronte, cogliendola alla sprovvista.
«Non è che c’hai la febbre? Sei strana.» le disse, prima che lei potesse ribattere.
«S-sto bene!» esclamò la ragazza, allontanandosi di scatto.
La situazione stava prendendo una piega che non le piaceva per niente.
Il ragazzo la guardò, leggermente interdetto.
«Quindi che dobbiamo fa’?» le domandò poi.
Naoto cercò di calmarsi.
Non aveva scelta.
Doveva dire tutto a Kanji e sperare che lui non capisse che i biscotti erano per lui.
Doveva comportarsi come sempre e approfittare del fatto di avere una persona brava come lui ai fornelli.
E, soprattutto, doveva assolutamente distruggere Yu una volta che il suo senpai fosse stato a portata di mano.
Con quei pensieri in testa, Naoto invitò il ragazzo a entrare.
 
 
13 Febbraio 2011,
ore 20:16
 
«Naoto.»
«S-Sì?»
«Ma, senti un po’, pe’ quanti volevi cucina’?»
Naoto voleva sotterrarsi.
La situazione (che già non andava poi così bene dal momento in cui il ragazzo era entrato nell’appartamento) aveva iniziato a degenerare da quando lui aveva messo piede nella cucina ed era rimasto completamente scioccato di fronte alla confusione che vi era là dentro.
Ma come si poteva dargli torto?
Quella vista avrebbe scioccato chiunque.
Chi avrebbe mai potuto immaginare che una ragazza sempre così precisa e terribilmente ordinata come lei potesse avere una cucina in quelle condizioni?
Per non parlare poi di quando lui aveva dato un occhio nelle buste della spesa, notando quanta roba avesse comprato.
Lì sì che il ragazzo era rimasto senza parole.
«Una sola...» sussurrò in risposta la detective, guardando altrove.
Yu gliel’avrebbe pagata.
Come cavolo gli era venuto in mente di pugnalarla alle spalle in quel modo?
Meno male che doveva aiutarla.
«Mazza quanto mangia questo...» commentò Kanji, sarcastico.
Naoto ridacchiò imbarazzata, cercando di nascondere il suo viso in fiamme.
Quando aveva deciso di cucinare tutta quella roba, lo aveva fatto solo perché le interessava renderlo felice, non certo perché pensasse che lui mangiasse troppo.
«È tardi, ci tocca fare una, massimo du’ cose» le fece notare il ragazzo.
Naoto annuì.
Nonostante le dispiacesse non poter cucinare tutto quello che avrebbe voluto, erano oramai le otto di sera passate.
Anche volendo non avrebbe avuto neanche il tempo di preparare il resto.
Beh, almeno con lui accanto, avrebbe potuto essere sicura di preparare qualcosa che a lui piacesse.
«Va bene.– rispose lei –Allora cosa facciamo?»
«Boh, quale te piace di più?»
Naoto non sapeva bene come rispondere a quella domanda.
Alla fine non erano mica per lei.
Anzi, lei non amava nemmeno le cose così dolci come la cioccolata bianca.
«I biscotti al cocco, direi.» commentò, ricordando quale di quelli fosse in cima alla classifica di possibile gradimento.
Kanji si lasciò sfuggire uno sguardo particolarmente sorpreso e la ragazza arrossì quando notò che la stava guardando in modo fisso.
«Cosa c'è...?» gli domandò, le guance rosse per ormai l’ennesima volta da quando lui era entrato in casa sua.
Il ragazzo si riscosse.
«N-no niente.– rispose –Stavo a pensa’ che è quello che me piace di più»
"Bingo."
Naoto non poteva che sentirsi più che felice di averci dato in pieno.
Non solo, adesso che sapeva che a Kanji quei biscotti sarebbero piaciuti, la ragazza aveva ancora più determinazione nel voler completare il prima possibile quel regalo.
«Allora vada per quelli.» commentò lei, sorridendo leggermente.
Il ragazzo non sorrise.
«Me sa che te conviene fa quello che piace a quello, no?» gli chiese poi, continuando a mostrarle un’espressione neutra in volto.
«Sono convinta che possano piacergli, non preoccuparti.» rispose lei.
Anche se non poteva certo dirgli il perché.
Kanji continuò a non sorriderle.
Anzi, le lanciò uno sguardo che la ragazza non aveva mai notato prima di allora. 
Prima che potesse chiedergli se qualcosa non andasse, però, lui cambiò espressione, tornando a quella di sempre.
Che stesse capendo la verità?
Beh, non c'erano problemi.
Di fondo, a Naoto bastava che lui li accettasse.
Non chiedeva nient'altro.
«Allora, dove sta ’sta ricetta?» gli chiese lui, riscuotendola dai suoi pensieri.
«Qui dent-»
Tutti i movimenti della ragazza si bloccarono quando si rese conto di quello che stava per fare.
Naoto spostò velocemente lo sguardo al quadernino che aveva appena afferrato tra le mani, maledicendosi interiormente per averlo fatto uscire allo scoperto in quel modo.
Non poteva permettere che lui lo leggesse.
Avrebbe preferito morire.
«Naoto?»
«C-cerchiamola su internet!» esclamò la detective, con una voce più acuta del normale.
Dannazione.
E pensare che solitamente era anche brava a fingere.
Perché quando c’era lui in mezzo le cose erano così difficili?
Kanji le riservò una delle sue occhiate interdette.
«Non stava là?» chiese, indicando il quadernino.
La ragazza scosse la testa con foga.
«H-ho sbagliato. Mi ricordavo male.» tentò di rimediare, grata del fatto che la sua voce stesse tornando ad essere normale come al solito.
Kanji non sembrava per niente convinto da quella risposta.
Naoto aveva ormai imparato a riconoscere ogni sua singola espressione, nonostante lui tentasse sempre di rimanere il più neutro possibile e non far capire agli altri cosa pensasse.
Nonostante questo, però, il ragazzo disse qualcosa di completamente diverso da quello che chiunque si sarebbe aspettato.
«Come te pare.»
Adorava quando faceva così.
Naoto  era a conoscenza del fatto che Kanji non fosse minimamente il tipo che si intrometteva nei fatti altrui.
E quella era una delle tante caratteristiche che l’avevano fatta innamorare di lui.
«...Ok, mo sei proprio strana. Perché sorridi così?»
La detective avvampò quando si rese conto di ciò che il ragazzo le aveva appena detto.
Doveva assolutamente ritrovare la sua compostezza.
Altrimenti quella serata sarebbe andata a finire sicuramente in tragedia.
Cosa che lei non voleva affatto.
«Sono solo felice che tu abbia accettato di aiutarmi Kanji-kun.– rispose, non dicendo la verità sul motivo della sua felicità, ma neanche mentendo del tutto –Avevo proprio bisogno di qualcuno che mi desse una mano, e tu sei il ragazzo perfetto per questo.»
Il volto del ragazzo arrossì leggermente e Naoto non poté far altro che trovarlo terribilmente carino.
«D-di niente.– disse, passandosi una mano dietro il collo, come faceva ogni volta che era imbarazzato –I-iniziamo?»
La ragazza annuì.
Si alzò dalla sedia e ripose il quadernino nel suo posto, all’interno del cassetto.
Poi afferrò il proprio computer portatile, posandolo sul tavolo e iniziando a cercare la ricetta che le interessava.
Anche Kanji si era alzato dal suo posto e aveva iniziato a recuperare gli ingredienti necessari dalle due borse della spesa e, anche se non lo stava guardando, era come se Naoto potesse vedere ogni suo singolo movimento.
Oramai era come se lo conoscesse così bene che, per lei, il ragazzo era diventato come un libro aperto.
Se chiudeva gli occhi e si faceva guidare unicamente dal suo udito, riusciva perfettamente a vedere la sua figura mentre esaminava gli oggetti che prendeva tra le mani e li poggiava delicatamente sul tavolo.
Alcune volte si fermava, come se stesse valutando se quel determinato ingrediente potesse servire o meno per ciò che volevano preparare.
Ed era in quei momenti che i dettagli nella mente della ragazza si facevano sempre più fitti e precisi.
Le sue sopracciglia che si corrugavano, mentre con lo sguardo esaminava ogni angolo dell'oggetto che aveva in mano; le labbra piegate in un sorriso neutro, che spesso gli aveva visto fare...
«Naoto hai trovato ‘sta ricetta?»
La detective sussultò, mentre la figura del ragazzo che stava immaginando poco prima veniva sostituita dallo schermo del suo PC.
«Solo un attimo.» rispose, iniziando a digitare velocemente ciò che le interessava.
Fortunatamente, non era una ricetta difficile da trovare.
Anzi, l'aveva cercata così tante volte in quelle ultime settimane che la ragazza sapeva perfettamente in che sito andare a guardare.
«Ok, trovata.– disse poi, aprendo la pagina corrispondente –Se vuoi ti leggo la lista degli ingredient-»
Le parole le morirono in gola quando Naoto si voltò, trovando Kanji esattamente dietro di lei.
Il ragazzo aveva poggiato una mano sul tavolo e si era sporto in avanti, per poter leggere dal piccolo schermo.
La detective si voltò nuovamente verso il suo computer, cercando con tutta se stessa di eliminare il rossore che le aveva completamente colorato le guance.
Era strano.
Non era certo la prima volta che loro due erano stati vicini.
Anzi, era successo più volte che lui l'avesse anche afferrata di peso mentre si trovavano dall'altra parte della TV, soprattutto durante le fughe.
Allora perché quella situazione la imbarazzava tanto?
«Cominciamo, su.»
Quando sentì il ragazzo allontanarsi, Naoto annuì.
Poi, sperando con tutta se stessa che il suo viso fosse tornato del suo solito colore, si alzò anche lei dalla sedia e si diresse verso di lui.
 
 
13 Febbraio 2011,
ore 21:01
 
«Kanji-kun, non c'era bisogno che preparassi anche la cena.»
«Me dovevi di’ che non avevi mangiato.»
Naoto osservò l’enorme piatto di riso che Kanji le aveva messo di fronte.
Non sapeva neanche lei come fossero finiti in quella situazione.
Pochi minuti prima, mentre preparavano i biscotti (o meglio, lui li preparava e lei lo osservava con molta attenzione e invidia), il suo stomaco aveva brontolato.
Era stato a quel punto che il ragazzo aveva iniziato a chiederle se avesse mangiato e, quindi, dopo aver messo momentaneamente da parte la preparazione del regalo per l'indomani, aveva iniziato a cucinarle qualcosa per la cena.
Si era anche lamentato una volta che aveva visto i pochissimi ingredienti di cui lei disponeva e l'aveva rimproverata di stare più attenta per mangiare abbastanza.
Naoto, dal canto suo, aveva provato a protestare, ma lui non era stato a sentirla e così ora la ragazza si ritrovava seduta al tavolo della cucina, con la cena di fronte a lei.
«Non era un problema, davvero. Io salto spesso i pasti.» disse lei, continuando a osservare la schiena di Kanji.
Il ragazzo si voltò verso di lei, trapassandola con lo sguardo.
«Sarebbe meglio di no. Te fa male.» le rispose.
La ragazza tentò di ribattere ma sapeva che lui non aveva minimamente torto.
Non vedendo alcuna via di uscita, Naoto afferrò le bacchette alla sua destra e, dopo aver ringraziato nuovamente il ragazzo, portò il primo boccone alle sue labbra.
E si bloccò.
Per quanto si fosse da sempre fidata delle capacità culinarie di Kanji, la detective non avrebbe mai pensato che il ragazzo sapesse cucinare così bene.
Erano anni che lei non mangiava un piatto così buono, nonostante quello fosse solo semplice riso.
«Com’è?»
La ragazza annuì, alzando lo sguardo e puntandolo nuovamente su di lui.
«È buonissimo; era tanto che non mangiavo qualcosa di così buono.»
Quelle parole le uscirono dalle labbra prima ancora che lei potesse fermarle.
Le guance di Kanji presero letteralmente fuoco e il ragazzo si voltò verso il tavolo da lavoro, dandole per l'ennesima volta le spalle.
«F-figurati, che sarà mai.» balbettò, riprendendo a preparare i biscotti.
Naoto non rispose, ma continuò a portarsi i vari bocconi di riso alle labbra, mentre un sorriso si formava sul suo volto.
Non pensava che potesse essere così facile abituarsi a qualcosa.
Fino ad allora la detective non aveva mai veramente pensato a mettersi con qualcuno.
Anzi, aveva passato la sua intera vita ad evitare quella eventualità, sradicando sul nascere qualsiasi sentimento che potesse distrarla dal suo lavoro.
Ma con Kanji era diverso.
Lei si era innamorata di lui ancora prima di potersene rendere veramente conto.
Era come se lui fosse riuscito a farle abbassare la guardia.
E ora non poteva far altro che sperare che il loro rapporto evolvesse ulteriormente.
Le sarebbe piaciuto che una serata come quella si ripetesse.
Le sarebbe piaciuto che il ragazzo cucinasse per lei più spesso, così come avrebbe adorato passare così tanto tempo con lui da soli, senza nessun altro che li disturbasse.
Non era male. Per niente.
Il ragazzo poggiò la teglia di biscotti sul tavolo, attirando nuovamente la sua attenzione.
«Te piacciono? Li metto in forno?» le domandò.
Naoto guardò i biscotti che le erano stati messi davanti, mentre un’espressione sorpresa le si dipingeva in volto.
«Naoto? Non te piacciono?»
«Come hai fatto a farli così? I miei erano tutti schiacciati e diversi tra di loro, non erano minimamente fatti così bene.» disse la ragazza, incredula.
Kanji alzò un sopracciglio, spaesato.
«Mica so’ fatti così bene.»
«Sono perfetti, Kanji-kun.– insistette lei, alzando lo sguardo e puntandolo dritto su di lui –Insegnami, voglio farli anche io così.»
Il ragazzo arrossì in modo evidente e distolse lo sguardo.
«Per favore, voglio imparare anch’io!»
«Quando te guarisce la mano.» disse lui, voltandosi e dirigendosi verso il forno.
Naoto non si aspettava minimamente quella risposta.
«La mia mano…?» chiese, posando lo sguardo sulla mano con cui stava tenendo le bacchette.
«Quella fasciata.– le fece notare lui, infornando i biscotti –Te sei fatta male, no?»
Fu in quel momento che Naoto capì perché Kanji non le aveva lasciato fare niente mentre preparavano i biscotti.
Si stava preoccupando per lei.
Aveva paura che lei si facesse ulteriormente male.
«Sto bene.– sussurrò la ragazza, le guance leggermente rosse –Mi sono solo bruciata.»
«Non me frega.– rispose lui, tornando al tavolo e sedendosi davanti a lei –Non te faccio fa’ male pe’ fa’ dei biscotti.»
Naoto rimase in silenzio, senza sapere cosa ribattere.
Le faceva piacere che Kanji si preoccupasse per lei; veramente tanto piacere.
«Mo finisci de mangia’.– continuò lui, vedendo che la ragazza si era fermata –Quando so’ fatti decoriamo i biscotti, ok?»
La detective annuì, tornando a mangiare dal piatto che aveva di fronte.
«Quanto devono stare i biscotti in forno?» domandò poi, notando l’ora tarda.
Kanji lanciò uno sguardo al pc, ancora aperto sul tavolo.
«Qua dice 25 minuti ma boh, dipende dal forno.»
“Solo 25 minuti...”
Anche se sapeva che era stupido, l’idea che il ragazzo potesse andarsene così presto la rattristava.
Avrebbe voluto stare più tempo con lui.
Sapeva che avrebbero dovuto anche decorarli e preparare il pacchetto, ma sicuramente non ci avrebbero messo più di dieci-quindici minuti a farlo.
«Naoto.»
La ragazza alzò lo sguardo.
«Sì?»
«Ma se famo qualcosa insieme?» le domandò Kanji, quasi sussurrando.
Quella domanda la colse completamente alla sprovvista.
Naoto sentì il suo cuore iniziare a batterle nel petto, quando si rese conto che il ragazzo le stava dando un’opportunità per stare ancora del tempo con lui, evitando che se ne andasse così presto come lei pensava.
«S-se non te va niente eh.– aggiunse lui, vedendo che lei non stava rispondendo –A-anzi, lascia perde’. È tardi e magari non te v-»
«Guardiamo un film, ti va?» lo interruppe lei, la voce che le fremeva.
Kanji rimase un attimo interdetto, la bocca ancora aperta per finire il discorso di poco prima.
«Allora?»
«Va bene.– rispose, mentre un piccolo sorriso si formava sul suo volto –Che film?»
Naoto alzò le spalle.
«Quello che vuoi.»
 
 
13 Febbraio 2011,
ore 21:34
 
Quando aveva detto “quello che vuoi”, Naoto non aveva certo pensato che si sarebbero ritrovati a vedere un film del genere.
La ragazza si trovava a sedere sul divano, le braccia incrociate al petto e lo sguardo puntato sulla televisione di fronte a lei.
Quella scelta le pareva così assurda.
Cosa poteva esserci di interessante nel vedere dei robot combattere tra di loro?
Eppure…
«Lo sapevo che quello vinceva!» esclamò Kanji, indicando lo schermo.
...qualcuno sembrava fin troppo entusiasta.
La detective ridacchiò, sedendosi più comodamente sul divano.
Non avrebbe mai pensato di vedere una cosa del genere.
Quel film era stato uno dei regali del suo decimo compleanno; regalo non molto apprezzato, visto che, in realtà, quel DVD era rimasto sigillato fino a quel momento, riposto nella libreria insieme agli altri film che mai nella vita avrebbe pensato di vedere.
Ma, stranamente, non le stava dispiacendo così tanto come aveva sempre creduto.
Anzi, si stava quasi divertendo a osservare il viso di Kanji così concentrato su una “storia” tanto prevedibile.
«Non pensavo ti piacesse questo tipo di film» gli fece notare lei, sorridendo leggermente.
Il ragazzo arrossì, sistemandosi meglio sul divano.
«Beh, l-li trovo interessanti...» le rispose, balbettando.
Naoto ridacchiò.
Era così carino quando faceva così.
La ragazza lanciò uno sguardo all’orologio.
Mancavano ancora dieci minuti per i biscotti.
Poteva rilassarsi un po’.
Si lasciò andare contro lo schienale del divano, continuando a guardare il film alla TV.
Era davvero orribile.
La trama era praticamente inesistente e l’unica cosa che c’era erano scene di azione che avvenivano completamente a caso.
Ma, forse, per una volta poteva vedere un film del genere.
Poi, all’improvviso, per la prima volta dall’inizio della giornata, la stanchezza che aveva accumulato fino a quel momento la colpì in pieno.
Naoto poteva sentire i suoi occhi chiudersi quasi da soli, mentre i rumori intorno a lei si facevano più attutiti.
«Hai sonno, Naoto?»
La ragazza non era neanche sicura che Kanji le avesse posto quella domanda.
Annuì leggermente, mentre sentiva il ragazzo avvicinarsi a lei e metterle un braccio intorno alle spalle.
«Ce penso io ai biscotti.– le disse, lasciando che lei si accomodasse contro di lui –Tu dormi.»
Prima ancora che lui potesse aggiungere altro, Naoto aveva già chiuso gli occhi e il suo respiro era diventato regolare.
 
 
13 Febbraio 2011,
ore 23:41
 
Quando Naoto aprì gli occhi, ci mise un attimo a ricordare cosa fosse successo.
La TV di fronte a lei era accesa e mostrava una schermata neutra, come faceva ogni volta che si era concluso un DVD.
Fu solo in quel momento che la ragazza si rese conto di dove si trovasse.
Si voltò leggermente alla sua sinistra e le sue guance avvamparono quando si rese conto di essere completamente sdraiata su Kanji che, poggiato contro lo schienale del divano, stava dormendo.
La ragazza tentò di spostarsi ma il braccio di lui, che si trovava intorno alle sue spalle, era come se la tenesse ancorata contro il suo fianco.
Naoto nascose il viso, imbarazzata.
Quando era successa una cosa del genere?
Come aveva potuto abbassare così tanto la guardia da trovarsi in quella situazione?
Non era da lei; non era assolutamente da lei.
Ma, ovviamente, questo non la faceva stare poi così male.
Dopotutto, era quello che voleva, no?
Forse poteva anche approfittarne.
Lui stava dormendo.
Non avrebbe mai saputo che lei era sveglia da un po’ e non si era spostata.
Sì, quella poteva essere la scelta migliore.
Un insistente bip le arrivò alle orecchie e Naoto alzò la testa, cercando di capire da dove provenisse.
Non aveva mai sentito un rumore simile in vita sua.
Sembrava l’allarme anti-incendi-
Solo in quel momento la ragazza avvertì il fortissimo odore di bruciato che riempiva la stanza.
Si allontanò di scatto da Kanji che, per l’urto, si svegliò.
«Naoto…? Che c’è?»
«I biscotti!» esclamò lei, correndo verso la cucina, mentre il bip si faceva sempre più forte e insistente. 
La ragazza aprì il forno, portandosi la mano sinistra alla bocca quando il fumo nero uscì da esso. 
«Cavolo Naoto, mi so’ appisolato pur’io.» disse Kanji, dispiaciuto.
Naoto afferrò la teglia, facendola uscire dal forno.
I biscotti erano completamente carbonizzati.
«Scusami...» continuò il ragazzo.
«Non ti preoccupare.– rispose lei, gettando quelli che erano praticamente diventati pezzi di carbone nella spazzatura –Non è stata colpa tua. Anche io stavo dormendo, non importa.»
Le dispiaceva.
Era ovvio che le dispiaceva.
Ma potevano sempre ricominciare, no?
«Dovrei avere ancora degli ingredienti. Non saranno abbastanza per farne così tanti ma dovrebbero bastare per riprovare.» disse poi, mettendo la teglia nel lavandino.
Kanji non rispose.
Anzi, rimase in silenzio, mentre lei tornava a guardare nelle buste della spesa.
Avevano tutto più o meno.
Mancava solo una barretta di cioccolata bianca.
«Io vado a prendere la cioccolata. C’è un konbini qui vicino.– la ragazza si diresse verso la porta della cucina, per prendere il suo cappotto –Torno subito, così poi iniziamo. Magari questa volta puoi anche insegnarm-»
«Naoto ma se lasciamo perde’?»
Quando Kanji pronunciò quelle parole, Naoto si fermò.
«Kanji-kun…?»
La detective si voltò verso di lui.
Cosa voleva dire?
Perché dovevano lasciare perdere?
«È tardi.– le fece notare lui, non guardandola –Manco se sa se facciamo in tempo.»
Giusto.
Lui doveva andare a dormire.
Non poteva chiedergli di rimanere ancora per tutto quel tempo.
«Kanji-kun, ti porgo le mie scuse.– gli rispose Naoto, leggermente imbarazzata –Non pensavo al fatto che anche tu domani dovessi svegliarti per andare a scuola. Vai pure a casa, provo a fare da sola. Ti ho osservato prima, quindi penso di riuscire a fare qualcosa di decen-»
«Non è che me fa schifo rimane’, Naoto.» Kanji la interruppe nuovamente.
Ora sì che la ragazza era confusa.
«E allora qual è…?» domandò, non riuscendo a capire.
Perché non voleva più aiutarla?
Il ragazzo sospirò.
«Da quando me l'hai detto te volevo chiede se sei proprio sicura de volello fa? E se te dice di no?»
Il tono con cui pronunciò quelle parole lasciò interdetta Naoto.
Perché adesso le faceva quella domanda?
«Sì, ne sono sicura.» rispose, cercando di non tentennare.
«Io non lo farei, sul serio.»
Non capiva.
Naoto non riusciva a comprendere perché lui continuasse a insistere.
Che avesse capito tutto?
Che le stesse dicendo chiaramente che a lui lei non interessava?
«È troppo rischioso, Naoto.– continuò lui –Sicura de vole' esse' rifiutata domani? Magari in mezzo alla gente?»
Aveva ragione.
Kanji aveva ragione.
Ma il ragazzo non poteva sapere quanto le stessero facendo male quelle parole in quel momento.
«Su, puliamo e poi andiamo a let-»
«Quindi non dovrei neanche provarci?»
Quelle parole le uscirono dalle labbra senza che neanche se ne rendesse conto.
Naoto poteva sentire il suo intero corpo tremare.
«Naoto, è inutile, c'abbiamo già provato, è inutile che sprechi soldi e famo nottata e manco se sa che te dice quello. Non te voglio fa rimane' male.»
La ragazza odiava quello che lui le stava dicendo.
«Quindi stai dando per scontato che lui mi rifiuti?»
Kanji deglutì.
«Non te stavo a di’ questo.»
«Invece a me pare proprio di sì.»
La detective alzò lo sguardo, puntandolo dritto su Kanji.
Anche se solo per un momento, intravide un’espressione dolorante sul suo volto.
Ma cambiò immediatamente quando vide il viso di lei.
«I-Io non capisco.»
Naoto odiava il modo in cui la sua voce stava esitando.
Odiava il modo in cui il suo corpo stava tremando.
Odiava anche il modo in cui i suoi occhi stavano minacciando di riempirsi di lacrime che lei continuava a ricacciare indietro.
Non era da lei perdere il controllo in quel modo, ma quelle emozioni tutte insieme la stavano mettendo davvero a dura prova.
Le sembrava di essere stata su una montagna russa per tutta la giornata.
Quella mattina si era svegliata con una felicità enorme, pronta ad andare contro chiunque le si mettesse sul suo cammino; poi c’era stato il fatto che tutto era andato sempre peggio, costringendola di chiedere una mano; dopo di che si era sentita sollevata, nel momento in cui Yu aveva accettato di aiutarla e Kanji si era presentato alla sua porta, stando con lei tutto il giorno…
E ora si sentiva nuovamente in discesa.
Faceva male.
Terribilmente male.
«Naoto…»
Solo quando Kanji pronunciò il suo nome, la ragazza si rese conto che lui si era avvicinato e la stava osservando con un’espressione dispiaciuta in volto.
La ragazza fece un passo indietro.
Perché la guardava in quel modo?
Perché lui davvero non la ricambiava?
«Scusa, me spiace. Non me stai a capi’.»
«Non importa.– rispose lei, distogliendo nuovamente lo sguardo –Sapevo di non avere alcuna chance fin dall’inizio. Ho agito in maniera stupida. Finiamola qui.»
Non doveva piangere.
Si era ripromessa che, se anche non fosse stata ricambiata, l’avrebbe presa con filosofia.
Eppure faceva così dannatamente male.
«Naoto, stamme a senti’.»
«Kanji-kun, non importa, sul serio.– la sua voce si stava incrinando –Oramai è tardi, i biscotti si sono bruciati e non avremmo neanche il tempo per farli da capo.»
Tutto il lavoro di quelle settimane era stato vano.
Lei lo sapeva fin dall’inizio.
Non era portata per cose del genere.
E il ragazzo non l’avrebbe ricambiata.
«Io vado a dormire.– disse, voltandosi –Tu torna pure a casa, metto a posto io domani.»
«Naoto...» Kanji tentò nuovamente di dirle qualcosa, ma lei lo bloccò.
«Buona notte.»
Poi, con passo svelto, si diresse in camera sua, ignorando il ragazzo che continuava a chiamarla alle sue spalle.
Chiuse la porta a chiave e si buttò sul letto, mentre la prima lacrima che non era riuscita a trattenere usciva dai suoi occhi.
Quanto poteva essere patetica in quel momento.
Lei, Naoto Shirogane, che stava piangendo come una bambina, stringendo con forza il cuscino tra le sue braccia.
Kanji doveva essersene andato, perché la ragazza non riusciva più a sentire alcun rumore provenire dalla sua cucina.
Oppure era ancora lì e il rumore di qualsiasi cosa il ragazzo stesse facendo era coperto dai singhiozzi che avevano iniziato a scuoterle le spalle.
Odiava quando le accadeva.
Erano poche le volte in cui si lasciava completamente andare in quel modo, non riuscendo più a trattenere dentro di sé tutte le lacrime che in realtà voleva versare.
Sapeva che il suo comportamento era sbagliato.
Kanji era venuto lì per lei, per aiutarla in un'impresa che lui sapeva essere vana.
A lui lei non piaceva.
Cosa avrebbe dovuto fare il ragazzo? Rifiutarla il giorno dopo, quando lei gli avrebbe consegnato dei biscotti che lui non voleva?
Ovvio che lui aveva solo tentato di farle capire che non voleva ferirla e non voleva darle false speranze.
Ma questo non impediva il fatto che facesse veramente male.
La detective si rannicchiò maggiormente contro il proprio cuscino e lanciò uno sguardo veloce all'orologio sulla parete.
Era tardi, dannatamente tardi.
Doveva dormire, o non si sarebbe mai svegliata in tempo per andare a scuola.
Già, doveva solo dormire.
Dormire poteva sembrare la risposta a tutto in quella situazione.
Se avesse chiuso gli occhi e si fosse lasciata andare alle braccia di Morfeo, molto probabilmente avrebbe smesso di piangere.
L'indomani era un altro giorno.
Avrebbe chiesto scusa a Kanji per come si era comportata prima di andare in camera sua e tutto sarebbe tornato esattamente come prima.
Niente biscotti.
Niente dichiarazione.
Niente delusione d'amore.
Poteva sembrare un ottimo compromesso.
Lei non sarebbe stata costretta ad allontanarsi completamente da lui, come forse sarebbe successo se lui l'avesse rifiutata.
Sarebbero potuti rimanere amici come prima.
Dopotutto, a cosa stava pensando?
Lei era Naoto Shirogane, la detective che fino a pochi mesi prima si fingeva un ragazzo.
Non era femminile, non aveva alcun atteggiamento sensuale e non aveva alcuna esperienza in campo amoroso.
Era più che logico da quel punto di vista che Kanji la rifiutasse.
Il telefono sul suo cuscino vibrò e Naoto allungò una mano, afferrandolo.
Anche se le sembrava assurdo, lei sperava davvero che a scriverle fosse stato il ragazzo.
Per questo, non poté nascondere la piccola punta di delusione che provò quando vide che ad averle mandato il messaggio era stato Yu.
"Hey Naoto, come è andata?"
Aveva anche il coraggio di chiederlo?
Lui sapeva tutto di tutti i ragazzi del team.
Le aveva promesso di aiutarla.
E allora perché le aveva mandato Kanji a casa, pur sapendo che non era ricambiata?
"NN E’ ANDATA."
Dopo pochi secondi, la risposta di Yu arrivò ma Naoto non aveva né la forza né la voglia di continuare la conversazione al momento.
Spense il telefono, rannicchiandosi nuovamente sul letto.
E, mentre le lacrime, che ancora non era riuscita a far smettere di scorrere, le rigavano il volto, la ragazza chiuse gli occhi, sperando di riuscire, prima o poi, ad addormentarsi.
 
 
14 Febbraio 2011,
ore 07:13
 
Naoto sapeva che era mattina e che avrebbe dovuto alzarsi dal letto oramai da venti minuti.
Ma non ci riusciva.
Quella notte aveva dormito si e no due o tre ore, svegliandosi a intervalli regolari.
Sapeva che era sbagliato per lei restare in quel letto, soprattutto se voleva far finta che tutto andasse bene.
Eppure, allo stesso tempo, non le importava poi più di tanto.
Era inutile andare a scuola e pretendere che niente fosse accaduto se i suoi occhi erano gonfi e rossi a quel modo.
E non c'era certo il bisogno di guardarsi allo specchio per capirlo.
Naoto poteva sentire fin troppo bene il dolore che le sue palpebre le stavano lanciando.
Si sarebbe data per malata e sarebbe stata a casa; per una volta non sarebbe successo niente.
Non voleva farsi vedere da nessuno così.
E, soprattutto, non voleva farsi vedere da Kanji.
Qualcuno bussò alla porta della sua camera e la detective si mise a sedere di scatto, spaventata.
Chi c'era in casa sua?
Che qualcuno fosse entrato la notte prima, quando il ragazzo se ne era andato??
«Naoto, svegliate!»
Tutta la paura che aveva provato fino a quel momento si trasformò in completa sorpresa nel momento in cui riconobbe la voce del ragazzo al di là della porta di legno.
«Naoto! Te sei rimessa a dormi’?»
«Kanji...?» sussurrò lei, interdetta.
Cosa ci faceva lui ancora lì?
Perché non era tornato a casa sua?
«Naoto, te voi alza?» 
Solo quando il ragazzo pronunciò quelle parole, la detective si rese conto che lui aveva aperto la porta e stava entrando nella stanza.
Naoto si rigirò nel letto, il viso completamente in fiamme.
No; no no.
Non poteva permettergli di vederla in quelle condizioni.
«Ma se po' sape’ che stai a fa’?-»
«Va via...» sussurrò lei, rannicchiandosi ulteriormente.
Sapeva che quello non era assolutamente il modo giusto di affrontare la situazione e che, anzi, avrebbe probabilmente solo peggiorato le cose.
Ma cosa poteva farci?
Kanji stava rendendo tutto ancora più difficile di quanto fosse.
Come poteva lei volerlo affrontare in quel momento?!
«Ma che stai a di’? Devi anna a scuola!» esclamò lui e, dalla vicinanza della sua voce, la ragazza capì che si doveva trovare accanto al letto.
«Non voglio andare a scuola, sto a casa oggi.»
Quella conversazione aveva sul serio un che di surreale.
Chi mai avrebbe pensato che i loro ruoli si potessero invertire in quel modo?
«Naoto, vedi de alzatte.»
«Kanji, ti ho detto di andare via! Non voglio parlare con te!»
Quando la detective urlò quelle parole, un fortissimo senso di colpa si fece strada dentro di lei.
Non solo quella era la prima volta che lo chiamava senza usare alcun onorifico, ma lo stava anche trattando male.
Oramai, la situazione poteva solo peggiorare.
Si aspettata che Kanji si voltasse e, dopo averle detto qualcosa di cui lei non voleva neanche avere un'idea, se ne andasse, lasciandola da sola.
Si aspettata che il loro rapporto si incrinasse completamente.
Si aspettata che lui iniziasse a ignorarla e non le rivolgesse più la parola...
Ma sicuramente non si aspettava quello che successe subito dopo.
Naoto sentì la coperta che la copriva da capo a piedi venire completamente sollevata e buttata a terra.
Prima che potesse protestare, la ragazza si ritrovò sollevata dal letto e posizionata a sacco sulla spalla destra di lui.
«Kanji-kun!» esclamò, sentendo le sue guance andare completamente a fuoco.
«Smettila de movete, tanto non te metto giù.– gli disse lui, camminando verso la cucina –Mo mangia qualcosa, preparate e poi vai a scuola.»
Naoto non riusciva davvero a capire perché lui si stesse comportando a quel modo.
L'unica cosa a cui riusciva a pensare in quel momento era a come nascondere il suo viso agli occhi del ragazzo una volta che lui l'avrebbe messa a terra.
E questo avvenne prima del previsto, visto che, senza neanche rendersene conto di come, la detective si ritrovò a sedere su una sedia della sua cucina, davanti ad una tazza.
Guardò il contenuto e notò che al suo interno si trovava della cioccolata bianca calda.
«Mangia, prima che si fredda.» le disse Kanji, mettendole davanti dei biscotti.
Naoto li guardò con attenzione.
Ora si che era davvero troppo confusa per capire cosa stesse succedendo.
Quelli erano gli stessi biscotti che avevano tentato di preparare la sera prima e che erano però andati miseramente a fuoco.
La ragazza ne prese uno tra le mani, osservandolo con attenzione.
Non c'erano dubbi.
Era esattamente come la foto sul sito mostrava, se non fatto ancora meglio.
Il biscotto era morbido, soffice e della forma, dimensione e colore giusti.
Lei non sarebbe mai riuscita a farli così neanche se ci avesse provato per anni.
Curiosa, se lo portò alle labbra, rimanendo completamente stupefatta.
Nonostante lei non amasse minimamente quei due gusti, quel biscotto era così buono da lasciarla completamente senza fiato.
Era come se lo era immaginato. 
Se non ancora più buono.
«C’ho messo troppo cocco? Nella ricetta dice di metterlo a piacere.» solo in quel momento Naoto si rese conto che Kanji si era seduto davanti a lei e la stava osservando.
La ragazza scosse la testa, continuando a mangiare.
«È buonissimo.» sussurrò, senza alzare lo sguardo.
Era confusa.
Tanto confusa.
«Ok.– rispose lui e, anche se non lo stava guardando, la ragazza sapeva che sulle sue labbra si era formato un sorriso –C’hai del trucco?»
Naoto alzò lo sguardo, non capendo di cosa il ragazzo stesse parlando.
«Del trucco?»
«Sì, così te levo ste occhiaie e gli occhi rossi.»
Oh, giusto; se ne era dimenticata.
Anche se la situazione stava diventando sempre più strana.
«Non capisco...»
«Che ce sta da capi’?.– rispose Kanji –Te devi dichiara’, no? Non penso te voi fa’ vede’ così.»
La ragazza alzò un sopracciglio, interdetta.
«Dichiararmi?»
«Pare de sì.– ora anche lui sembrava confuso –Non è per questo che abbiamo fatto i biscotti?»
Sì, certo.
Ma da quel che aveva capito, lei era stata anche rifiutata.
Prima che lei potesse aprire bocca però, il ragazzo le passò un pacchetto blu e un sacchetto trasparente con cinque biscotti all'interno, chiuso da un nastro dello stesso colore del pacchetto.
«Tiè, qua ce stanno i biscotti,– continuò lui, non lasciandola parlare –e siccome m’era avanzata della cioccolata ho fatto dei cioccolatini alle fragole, so’ nel pacco.»
Che cosa stava succedendo?
«Kanji-kun, quando hai preparato queste cose?»
Il ragazzo arrossì leggermente e distolse lo sguardo, puntandolo sul pavimento.
«Kanji-kun...?»
«Allora, dammi un attimo retta, ieri so’ stato proprio stronzo.– disse lui, continuando a non guardarla –Non te volevo fa’ piange’. Non dovevo di’ quelle cose. E quindi ho fatto i biscotti dopo che sei andata a dormi’-»
«Non capisco il perché, Kanji-kun.»
Quelle parole uscirono dalle labbra di Naoto prima che lei potesse fermarle.
Kanji alzò lo sguardo, confuso.
In quel momento la ragazza riuscì a vedere le occhiaie che si trovavano sotto gli occhi di lui.
«Perché? Cosa?»
«Perché tu abbia passato la notte a cucinare questi biscotti quando oramai era appurato che io non mi sarei più dichiarata.– rispose lei –Non capisco. Mi sembrava più che ovvio che io non piacessi alla persona a cui mi voglio dichiarare.»
Il silenzio che seguì quelle parole fu il silenzio più stressante della sua intera vita.
Naoto non poteva far altro che osservare il ragazzo di fronte a lei, speranzosa e terrorizzata allo stesso tempo.
Poi, lui parlò.
«Se non gle piaci è un coglione.»
E quella risposta le confuse ancora di più le idee.
«Kanji-kun?»
«Ma su Naoto, sei intelligente, simpatica, bellissima, brava in tutto quello che fai; non è possibile che non piaci a qualcuno?»
Le guance della ragazza presero letteralmente fuoco e lei distolse lo sguardo, puntandolo altrove.
La situazione si stava facendo sempre più assurda.
Perché le stava dicendo quelle cose, adesso?
Dopotutto, era stato lui a rifiutarla la sera prima-
Un piccolo campanellino le risuonò nella testa, e tutto iniziò ad avere senso.
«Quindi non pensi che mi possa rifiutare?»
«Se te dice de no, lo piglio a pugni.»
...Possibile che lui non avesse capito?
Naoto si sentì una completa idiota.
Kanji non aveva capito che i biscotti erano per lui.
Certo, questo non voleva dire che lui avrebbe accettato i suoi sentimenti.
Ma, allo stesso tempo, la ragazza si sentiva meglio, enormemente meglio.
Non era stata rifiutata.
Poteva ancora fare la sua mossa.
Poteva ancora avere una possibilità.
«Mo mangia, cambiate e fatte trucca.– riprese a parlare Kanji, il volto leggermente rosso per quello che le aveva detto poco prima –Magari fai in tempo.»
Naoto sorrise.
Non doveva fare niente di tutto quello.
Lei era già in tempo.
«Tieni.» disse, spingendo verso di lui il pacchetto e il sacchetto che aveva davanti a lei.
Kanji guardò i due oggetti, alzando un sopracciglio.
Poi li spinse nuovamente verso di lei.
«Naoto non gli posso posso da’ i biscotti io.»
Ok, ora la situazione stava prendendo una piega alquanto patetica.
«Non era quello che intendevo, Kanji-kun.» disse lei, tendendogli nuovamente i due regali.
Il ragazzo la guardò, uno sguardo chiaramente confuso che si era dipinto sul suo volto.
Poi, i suoi occhi si spalancarono.
La detective sorrise.
Doveva aver capit-
«Me piacciono i biscotti, ma poi a quello che gli dai?»
...
Possibile che si fosse davvero innamorata di un tipo del genere?
«Kanji.– Naoto non si rese neanche conto di aver omesso, per la seconda volta quella da quando si era svegliata, l'onorifico –Sono per te. Li volevo fare per te.»
Il volto che Kanji gli riservò in quel momento fu una delle cose più carine che la detective avesse mai visto in tutta la sua vita.
Il ragazzo aveva le guance completamente rosse e il suo corpo aveva iniziato a tremare per l'imbarazzo.
Solo in quel momento la detective si rese conto di come anche lei stesse tremando.
«Allora...?– gli domandò, vedendo che lui continuava a spostare lo sguardo dai due oggetti sul tavolo a lei, senza dire una parola –Hai intenzione di prenderti a pugni?»
Kanji aprì la bocca, per dire qualcosa, ma niente uscì dalle sue labbra.
Era completamente andato in tilt.
Prima che Naoto potesse aggiungere altro, però, lui si sporse in avanti poggiando le sue labbra su quelle di lei.
E, mentre anche lei si alzava e portava le braccia intorno al suo collo, la ragazza pensò che il cioccolato bianco, di cui le labbra di Kanji sapevano fin troppo, non era poi così male come aveva sempre pensato.
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Prompt: Arcani maggiori (Imperatrice)

Raccolta: The Arcana is the means by which all is revealed
Arcana: III – Empress
Fandom: Persona 3, Persona 4, Persona 5
Personaggi: Mitsuru Kirijo, Margaret, Haru Okumura





Mitsuru non si era sentita mai così minacciata prima di allora. 
Seduta al suo solito tavolo di uno dei locali più importanti di Tokyo, la ragazza non riusciva a distogliere lo sguardo dall'elegante donna che aveva occupato il posto libero davanti al suo, senza neanche chiederle il permesso.
Anche se non lo ammetteva mai, Mitsuru era da sempre stata ben conscia della sua posizione all’interno della società. 
Faceva finta di niente quando Akihiko o gli altri la elogiavano, dandole l’appello di imperatrice della S.E.E.S., ma, in realtà, lei concordava pienamente con loro. 
Ogni volta che si guardava allo specchio, lo sguardo che vedeva riflesso non era quello di una ragazza qualcuna; ma quello di una vera dominatrice. 
Tutto, dalle sue movenze al suo tono di voce, era modulato per farle ricoprire a pieno quel ruolo. 
Era quello ciò che pensava chiunque la vedesse, senza alcuna eccezione. 
Eppure, con suo grande stupore, Mitsuru aveva adesso davanti quella che doveva essere la sua peggiore nemesi. 
La donna che si era seduta di fronte a lei indossava un abito blu, che, grazie alle due spaccature laterali, le metteva in risalto le lunghe gambe, coperte solo da una sottile calza nera.
Il suo seno era prosperoso e, da qualsiasi lato la si guardasse, la sua vita era fine e snella, così come metteva in mostra la spessa cintura che la cingeva.
E per non parlare del suo volto.
Non era certo stato un caso se chiunque si fosse voltato verso di lei quando la donna aveva messo piede in quel luogo.
Il suo viso pallido mostrava un'espressione calma ma allo stesso terribilmente seducente, accentuata dal sorriso in cui le sue labbra rosse erano piegate.
Ma la cosa che più dava fastidio a Mitsuru, erano i capelli e gli occhi di quella donna.
Entrambi infatti erano di un colore così insolito da riuscire a distogliere l'attenzione dei presenti dalla sua capigliatura cremisi che sempre era stata la sua caratteristica.
La donna aveva infatti i capelli così lucenti da sembrare d'argento, mentre i suoi occhi erano dorati e caratterizzati da uno sguardo così fermo e immobile da mettere in soggezione chiunque lo incontrasse.
Mitsuru strinse con forza i pugni.
Non poteva perdere così.
Era lei la vera Imperatrice lì dentro.
Non poteva permettere ad una sconosciuta di rubarle così tanto l'attenzione.
«Scusa, vuoi qualcosa? Mi stai osservando da un po'.»
La ragazza dai capelli rossi si riscosse, quando la donna le rivolse un sorrisetto enigmatico, dopo averle posto quella domanda con una voce così calma da farla rabbrividire.
«No, niente.– rispose immediatamente la ragazza, mostrandosi tranquilla come al suo solito –Stavo solo osservando i suoi capelli, li trovo veramente affascinanti.»
Quella mossa funzionava sempre.
Mitsuru era fin troppo consapevole di ciò.
Fare complimenti al nemico era il primo passo per vincere la partita.
«Grazie, anche i tuoi sono molto carini.» rispose l'altra, tornando a bere il tè di fronte a lei, senza battere ciglio.
...
Non solo le dava del "tu" e le parlava come se fosse una ragazzina qualunque, adesso aveva anche il coraggio di definire i suoi capelli "carini"?!
Quella era davvero una dichiarazione di guerra.
Mitsuru accavallò le gambe, mostrando lo sguardo più seducente e dominante che avesse.
L'altra sorrise, divertita, continuando a osservarla; ma la ragazza non si mosse.
Non importava chi si credesse di essere quella donna.
Chiunque fosse, niente e nessuno poteva competere con lei, Mitsuru Kirijo.
Nessuno poteva rubarle il suo ruolo.
E ora lo avrebbe dimostrato–
«Scusate, posso sedermi?»
Una voce dolce arrivò dalla sua sinistra e Mitsuru e la donna si voltarono verso la nuova arrivata.
Chi poteva osare interrompere quella faida che si era appena creata?
Chi poteva avere anche solo il coraggio di volersi sedere al loro tavolo?
Ma, quando i calmi occhi color nocciola e il dolce sorriso di Haru Okumura entrarono nel suo campo visivo, la ragazza sentì come una scarica elettrica attraversarla.
Come se fosse in uno stato di tranche, annuì leggermente e, mentre lei si sedeva con eleganza alla sua sinistra, Mitsuru non fu sorpresa di vedere che anche il corpo di quella che, fino a pochi secondi prima, era la sua più terribile rivale fu scosso da un forte brivido.
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Missione Shannen Week6
Fandom: Persona 4
Coppia: Kanji/Naoto
Parole: 100 parole l'una



#41

Naoto non ne sarebbe stata contenta.
Kanji sospirò, mentre quella verità si faceva strada nella sua mente.
Le aveva promesso che non avrebbe più fatto risse in vita sua, qualsiasi fosse stato il motivo.
Eppure adesso era lì, seduto contro il muro della scuola, con un occhio nero, un labbro spaccato e le nocche insanguinate.
Sapeva di aver sbagliato e adesso ne avrebbe subito le conseguenze.
Però, quando Naoto lo trovò, nessuna ramanzina uscì dalle labbra della ragazza.
L'unica cosa che fece fu sedersi davanti a lui e posargli il ghiaccio che aveva preso in infermeria sull'occhio, in completo silenzio.


#42
«Lasciatelo stare.»
Quando riconobbe la voce che pronunciò quelle parole, Kanji sentì il sangue gelarglisi nelle vene.
«È arrivato il tuo principe, Tatsumi?»
Uno dei cinque teppisti con cui il ragazzo stava avendo una rissa non perse tempo, commentando immediatamente il suo arrivo.
Kanji lo ignorò.
Doveva trovare un modo per portare via la detective da lì.
Lo stesso ragazzo che aveva parlato afferrò il polso di Naoto e Kanji fece uno scatto in avanti, pronto a intervenire.
Ma quando la ragazza gli tirò un pugno in pieno volto, facendogli perdere l'equilibrio, Kanji non poté che rimanere a bocca aperta.


#43

Naoto non aveva mai festeggiato il suo compleanno.
Fin da piccola aveva passato quella giornata come le altre, se non giusto per la torta che veniva servita in tavola la sera.
Dalla morte dei suoi genitori poi, anche i pochi festeggiamenti a cui era costretta a partecipare scomparvero e la ragazza smise di pensarci, lasciando che l'unica persona che le facesse gli auguri fosse suo nonno.
Ma, quando il suo telefono squillò a mezzanotte e lei vide il messaggio di auguri che Kanji le aveva mandato, Naoto non riuscì a trattenere le lacrime di felicità che uscirono dai suoi occhi.



#44

Erano anni che Kanji non prendeva la febbre a quel modo.
Non che stesse così male a dire la verità ma, quando sua madre lo aveva visto in quelle condizioni, gli aveva impedito di andare a scuola.
Annoiato, il ragazzo aveva provato a continuare a cucire qualcuno dei suoi lavori, ma la testa gli faceva così tanto male che per lui era praticamente impossibile.
Per questo, adesso era sotto le coperte, senza niente da fare.
Però, quando Naoto entrò nella sua stanza, dicendo che era venuta per tenergli compagnia, Kanji pensò che sarebbe potuto stare a letto per un'altra settimana.



#45

Se adesso si trovava all'inferno, era esattamente come Naoto se lo era immaginato.
La testa le faceva così male che era come se qualcuno gliela stesse martellando dall'interno.
«Naoto? Stai meglio?»
Una voce ovattata arrivò dal suo fianco e lei cercò di mettere a fuoco la figura che si trovava lì.
Non che ne avesse bisogno.
Sapeva benissimo chi fosse.
Tentò di parlare ma era come se avesse un groppo in gola.
«Non sforzarti, torna a dormire. Io resto qui con te.»
Quando Kanji le sussurrò quelle parole, poggiandole una mano fresca sulla testa, la ragazza chiuse nuovamente gli occhi.

 


#46

Kanji ricordava fin troppo bene il suo primo incontro con Naoto.
E come poteva dimenticarselo?
Era come se quella scena si ripetesse ogni volta che loro incrociavano i loro sguardi.
Il ragazzo non sapeva come spiegarlo, ma tutte le volte che osservava gli occhi scuri e profondi di lei, provava una fortissima sensazione al petto ed era come se qualcuno iniziasse a far martellare il suo cuore all'impazzata, senza possibilità che questo si fermasse.
E questo avveniva sempre, dal loro primo incontro.
Era come se quello fosse un promemoria: qualcosa che gli ricordasse che lui era perdutamente innamorato di lei.



#47

Se qualcuno le avesse chiesto quando fosse stata la prima volta che aveva provato qualcosa per Kanji, Naoto si sarebbe trovata in difficoltà.
Non sapeva assolutamente neanche lei quando quel sentimento era diventato parte della sua quotidianità, prendendo completamente il sopravvento su tutto il resto.
Anzi, le sembrava impossibile che ci fosse stato un "prima", un tempo in cui loro non si conoscevano e in cui lei non pensava a lui almeno il 90% del suo tempo.
Ma, dopotutto, non era importante sapere quando tutto era iniziato: l'importante per lei era continuare a stare al suo fianco, fino alla fine.



#48

«Cosa ti è venuto in mente?!»
Naoto sussultò.
«Sai benissimo che ho più resistenza di te! Perché ti sei messa nel mezzo?»
«Eri ferito, poteva essere pericoloso...» sussurrò la ragazza.
«Lo era anche per te, Naoto!»
Kanji aveva ragione, mettersi nel mezzo e prendere quell'attacco in pieno non era assolutamente stata una delle sue migliori idee.
Improvvisamente il ragazzo la tirò a sé, stringendola tra le sue braccia.
«Per favore.– la sua voce era adesso tremolante e le sue urla erano diventati quasi sussurri –N-non farlo mai più.»
Naoto annuì, portando anche lei le braccia intorno al corpo di lui.



#49

Quando Naoto aveva fatti da esca per catturare l'assassino, non avrebbe mai immaginato che Kanji avrebbe reagito in quel modo.
Nonostante fosse oramai passato tanto tempo da allora, la ragazza non avrebbe mai potuto dimenticare il modo in cui lui l'aveva sgridata per quel gesto sconsiderato, mentre l'abbracciava con forza, come se avesse paura che lei potesse scomparire.
In realtà non sapeva neanche lei perché continuava a pensarci.
L'unica cosa di cui era a conoscenza era che, nonostante lui le stesse urlando contro, aveva provato una sensazione di felicità e di affetto che poche volte aveva sentito prima di allora.



#50

«Non hai freddo?»
Naoto si voltò verso il ragazzo al suo fianco.
«No, non preoccuparti.»
Kanji le lanciò uno sguardo interdetto.
«Sta nevicando, Naoto.»
«Lo so.»
«E tu sei senza sciarpa.»
«Lo so...»
«E anche senza guanti.»
«Lo s- ehi!»
La ragazza si lasciò sfuggire un piccolo lamento di protesta quando lui le avvolse la sua calda sciarpa intorno al collo.
«Stai al caldo o ti verrà la febbre.»
Naoto avrebbe voluto ribattere ma, quando sentì il profumo del ragazzo che proveniva dalla sciarpa invaderle le narici, decise che, per una volta, poteva evitare di dire ciò che stesse pensando.
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Missione Shannen Week6
Fandom: Persona 4
Coppia: Kanji/Naoto
Parole: 100 parole l'una



#31

Naoto non sapeva come fosse possibile, ma, ogni volta che si trovava in un vicolo cieco, Kanji era sempre pronto ad aiutarla.
Qualsiasi cosa il ragazzo le dicesse o facesse, mentre lei annaspava per trovare la risposta ad una qualsiasi domanda, diventava la chiave di lettura di tutto il problema che lei doveva risolvere.
Era come se le loro menti fossero collegate in qualche modo.
Come se lui sapesse esattamente ciò di cui lei aveva bisogno.
E, per questo, la detective non poteva fare a meno di pensare che quel ragazzo fosse una delle persone più importanti della sua vita.



#32

Kanji aveva perso la sua felpa preferita.
Erano circa due ore che continuava a cercarla nella sua camera, cercando di capire dove poteva averla nascosta qualche giorno prima, quando aveva messo a posto il suo armadio.
Non era da nessuna parte.
L'unica spiegazione era che qualcuno gliel'avesse presa, la sera prima, quando il team si era riunito in camera sua.
Non poteva perdonare un gesto simile.
Ma, quando Naoto gli si parò davanti con la sua felpa addosso che la copriva fino alle ginocchia, scusandosi per averla presa senza permesso, Kanji decise che quel fatto non era poi così imperdonabile.



#33

«Il "-kun" è troppo formale. Perché non mi chiami per nome?»
Quando Kanji le aveva detto quelle parole, i movimenti di Naoto si erano immediatamente congelati e la ragazza aveva sentito il suo volto andare in fiamme.
Nessuno le aveva mai detto una cosa del genere fino a quel momento.
E, sicuramente, la detective non si aspettava che fosse lui a proporglielo.
Vedendo la sua reazione, Kanji tentò immediatamente di rimediare, dicendole che stava solo scherzando.
Ma, quando lei aprì timidamente le labbra e sussurrò il suo nome senza alcun onorifico, un enorme sorriso si formò sul volto del ragazzo.



#34

Naoto odiava i fulmini.
Non sapeva neanche lei perché le facessero quell'effetto, ma, anche se era a conoscenza del fatto che fosse una cosa del tutto irrazionale, la ragazza non riusciva a reprimere la paura che la invadeva.
Da quando stava con Kanji però, le cose erano cambiate.
Aveva infatti notato che il solo tocco del ragazzo aveva un enorme effetto calmante su di lei, riuscendo così a farle smettere di pensare alla sensazione di ansia che provava.
Per questo, ogni volta che c'era un temporale, Naoto non poteva desiderare altro che nascondersi tra le sue braccia e lasciarsi andare.



#35

«Non muoverti.»
La voce ferma di Naoto gli arrivò immediatamente alle orecchie quando lui aprì gli occhi.
Solo in quel momento si rese conto di essere disteso a terra, la testa poggiata sulle gambe della ragazza.
Kanji ricordò quello che era successo prima, quando le aveva fatto da scudo, proteggendola da un attacco che per lei sarebbe stato fatale.
«Non farlo mai più.» aggiunse lei prima che lui potesse dirle qualsiasi cosa.
Il ragazzo aprì la bocca ma, non appena vide che gli occhi di Naoto erano pieni di lacrime, capì che quello non era assolutamente il tempo per ribattere.
 


#36

A Kanji non piaceva molto l'idea di spiare Chie e Yukiko mentre queste si facevano il bagno nelle terme.
Non riusciva davvero a capire cosa Yosuke e Teddie ci trovassero in quel gesto così irrispettoso verso le loro amiche.
Lui pensava che quella fosse una delle cose più meschine che si potesse fare.
Era un qualcosa a cui mai avrebbe aderito, nonostante le loro continue insistenze.
Ma, quando Kanji sentì la voce di Naoto venire dall'altra parte della porta e capì che anche lei doveva essere con le sue senpai, pensò che forse non sarebbe successo niente per un'innocente occhiata.



#37

Naoto odiava le gonne.
Non capiva come tutte le sue conoscenti potessero portare quelle vere e proprie trappole mortali senza alcun tipo di problemi.
Per questo, in quel momento, stava odiando profondamente Rise che l'aveva costretta a indossarne una per il suo primo appuntamento con Kanji, senza lasciarle alcuna scelta.
E ora lei era lì, con quella gonna fin troppo corta per i suoi gusti, a sperare con tutta se stessa che niente andasse a rotoli a causa del suo abbigliamento.
Ma, quando vide l'espressione del ragazzo, Naoto pensò che forse la sua amica non aveva avuto un'idea così sbagliata.



#38

«Non andare.»
Naoto non riusciva neanche a credere di aver pronunciato quelle parole.
Senza che lei se ne rendesse conto, il suo corpo si era mosso da solo e la sua mano aveva afferrato la giacca di Kanji, prima che lui potesse alzarsi da quella panchina su cui erano seduti oramai da un po'.
Il ragazzo non rispose.
Ovviamente anche lui non si aspettava quel gesto.
Anzi, l'avrebbe presa per pazza.
Dopotutto, per quale motivo avrebbero dovuto stare ancora lì, a sedere l'uno accanto all'altra, senza dirsi niente?
Ma, con sua grande sorpresa, Kanji si sedette nuovamente al suo fianco.



#39

Kanji aveva da sempre odiato andare a scuola.
Anche se tentava di seguire in classe, la sua concentrazione veniva meno e spesso si ritrovava quindi a osservare il vuoto, senza niente da fare.
Ma non solo i suoi voti non erano certo dei migliori, la scuola non andava bene neanche sul piano sociale visto che Kanji non era realmente apprezzato da nessuno dei suoi compagni.
Insomma, era solo una gigantesca perdita di tempo.
Ma, da quando Naoto si era seduta nel posto accanto al suo, il ragazzo iniziò a pensare che, dopotutto, andare a scuola non fosse poi così male.



#40

Naoto non sapeva davvero come aveva fatto a sopravvivere fino a quel momento, prima di baciare Kanji.
La ragazza non sapeva perché ma, da quando le loro labbra si erano unite per la prima volta, quel gesto era diventato una vera e propria droga.
Ogni volta che lo vedeva piegarsi in avanti per raggiungere il suo volto, Naoto provava una fortissima sensazione di felicità invaderla e sentiva il cuore batterle all'impazzata.
Per questo, nonostante gli altri membri del team avessero fatto notare che loro si baciavano fin troppo spesso, la detective sapeva che per lei non sarebbe stato mai abbastanza.
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#61

«Dovreste uscire insieme, voi due.»
Quando Rise aveva pronunciato quelle parole, Kanji si era immobilizzato completamente, il panino che stava per addentare che era rimasto fermo a pochi millimetri dalle sue labbra.
Dopo aver lanciato un occhiata veloce a Naoto e aver notato che anche lei aveva avuto una reazione simile alla sua, il ragazzo si voltò verso la sua amica.
Doveva assolutamente inventarsi qualcosa.
Non voleva che la detective si sentisse in dovere di rifiutarlo e non voleva che questo accadesse di fronte alla idol.
Ma quando aprì la bocca per ribattere, Naoto parlò, bloccandolo nuovamente.
«Mi piacerebbe molto.»



#62

I regali non erano il suo forte.
Kanji era consapevole di ciò visto che, ogni volta che ne faceva uno, riceveva solo frasi di cortesia, senza una vera dimostrazione d'apprezzamento.
Fino a quel momento ciò non lo aveva disturbato, ma, adesso che stava con Naoto, quella era come diventata una questione di Stato.
Non voleva che i suoi regali non le piacessero.
Voleva darle tutto ciò che lei desiderava.
Ma, quando lei gli disse che stare con lui era già un regalo stupendo, Kanji decise che avrebbe passato le notti in bianco pur di farle i regali migliori del mondo.



#63
 

Naoto non aveva mai provato ad apparire carina fino ad allora, anzi, aveva passato la sua vita a nascondere qualsiasi accenno della sua femminilità dagli sguardi altrui.
Da quando stava con Kanji, però, non poteva far altro che guardare le altre studentesse, osservando come loro si agghindassero per far colpo sui ragazzi.
Aveva iniziato a pensare che, forse, i suoi vestiti mascolini non erano adatti ad una relazione, così come non lo erano i suoi modi.
Aveva iniziato a temere di dover cambiare.
Ma, quando Kanji le disse che lei era bellissima in qualsiasi caso, Naoto si sentì terribilmente felice.



#64

 
«Io e Kanji stiamo insieme.»
Naoto aveva preso la decisione di dirlo agli altri e, visto che Kanji non si era dichiarato contrario a ciò, adesso che si trovavano tutti insieme sul tetto per la pausa pranzo la detective aveva parlato.
Certo non si aspettava che le cose andassero così.
«E allora?» domandò Yu.
«Non era carino tenervelo nascosto.»
«Ah, era un segreto?»
Quando quelle parole ruppero il silenzio che si era creato, Naoto si risedette al suo posto, ricominciando a mangiare e ignorando le risate dei suoi compagni per il modo in cui le sue guance erano diventate rosse.



#65

 
Kanji non dormiva mai col telefono acceso.
Riceveva troppo spesso telefonate indesiderate la mattina presto o, peggio, SMS pubblicitari che arrivavano a orari improponibili e che finivano per svegliarlo ogni volta.
Ma da quando stava con Naoto, il ragazzo aveva perso quell'abitudine.
La detective, infatti, era solita mandare messaggi agli orari più assurdi, anche nel pieno della notte.
Così, anche se veniva svegliato da messaggi di gestori che offrivano servizi a lui sconosciuti, Kanji non poteva fare a meno di sorridere ogni volta che vedeva che a scrivergli anche solo un SMS per augurargli la buona notte era stata lei.

#66

 
«Cosa stai facendo?»
Quando Naoto gli pose quella domanda, le guance di Kanji si colorarono ancora più di rosso.
«B-beh, pensavo che non ti piacesse che qualcuno ti vedesse senza maglia.– rispose il ragazzo, continuando a tenere gli occhi chiusi –Tranquilla, posso curarti anche così.»
La ragazza era stata colpita da una Shadow, e qualcuno doveva pur occuparsi della ferita che aveva sul suo fianco.
Kanji la sentì accarezzargli la guancia.
«Tu sei l'unico da cui mi farei vedere così, Kanji.» gli sussurrò e, quando il ragazzo aprì gli occhi, vide che le sue labbra erano piegate in un sorriso.
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Coppia: Kanji/Naoto
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#51

Kanji non aveva mai capito il senso di San Valentino.
Da come ne parlavano gli altri ragazzi, l'unica utilità di quella festa era quella di fare stupide competizioni per vedere chi avesse ricevuto più regali.
In più, lui era estremamente convinto che non ci fosse bisogno di una festa per dimostrare il proprio amore nei confronti di qualcuno.
Se solo Naoto lo avesse ricambiato, infatti, lui l'avrebbe riempita di regali ogni giorno e non solo per la "festa degli innamorati".
Ma, quando la detective gli tese quella scatola di cioccolatini, Kanji ritirò tutto ciò che aveva pensato fino ad allora.



#52

Naoto non aveva mai cucinato dei biscotti prima di allora.
A dire la verità, non aveva mai sentito il bisogno di mettersi un grembiule e di cucinare qualcosa per qualcuno, fino a quando, pochi giorni prima, Kanji non le aveva detto che gli sarebbe piaciuto mangiare qualcosa di preparato da lei.
Per questo ora era lì, cercando di non sbagliare alcun passaggio di quella ricetta.
E, anche se oramai era arrivata al suo terzo fallimento da quando aveva iniziato, Naoto non aveva alcuna intenzione di arrendersi: il sorriso che Kanji le avrebbe riservato era il miglior incentivo che potesse avere.



#53

«Naoto, torna a dormire, hai la febbre alta.»
«Sto bene Kanji.– rispose lei, sfogliando il fascicolo –Devo lavorare.»
Kanji non rispose e, per quanto sperasse che la lasciasse lavorare in pace, la ragazza sapeva che quello non sarebbe successo.
«Torna a dormire.»
Prima che potesse rispondere, Naoto si ritrovò sollevata dalla propria sedia e portata al letto.
Lasciò andare un lamento di protesta, mentre Kanji la copriva nuovamente con le coperte.
Ma, quando lui le disse che sarebbe stato lì con lei fino a quando non sarebbe guarita, la ragazza decise che, per una volta, poteva lasciarsi viziare un po'.



#54

Kanji non era mai stato bravo a comunicare i propri sentimenti.
Fin da piccolo aveva avuto problemi a mostrare agli altri cosa provasse, lasciando che fossero soprattutto i suoi pugni a parlare.
Da quando aveva iniziato la sua relazione con Naoto, però, questo problema si era accentuato: Kanji era andato più volte nel panico, non capendo come mostrarle tutto l'amore che provava per lei.
Ma, quando Naoto gli disse che lei capiva perfettamente quello che lui provava nei suoi confronti senza che il ragazzo facesse niente di diverso dal solito, Kanji si sentì compreso per la prima volta nella vita.



#55

"Tu pensi troppo."
Naoto non poteva far altro che rimuginare su quelle parole che Rise le aveva detto prima, quando la detective le aveva esposto i suoi problemi nel mostrare i propri sentimenti a Kanji.
E, anche se odiava ammetterlo, la idol aveva pienamente ragione.
La ragazza non ricordava un singolo momento in cui non si fosse messa a ragionare su tutte le possibilità di quello che poteva succedere, ogni singola volta che cercava di prendere una decisione su come agire.
Per questo, non appena Kanji la salutò quella mattina, Naoto decise di seguire il suo istinto e lo baciò.



#56

Naoto odiava quando la pioggia la prendeva alla sprovvista.
Nascosta sotto il piccolo riparo che c'era alla fermata dell'autobus, la detective non poteva far altro che osservare la pioggia che cadeva con forza di fronte a lei, mentre con un fazzoletto cercava di asciugarsi i capelli bagnati.
Una folata di vento le accarezzò la pelle, facendola rabbrividire.
Perfetto, avrebbe sicuramente preso un raffreddore se fosse rimasta lì.
Ma, quando Kanji arrivò, coprendola immediatamente con il suo giubbotto per non farle prendere freddo e portandola a casa con lui per farla riscaldare, Naoto pensò che quell'opzione non fosse poi così male.



#57

Erano giorni che Kanji si preparava per quell'appuntamento e, più tempo passava, più l'ansia si faceva strada dentro di lui.
Non era assolutamente pronto a quello che sarebbe potuto succedere, qualsiasi cosa questo fosse.
A dire la verità, fino a pochi giorni prima, pensava che non avesse mai avuto neanche la possibilità di portare Naoto fuori a cena.
Gliel'aveva proposto quasi per scherzo, senza dare peso alla cosa.
Ma lei aveva accettato.
E ora lui non sapeva davvero come comportarsi.
Però, quando notò che lei si era messa una gonna per quella serata, Kanji non poté che sentirsi terribilmente felice.



#58

 
Naoto non era mai stata così impaziente di tornare a casa dopo la risoluzione di un caso.
In passato, ogni volta che ne concludeva uno, sentiva sempre una sensazione di malinconia che prendeva forma dentro di lei, come per ricordarle che adesso sarebbe nuovamente tornata a stare sola, aspettando una nuova telefonata.
Ma adesso le cose erano cambiate.
Ora la detective non riusciva a non controllare l'ora ogni dieci secondi.
Poi, quando finalmente il treno si fermò, la detective scese immediatamente da esso e si buttò tra le braccia di Kanji che, da qualche ora, la stava aspettando al binario.
 



#59

 
Naoto aveva sempre odiato il suo lato infantile.
Ogni volta che quello tendeva a uscire all'esterno e a mostrarsi al mondo, lei lo nascondeva con più forza, relegandolo in un piccolo angolino della sua mente.
Per questo, anche se si era trovata in situazioni molto ingiuste o che avevano ferito i suoi sentimenti, la detective aveva sempre trattenuto le lacrime che, spesso, minacciavano di uscire dai suoi occhi.
Ma, quando Kanji la trovò singhiozzante in un angolino del bagno, Naoto gli fu terribilmente grata quando l'unica cosa che il ragazzo fece fu abbracciarla e sussurrarle all'orecchio che tutto andava bene.



#60

 
Kanji non era mai andato al mare in inverno.
Non capiva neanche perché Naoto avesse insistito tanto per prendere la bicicletta ed arrivare fino alla spiaggia di Shichiri Beach, nonostante il vento gelido che soffiava in quel momento.
Non era neanche un luogo poi così romantico a dire la verità.
Cosa poteva trovarci di così bello in quel posto? Era solo una spiaggia minuscola, che si trovava proprio a ridosso della strada.
Ma, quando la detective gli spiegò che era voluta arrivare fino a lì per poter stare finalmente un po' da soli, lontano dagli altri, Kanji cambiò immediatamente idea.
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Coppia: Kanji/Naoto
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#25

Kanji non aveva mai creduto nel destino.
Ogni volta che leggeva o ascoltava quelle storie smielate in cui si parlava di come due persone fossero legate tra di loro dal fato il ragazzo aveva sempre voglia di alzare gli occhi al cielo.
Eppure, da quando aveva incontrato Naoto, la sua percezione era cambiata.
Sapeva che era stupido crederci sul serio, soprattutto perché lui era convinto che quella fosse tutta una menzogna.
Ma ogni volta che vedeva il suo sorriso, non poteva che desiderare che, se questo fantomatico "filo rosso" fosse realmente esistito, l'altro capo del suo fosse legato a lei.



#26

Anche se molti potevano pensarlo, il silenzio che riempiva le loro conversazioni non era minimamente dello stesso tipo che si poteva definire "imbarazzato".
Se c'era una cosa che Naoto aveva imparato nel suo rapporto con Kanji era che niente di quello che non veniva detto era realmente perso.
Loro erano semplicemente fatti così.
Bastava uno sguardo, un tocco, un singolo sorriso per capire cosa l'altro desiderasse.
Per questo, la detective adorava quei momenti che loro due passavano insieme, seduti uno accanto all'altra, a scambiarsi messaggi che erano solo loro e che il resto del mondo non avrebbe mai potuto capire.



#27

Kanji non sapeva neanche come era finito in quella situazione.
Seduto su una delle tante sedie della sua classe, il ragazzo non poteva far altro che osservare Naoto che, a pochi centimetri dal suo volto, lo stava truccando in viso per prepararlo a vincere il concorso di bellezza a cui le ragazze del team li avevano iscritti.
Ma, se prima quello non era una cosa che lo tormentasse così tanto, adesso che aveva la detective a quella vicinanza Kanji stava davvero rischiando di andare nel pallone.
«Kanji-kun? Perché mi guardi così?»
«Perché sei bellissima.» sussurrò lui, senza neanche rendersene conto.



#28

Naoto non sapeva perché, ma, ogni volta che vedeva Rise attaccarsi a Kanji, provava una spiacevole sensazione di gelosia che mai aveva sentito prima.
Aveva anche pensato di avere qualche problema, visto che alla fine niente di quello che la idol faceva dimostrava che provasse qualcosa per il ragazzo.
Anzi, Rise si stava solo comportando da amica, così come faceva con tutti, lei compresa.
Eppure, tutte le volte che vedeva la idol toccarlo minimamente, camminare al suo fianco o scambiarsi bigliettini con lui, Naoto non poteva fare a meno di provare un fortissimo istinto omicida farsi strada dentro di lei.



#29

«Balliamo?»
Non sapeva neanche lei perché gli aveva fatto quella domanda.
Ma quando lo aveva visto che lui gli stava lanciando quelle occhiate da un angolo della stanza, le sue gambe si erano mosse da sole e si erano dirette verso di lui.
«C-Cosa?»
«Sì, lo stanno facendo tutti.– cercò di giustificarsi Naoto, indicando gli altri ragazzi che seguivano la musica del locale –E pensavo che ti andasse.»
Solo in quel momento, la ragazza pensò che forse aveva frainteso lo sguardo che lui le aveva rivolto.
Ma, quando oramai stava per andarsene, dopo essersi scusata, Kanji accettò il suo invito.



#30

Kanji non pensava potessero esistere film così noiosi fino a quel momento.
Erano oramai quasi due ore che si trovava in quel cinema, a cercare di capire la logica di un'opera di cui già il titolo lo aveva messo in difficoltà.
Non sapeva neanche perché avesse accettato di vedere una roba del genere.
C'erano solo chiacchiere.
Nessun combattimento, nessuna scena di azione.
Solo congetture su chi potesse essere l'assassino.
Ma, ogni volta che si voltava verso la ragazza al suo fianco e notava come i suoi occhi si illuminavano mentre guardava lo schermo, Kanji pensava che ne valesse la pena.
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Coppia: Kanji/Naoto
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#15

Naoto odiava perdere. Mettersi alla prova, fare del proprio meglio e poi vedere tutti i suoi sforzi sfumare di fronte ai propri occhi. Per questo, odiava anche sciare.
Sciare per lei era sinonimo di essere sconfitta, di cadere a terra e non riuscire a rialzarsi, di mostrarsi debole di fronte agli altri.
Eppure ora era lì, su quegli sci, le gambe che le tremavano.
Quante volte era caduta fino ad allora? Tante, troppe da ricordare.
Ma stavolta c'era qualcosa di diverso.
Sorrise leggermente, sentendo due forti braccia cingerle il bacino quando perse l'equilibrio.
Kanji sarebbe stato lì, pronto per prenderla.



#16

Naoto odiava le storie dell’orrore.
Sapeva che era infantile avere paura in quel modo, ma ogni volta che qualcuno ne raccontava una, la ragazza non poteva far altro che sentire un brivido correrle lungo la schiena e una sensazione di terrore invaderla.
Ed era anche quello che stava accadendo in quel momento, mentre Yosuke esponeva quella che lui aveva definito “il suo miglior pezzo” e che la stava oramai terrorizzando da circa venti minuti.
Ma, quando Kanji si avvicinò a lei e le posò delicatamente una mano sulla gamba, come per calmarla, Naoto pensò che, forse, poteva valerne la pena.



#17

Kanji non era mai stato bravo nello studio.
Ogni volta che ci provava andava sempre a finire nello stesso identico modo: nulla di quello che leggeva gli entrava minimamente in testa e dopo ore e ore passate sui libri gli sembrava di conoscere l'argomento ancora meno di quando aveva iniziato a studiare.
Di fronte a ciò aveva presto reputato che fosse completamente inutile continuare anche solo a provarci.
Dopotutto che senso poteva avere? Tanto non sarebbe mai riuscito a migliorare il suo scarso rendimento.
Quando Naoto gli propose di aiutarlo però, il ragazzo pensò che valeva la pena tentarci nuovamente.



#18

Kanji sapeva di avere una soglia di attenzione che chiunque avrebbe definito "un caso perso". E se in passato gli capitava spesso di distrarsi e pensare ad altro, ora che aveva conosciuto Naoto questo evento si ripeteva anche troppo per i suoi gusti.
Ma dopotutto cosa poteva farci?
Come poteva non pensare a quel bellissimo volto?
Come poteva non ripercorrere con la mente ogni movimento della ragazza?
E, mentre la sua attenzione spariva nuovamente, Kanji non si rese conto (per la terza volta quella settimana) che la sciarpa tra le sue mani era diventata ormai così lunga da toccare terra.



#19

«Kanji-kun.»
«N-Naoto? E' successo qualcosa?»
Naoto strinse con più forza il cellulare tra le sue mani, il cuore che le batteva nel petto.
«Niente in particolare, volevo solo sapere come stessero tutti a Inaba.»
«Qui va tutto bene, anche se ovviamente si sente la tua mancanza.»
«...Capisco.»
«Non preoccuparti Naoto, è il tuo lavoro. Aspetteremo il tuo ritorno.»
Naoto sentì qualcuno chiamarla e si voltò, notando solo in quel momento che il suo capo la stava osservando.
«Ora devo andare. Ci sentiamo, ok?»
«Certo.»
Silenzio.
«Kanji-kun?»
«Sì?»
«Mi manchi anche tu.» sussurrò, per poi premere il tasto di fine chiamata.
 
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Fandom: Persona 4
Coppia: Kanji/Naoto
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#20

Naoto non era sicura di sapere cosa volesse dire "amare".
Fin da piccola si era interrogata sul significato di quella parola, chiedendosi come fosse possibile voler passare sempre del tempo con la stessa persona e essere sicuri che lei è veramente colei che ci interessa. Aveva pensato che, in realtà, fossero gli altri a pretendere che fosse così, che quella sensazione fosse una finzione. Un sentimento del genere non poteva esistere.
Ma, quando Kanji le disse "Ti amo" per la prima volta, le parole "Anche io" scivolarono fuori dalle labbra di Naoto prima ancora che lei potesse elaborare una risposta.
 



#21

Kanji non era mai stato bravo con le parole.
Ogni volta che doveva esprimere i suoi sentimenti, si trovava sempre in grossa difficoltà, soprattutto quando si trattava di Naoto.
Non erano poche le volte in cui aveva tentato di dirle ciò che provava ma, nonostante oramai stessero insieme da tempo, non ci era ancora riuscito.
Sapeva che aspettare non aveva senso, ma la paura di rovinare l'equilibrato rapporto che si era costruito tra di loro prevaleva ogni volta.
Così, quando finalmente riuscì a dirle che l'amava e vide che Naoto lo ricambiava, Kanji si sentì l'uomo più felice del mondo.



#22

Naoto avrebbe mai immaginato che le sarebbe capitato di passare un'intera serata col telefono in mano, in attesa di un singolo messaggio.
Era una cosa che non aveva mai fatto neanche quando stava attendendo la conferma per un nuovo caso e, quindi, ciò la metteva abbastanza in soggezione.
Forse avrebbe dovuto metterlo via?
Sì, forse era meglio, decisamente meglio.
Non era assolutamente da lei quel comportamento.
Però, quando il cellulare nelle sue mani squillò con la suoneria che aveva riservato solo a Kanji, avvisandola dell'arrivo di un nuovo messaggio, la ragazza non aspetto neanche un secondo per sbloccarlo e leggerlo.



#23

Kanji lavorava all'uncinetto da anni e, in tutto quel tempo, non gli era mai capitato di preparare un oggetto del genere.
Non che fosse poi così difficile in realtà.
Era un semplice amigurumi, di quelli che anche i principianti avrebbero saputo realizzare se solo si fossero impegnati.
Ma ogni volta che pensava a chi voleva regalarlo...
Il ragazzo lasciò andare i suoi strumenti, nervoso.
Non poteva assolutamente continuare se le sue mani iniziavano a tremare ogni volta che pensava a Naoto.
Quando però immaginò l'espressione contenta che la ragazza gli avrebbe riservato davanti al regalo, Kanji riprese il suo lavoro.



#24

Naoto non aveva mai avuto un vero e proprio hobby nella sua vita.
Aveva sempre pensato che fosse una vera e propria perdita di tempo, un qualcosa che l'avrebbe solo distratta da ciò che realmente doveva fare: lavorare e cercare di farsi conoscere, per non disonorare minimamente il nome degli Shirogane.
Per questo, aveva passato le sue giornate immersa in rapporti e fascicoli, senza mai svagarsi.
Ma, quando la ragazza vide il modo in cui gli occhi di Kanji si illuminarono quando lui le propose di insegnarle a lavorare a maglia, Naoto pensò che forse poteva recuperare il tempo perso.
 
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Fandom: Bravely Default
Coppia: Tiz/Agnès
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#Kidnapped

Agnès era stata rapita.
Questa era l'unica cosa che occupava la mente di Tiz da quando il ragazzo aveva riaperto gli occhi, dopo due anni di sonno profondo.
Nonostante sapesse che la lei stesse bene (ci aveva anche parlato dopotutto) il ragazzo non riusciva minimamente a prendere la situazione con la sua solita calma, così come Edea gli aveva fatto notare più volte.
Ma cosa poteva farci?
Il pensiero che le succedesse qualcosa lo tormentava giorno e notte.
Per questo, Tiz avrebbe fatto di tutto per velocizzare il loro cammino, anche se questo avrebbe significato essere odiato dai suoi compagni.



#Map

Agnès guardava la mappa nelle sue mani, cercando di capire di fossero finiti.
Tutto era così confuso in quella cartina che per lei era praticamente impossibile capire quale fosse il sentiero da seguire.
Secondo quello che lei stava vedendo, alla sua destra dovevano esserci delle alte montagne, mentre davanti a lei doveva esserci un lago.
Ma loro si trovavano in una pianura in cui non c'era un filo d'acqua.
Esasperata, la ragazza stava per accartocciare quel pezzo di carta e gettarlo.
Ma, quando Tiz le girò la mappa di 90 gradi, ridacchiando, Agnès sentì le sue guance andare a fuoco.



#Ok

«Tutto ok?»
La voce con cui Tiz le aveva posto quella domanda era un sussurro, un qualcosa che solo lei poteva sentire.
Si trovavano sul pavimento dell’aeronave, l’una sopra l’altro.
Agnès annuì leggermente, tentando di nascondere il proprio viso che stava andando a fuoco da qualche secondo oramai, esattamente dal momento in cui lei era inciampata, cadendo su di lui.
«Scusami...»
«Non scusarti, sto bene.»
Agnès si rese conto solo in quel momento di quanto fossero vicini. Se avesse voluto avrebbe anche potuto baciarlo.
«Che state facendo?»
Ma, quando Edea parlò, la vestale si tirò immediatamente su, distogliendo lo sguardo.



#Protection

Tiz era da sempre stato un tipo pacifico.
Fino a quel momento non aveva mai preso una singola arma in mano, neanche se la sua stessa vita era quella in pericolo minacciata.
Da quando aveva incontrato Agnès però, un fortissimo sentimento di protezione aveva iniziato a farsi strada dentro di lui, trasmettendogli una sensazione che non aveva mai sentito prima.
Tiz voleva proteggerla, tenerla al sicuro da tutti coloro che avevano intenzione di ferirla, farle anche da scudo se necessario.
Per questo il ragazzo continuava a stare al suo fianco, pronto a sguainare il suo pugnale in caso di necessità.



#Quiet

Agnès sapeva che Tiz era un tipo silenzioso.
Da quando lo aveva incontrato, il ragazzo aveva parlato solo quando era necessario, lasciando che fossero gli altri a fare i discorsi più lunghi.
Ma, anche se a tanti non piaceva quella sua caratteristica, la ragazza l’adorava.
Stando insieme a Tiz, Agnès aveva capito che il suo essere silenzioso non andava minimamente a nascondere la sua gentilezza che, anzi, veniva accentuata e mostrata agli altri proprio grazie a quell’aspetto del suo carattere.
Per questo adorava stare con lui, così come le piaceva il silenzio con cui lui le mostrava il suo amore.



#Unknown

Quando Agnès aveva lasciato il tempio, si era ritrovata in un mondo completamente sconosciuto.
Fino a quel momento aveva passato quasi tutto il suo tempo all’interno del suo santuario, uscendo solo quando era strettamente necessario e allontanandosi comunque molto poco dal luogo in cui risiedeva.
Per questo non aveva potuto nascondere il terrore che l’aveva invasa non appena era salita su quella nave mercantile, abbandonando il suo continente.
Nessuno l’avrebbe aiutata.
Dopotutto chi si sarebbe messo contro il Ducato?
Così, quando Tiz le tese la mano, dicendo che sarebbe stato al suo fianco la ragazza non potè che sentirsi sollevata.



#Xtal
(Note:
An abbreviation of “crystal,” according to the OED.
Fonte: http://mentalfloss.com/article/70959/words-that-start-with-x)

Prima di partire per il loro viaggio, Tiz aveva già sentito parlare dei cristalli che risplendevano nei tempi di Luxendarc, permettendo così ai quattro elementi di mantenere un equilibrio perfetto.
Da quello che aveva appreso dalle chiacchiere che vi erano nel suo villaggio, i cristalli erano come creature divine capaci di risplendere di luce propria.
Molti studiosi li consideravano addirittura lo spettacolo più bello della natura.
Ma, dopo aver visto il modo in cui Agnès risplendeva durante la cerimonia, Tiz capì che avessero torto: in quel momento quella ragazza era più molto bella di qualsiasi cristallo che avesse di fronte.



#Zero

Se c’era una cosa che Agnès desiderava, era di poter finalmente riuscire ad avvicinarsi maggiormente a Tiz.
Ogni volta che ci provava infatti, la ragazza si ritrovava Airy tra i piedi, che le ricordava di doversi sbrigare per completare la missione.
Come se lei non lo sapesse.
Era a conoscenza del fatto che dovesse salvare il mondo e che non avesse tempo per quelle cose.
Ma, quando lui le si mise accanto, durante la battaglia finale, la ragazza afferrò la sua mano, facendo così in modo che la distanza tra di loro, anche se per poco, fosse uguale a zero.
 QUESTA STORIA PARTECIPA AL COW-T9 INDETTO DA LANDE DI FANDOM
PROMPT: Protectiveness, physically or verbally defending someone
NUMERO PAROLE: 4180

PERSONAGGI: Naoto Shirogane, Kanji Tatsumi, Tohru Adachi, Rise Kujikawa, Ryotaro Dojima, altri
COPPIE: NaotoxAdachi, NaotoxKanji
AVVERTIMENTI: Soulmate!AU dove non si vedono i colori prima di incontrare la propria anima gemella; UnderAge.


Era ormai passato un mese da quando il corpo di Chie Satonaka era stata ritrovato appeso al cancello del cimitero.
Da allora ci furono altre tre notti piovose ad Inaba e, in tutti e tre i casi, gli agenti di polizia che venivano comunque mandati ad ispezionare le strade non riuscivano mai a fermare l'assassino.
Seduta al tavolo della cucina, Naoto osservava uno dei sette fascicoli che aveva sul tavolo di fronte a lei, uno per ogni vittima che, in quell'arco di tempo, aumentava il numero di uccisioni avvenute.
Dopo Chie Satonaka, ad essere stata presa di mira fu la professoressa Kashiwagi, la coordinatrice di classe di Naoto.
Quello fu un segno allarmante per la polizia.
Kashiwagi non era infatti minimamente legata a Yamano o alle altre vittime: l'unica cosa che la collegava a Konishi, Amagi e Satonaka era il fatto che si trovassero nello stesso istituto.
Le due vittime successive a Kashiwagi erano state altre due ragazze della Yasogami High School: Ayane Matsunaga e Ai Ebihara, una coetanea e una senpai di Naoto. 
Con i loro omicidi, il loro presentimento era diventato completamente realtà.
Neanche queste due ragazze avevano infatti alcun legame con la prima vittima e, l'unica cosa che le collegava tra di loro e con l'omicidio di Kashiwagi, era che tutte e tre lavoravano o frequentavano la Yasogami High School, la stessa scuola anche delle altre vittime se non si considerava Yamano.
Possibile che l'assassino ci avesse preso così tanto gusto da uccidere qualunque ragazza le capitasse adesso sotto tiro?
«Cosa ci fai già sveglia?»
Quando la voce di Tohru le arrivò dalle sue spalle, Naoto si voltò, osservando quello che in quel periodo di tempo era diventato ufficialmente il suo fidanzato.
L'uomo era appoggiato allo stipite della porta della cucina e teneva le braccia incrociate, osservandola con curiosità.
Naoto sorrise.
«Sto provando ad esaminare il caso.» gli disse, alzando poi leggermente le spalle per arrivare all'altezza giusta per dare un bacio all'uomo quando lui si abbassò per venire incontro.
Tohru le mostrò la sua espressione preoccupata.
Gliela mostrava spesso in quel periodo in realtà.
«Sì, ma sono le cinque del mattino.– rispose, mentre portava una mano alla bocca per coprire lo sbadiglio che stava lasciando le sue labbra –E mi piacerebbe svegliarmi e trovare la mia ragazza accanto piuttosto che dover venire fino alla cucina per darti il buon giorno.»
Naoto abbassò lo sguardo.
Tohru aveva ragione.
Gli aveva promesso più volte che sarebbe stata a letto con lui e non avrebbe continuato a osservare quei fascicoli invano…
«Ehi ehi,– l’uomo le alzò il viso, posandole un bacio sulla fronte –non c’è bisogno di essere così tristi adesso. Non ti preoccupare, non è successo niente.»
Naoto annuì.
Da quando era morta Satonaka, la ragazza aveva quasi del tutto abbandonato le indagini sul caso e lasciava che fossero gli altri a portarle a termine, anche se, ogni tanto come quella mattina, sentiva il bisogno di tornare sul campo e di provare nuovamente a cercare l’assassino.
Era stato Tohru a consigliarle di riposarsi un po’.
E, anche se Naoto non era stata del tutto convinta all’inizio, aveva seguito il suo consiglio.
Ma alla fine era ovvio che lui sapesse cosa fosse meglio per lei, no?
Lui era la sua anima gemella.
Lui sapeva tutto di lei. Lei sapeva tutto di lui.
Almeno questo era ciò che lui le aveva ripetuto più volte in quel periodo e ciò in cui Naoto aveva riposto più fiducia.
Non riusciva neanche a ricordare come fosse la sua vita di appena un mese prima, senza l’uomo con lei.
E neanche voleva farlo.
«Vuoi un caffè?» le domandò l'uomo, avvicinandosi alla macchinetta.
«Sì, grazie.» rispose lei, chiudendo il fascicolo e riponendolo sopra agli altri.
Tanto sarebbe stato completamente inutile continuare ad esaminarlo.
Oramai, era come se l’assassino l’avesse in pugno e stesse solo giocando con lei.
Questo era il modo in cui la ragazza si sentiva ogni volta che leggeva uno di quei fascicoli o osservava le varie foto.
Quelli che fino ad un mese prima gli sarebbero sembrati indizi fondamentali per la riuscita del caso erano adesso, ai suoi occhi, solo degli inutili pezzi di carta.
E ogni giorno questa sensazione aumentava.
«Naoto.»
La ragazza alzò lo sguardo, puntandolo su Tohru.
«Sì?»
«Tra tre notti pioverà.»
Questa fu l'unica cosa che le disse.
Lui era colui che, tra i due, si era preso l'incarico di osservare il meteo ogni giorno e riferire all'altra quando l'assassino avrebbe potuto colpire.
Naoto sapeva che era una cosa senza senso.
Avrebbe potuto benissimo vedere quelle informazioni da sola, senza aver bisogno di qualcuno che le dicesse quando agire.
Ma così aveva deciso Tohru.
E lei faceva sempre quello che Tohru le diceva di fare.
«Sta volta lo prenderemo, ne sono sicura.» commentò la ragazza, incrociando le braccia sul tavolo e posando la testa su queste.
Sapeva che non era vero.
L’assassino le sarebbe di nuovo passato davanti agli occhi, come era successo già altre tre volte dopo la morte di Satonaka.
E quella sensazione terribile sarebbe aumentata, lasciandola completamente senza fiato.
«Non ne ho dubbi, Naoto.» le rispose Tohru, poggiando la tazza di caffè sul tavolo e abbassandosi a darle un bacio sulla nuca.
...Ma andava bene anche così.
Tohru era con lei.
E lui sarebbe riuscito a tirarle su il morale.
 
«Sei proprio sicura di volerlo fare, Shirogane?»
Naoto annuì.
«Sì, Dojima. Se io faccio da esca è possibile che riusciamo a catturarlo. È stata un’idea di Tohru.»
L'uomo la guardò, leggermente incredulo.
«Certo però che avresti potuto dirlo prima che eri una ragazza,– commentò  –è più di un mese che lavoriamo insieme.»
La detective sorrise debolmente a sua volta.
Anche quella di rivelare al mondo il suo vero sesso era stata un’idea di Tohru.
Da circa una settimana, infatti, la ragazza aveva gettato le bende che il suo fidanzato tanto odiava e aveva iniziato a vestirsi esattamente come lui preferiva.
In quel momento, infatti, stava indossando la gonna e la camicetta che avevano comprato insieme qualche giorno prima, quando erano usciti a fare compere.
«Il fatto che lei non lo abbia capito per un mese intero mi fa mettere in dubbio le sue capacità.»
L'uomo ridacchiò.
«E pensare che tu e Adachi siete anime gemelle… anche questa è stata una sorpresa.» disse poi.
Naoto annuì, continuando a sorridere.
Per un attimo, rimasero in silenzio a guardarsi l’un l’altra.
Era una cosa strana quella.
Da quello che la detective ricordava non c’erano mai stati così tanti momenti di silenzio tra loro due.
«Allora io vado Dojima.» Naoto si alzò, afferrando la sua borsa.
Poi, senza dire altro, si avviò verso l’uscita.
«Shirogane.»
Prima che potesse abbassare la maniglia, l’uomo la chiamò.
La ragazza si voltò.
«Sì, Dojima?»
«Sei sicura di stare bene?»
Quella domanda la colse completamente alla sprovvista.
Certo che stava bene. Perché non avrebbe dovuto?
«Di cosa sta parlando, Dojima?» domandò, mentre il sorriso di poco prima scompariva dalle sue labbra.
L'uomo la guardò e quando Naoto incrociò il suo sguardo sentì il suo cuore avere un sussulto.
Era lo stesso identico sguardo che Dojima le aveva mostrato un mese prima, dopo la morte di Amagi.
Quello sguardo di compassione che tanto le ricordava quello con cui la guardava sempre suo nonno...
«Sei diversa, Naoto.– disse, chiamandola per nome e facendola sussultare leggermente –Non sei venuta in centrale da almeno due settimane, quando prima non vedevi l'ora di tornare qua dopo essere andata a scuola. Poi compari nuovamente e sei vestita da ragazza, mentre prima non uscivi se non con qualcosa che doveva a tutti i costi coprire il tuo seno. Non mi chiami più nel bel mezzo della notte perché ti è venuta un'idea su chi possa essere il colpevole o su un modo in cui questo può avere agito. Dove è la Naoto Shirogane che ho conosciuto? Dove è la detective che è si è fatta quasi 10 km a corsa sotto l'acqua per salvare Satonaka?»
Naoto era rimasta ad ascoltare quel discorso, senza battere ciglio.
In fondo al suo cuore, sapeva che quell'uomo aveva ragione.
Sapeva che qualcosa in lei era cambiato, che c'erano tante cose che erano cambiare, che tutto il suo mondo si era completamente cambiato.
Ma Tohru era felice quando la trovava a casa una volta che era tornato dal lavoro.
Era felice quando lei non restava sveglia fino a tardi a pensare a chi potesse essere l'assassino.
Era felice quando lei non pensava troppo.
E a lei andava bene così.
«Arrivederci, Dojima.»
Quelle furono le uniche parole che la detective disse prima di uscire dalla stanza.
 
«Naoto, come va il caso?»
Quando Rise le aveva posto quella domanda le due si trovavano sul tetto della scuola, durante la pausa pranzo.
Era una domanda che la sua amica le faceva spesso in quel periodo.
Anche se Naoto non capiva perché le interessasse tanto.
«Non lo so.» rispose la detective, continuando a mangiare il suo panino.
La idol la guardò per un po’, come se continuasse ad aspettare che la ragazza continuasse a parlare.
Poi, sospirò.
«Naoto, sei sicura di stare bene?– le domandò, posando una mano sulla spalla dell’amica –Ti comporti in modo strano.»
La detective non disse niente, annuì semplicemente.
Era ovvio che stesse bene, Tohru era con lei.
Perché tutti le ripetevano la stessa domanda?
«Naoto, rispondimi.»
Naoto alzò lo sguardo.
«Ho risposto. Sto bene.» disse, guardando confusa l’altra.
Rise stava tremando.
«Naoto, ti prego, parliamone.– insistette lei, cercando chiaramente di mantenere la calma –Ti comporti come se qualcuno ti stesse controllando. Non parli più tanto come prima, non rimani più incantata ogni volta che il tuo cervello inizia a ragionare, non passi più le lezioni a guardare i fascicoli di nascosto sotto al banco! Mi spieghi cosa ti sta succedendo?!»
La detective la guardò, confusa.
Cosa c’era di strano nel suo comportamento?
Si stava solo comportando come sempre.
«Rise,– disse, mantenendo il suo tono di voce neutro –non urlare.»
Quando Naoto pronunciò quelle parole, la idol si trattenne chiaramente dallo scoppiare a piangere.
Rise era sempre stata così.
Si metteva a piangere anche se in realtà non c’era un vero e proprio motivo.
«Almeno avrai un piano, no?! Come agirai quando pioverà, tra due notti?!»
Naoto annuì.
«Farò da esca e lo cattureremo.»
Non sapeva neanche perché aveva parlato.
La Naoto Shirogane di un mese prima non avrebbe mai rivelato una tale informazione ad un civile.
«...E di chi è stata quest’idea?»
Rise non sembrava poi così convinta.
Naoto non capiva cosa avesse.
«Di Tohru.»
«Non voglio l’idea di Tohru, voglio la tua!»
Adesso la idol si era alzata in piedi e aveva urlato quelle parole, lasciando cadere il panino che, quasi finito, aveva poggiato sul suo grembo.
«Dove sono le tue idee, Naoto? Dove sono i tuoi piani geniali? Dove è la Naoto Shirogane che tutti noi conosciamo?!– la idol aveva adesso iniziato a urlare così forte che anche altre persone si erano voltate verso di loro –Dove è la Naoto che indossava abiti maschili e parlava con quella voce mascolina? Dove è la mia amica?!»
Naoto non poteva fare altro che guardare la idol urlare contro, mentre sentiva le spalle tremarle leggermente.
Rise aveva ragione.
Lei era cambiata in quel periodo.
«Rise,– la detective uso il tono neutro di poco prima –ti ho chiesto di non urlare.»
Le braccia, che la idol aveva tenuto alte fino a quel momento, ricaddero lungo il suo corpo, come se avessero perso completamente la forza di poter stare su. 
«Fa’ come ti pare.» disse poi, dirigendosi verso la porta e tornando all’interno dell’edificio scolastico.
Naoto la guardò allontanarsi, mentre sentiva l’impulso di allungare una mano e chiamarla, di trattenerla lì con lei.
Ma non lo fece.
Dopotutto, le andava bene così. 
 
«Ci sono io con te, Naoto. Non permetterò a nessuno di farti del male.» Naoto annuì quando Tohru le disse quelle parole.
Erano in macchina in quel momento, fuori stava piovendo e la ragazza stava indossando un semplice vestito che metteva in mostra le sue gambe e il seno prosperoso.
«Cosa devo fare?» chiese, voltandosi verso l'uomo alla sua destra.
Tohru le sorrise, accarezzandole la guancia.
«Devi solo camminare per un po' a giro. Ovviamente usa un ombrello, o ti prenderai un malanno, e io non voglio che tu ti ammali.– le spiegò lui, posandole poi un bacio sulla guancia –Io ti seguirò, starò a qualche metro da te, così in caso sarò sempre pronto per prendere l'assassino.»
La ragazza annuì, afferrando poi l'ombrello che l'uomo le tendeva.
Non aveva poi così tanta paura.
Aveva affrontato situazioni ben più critiche di quella.
Certo; fare da esca ad un pazzo stupratore omicida non era ciò che lei aveva sempre desiderato, ma allo stesso tempo la consapevolezza che Tohru e gli altri poliziotti la tenessero d'occhio rendeva la missione molto più facile e meno pericolosa.
In più lei era pur sempre una detective.
Non si sarebbe fatta mettere K.O. tanto facilmente.
Soprattutto perché altrimenti questo avrebbe potuto farla sfigurare di fronte agli occhi di Tohru.
«Ok, se sei pronta possiamo andare.»
Naoto annuì.
Poi, dopo aver posato un bacio sulle labbra dell'uomo, aprì la portiera della macchina.
La notte gelida di Inaba la salutò immediatamente e, quando una folata di vento la colse alla sprovvista, la ragazza portò automaticamente la mano alla sua testa, rendendosi conto solo dopo che non stava indossando il suo cappello.
In effetti, erano giorni che non lo portava.
Quel gesto che aveva appena compiuto aveva un che di irrazionale da quel punto di vista.
Stringendosi nel leggero cappotto (l'assassino doveva vedere che era vestita in modo succinto, dopotutto) la ragazza iniziò a camminare, stando attenta il più possibile a non farsi inzuppare dalla pioggia che continuava a infilarsi sotto il suo ombrello.
Inaba era completamente deserta.
La città, completamente avvolta nell’ombra e sommersa da quella pioggia così insistente, era particolarmente affascinante agli occhi della ragazza.
Quando aveva mosso ormai qualche passo, aveva sentito la portiera della macchina chiudersi dietro di lei.
Tohru doveva essere sceso.
Senza voltarsi, Naoto continuò a camminare per le strade di Inaba, evitando le grosse pozzanghere d'acqua che si erano formate al suolo.
Il vento freddo le passava attraverso i vestiti bagnati e la ragazza si strinse nelle spalle, per cercare riscaldarsi il più possibile.
Ombrello o no, si sarebbe sicuramente presa la febbre.
Ma quello non importava.
Dopo qualche minuto che stava camminando (forse un quarto d’ora? Venti minuti?) la detective aveva lasciato il quartiere commerciale di Inaba e stava adesso percorrendo il sentiero lungo il fiume.
Non era per niente facile camminare su quei tacchi, soprattutto su un terreno tanto scosceso.
La ragazza si guardò intorno, osservando con curiosità il fiume Samegawa, che si stava innalzando in modo quasi preoccupante al livello della strada.
Fu in quel momento che un rumore insolito attirò la sua attenzione.
Era come se qualcuno avesse pestato uno dei tanti legnetti che si trovavano in quell’area.
Come se il suo corpo si muovesse in automatico, la ragazza si mise in allerta, cercando di individuare il luogo da dove l'aveva sentito.
Passi.
Qualcuno la stava seguendo.
Che il piano stesse davvero funzionando...?
Incredula, Naoto iniziò a camminare più velocemente, così come Tohru le aveva detto di comportarsi se avesse sentito dei passi che non erano i suoi.
Doveva trovare un luogo riparato che le permettesse di tirare fuori la sua pistola, che era nascosta nella cintura del vestito che aveva legata in vita, e potesse così mirare bene all’assassino, senza che l'acqua entrasse nel suo campo visivo.
In realtà lei era completamente in grado di colpire i bersagli sotto la pioggia. 
Ricordava bene tutti gli allenamenti fatti con suo nonno, quando era più piccola.
Ma se Tohru aveva detto di fare in quel modo, chi era lei per ribattere?
Individuò uno dei tanti gazebo illuminati che popolavano le rive del fiume e lei iniziò a muoversi più velocemente.
Poteva sentire i passi dietro di lei aumentare di velocità.
Ma c’era qualcosa di strano.
Un brivido le corse lungo la schiena quando Naoto si rese conto che dovevano essere due persone.
Loro avevano sempre dato per scontato che l’assassino agisse da solo, non avevano mai preso in considerazione che potesse avere un complice.
Si stavano avvicinando.
E anche velocemente...!
Quando Naoto mise piede sotto al gazebo, si voltò, afferrando la pistola nascosta nella cintura con uno scatto che non pensava di essere in grado di fare.
Eppure era strano che lo pensasse.
Si era allenata più volte nel prendere di sorpresa i nemici... perché proprio ora non doveva funzionare?
L'ombrello le cadde dalle mani e la ragazza puntò la pistola dritta davanti a sé, mentre sentiva una forza che da tempo aveva perso impadronirsi nuovamente di lei.
Mise il dito sul grilletto.
Li aveva catturati...
«Aspett- Naoto non sparare!»
Quando quella voce così familiare le rispose, la detective rimase interdetta.
Ma lo fu ancora di più quando riconobbe una delle due figure che aveva adesso davanti a lei.
Rise teneva le mani in alto, mentre le sue gambe tremavano visibilmente, l'ombrello rosa che era caduto ai suoi piedi.
«Rise...?!»
«Sì... p-puoi mettere giù la pistola?» le chiese lei, continuando a tremare, gli occhi puntati sull'arma che la detective teneva tra le mani.
Naoto abbassò la pistola, continuando a guardare la sua amica che, sotto la pioggia, stava continuando a tremare dalla paura e dal freddo.
«Vedi, Rise? Te l’avevo detto che era in grado di difendersi.»
La detective sentì il suo cuore emettere un sussulto quando quella voce attirò la sua attenzione.
Lì, accanto a Rise, si trovava Kanji, l’amico della idol.
Il ragazzo teneva l'ombrello in avanti, coprendo la testa dell’amica, incurante dell'acqua che continuava a bagnarlo.
Per un attimo, a Naoto sfiorò l'idea assurda che lui fosse l'assassino e che avesse catturato Rise per usarla come ostaggio.
Poi, si rese conto da sola della stupidità di quell'ipotesi.
«Cosa ci fate qui voi due?»
La detective continuava a osservarli, passando da uno all'altro, senza comprendere il perché quei due l'avessero seguita, di notte, quando stava piovendo a quel modo.
Rise aveva le lacrime agli occhi.
«A-avevo paura che ti succedesse qualcosa, Naoto.– disse, provando, invano, a trattenere un piccolo singhiozzo che stava per scuoterle le spalle –Questa idea è una follia. Rischi di farti male! Q-quindi ho chiesto a Kanji se poteva accompagnarmi e aiutarti...»
Naoto osservò la sua amica che, con le spalle scosse dai singhiozzi, teneva lo sguardo puntato in basso.
Non riusciva a capire perché la ragazza fosse così in pensiero.
Con lei c'era Tohru, nessuno avrebbe potuto farle del male.
«Ok,– la voce dell'uomo arrivò dalle spalle di Rise e la ragazza sussultò visivamente –cosa sta succedendo qui...? Siete nel bel mezzo di un'operazione abbastanza pericolosa, ragazzini.»
Per un attimo, il tono di voce con cui Tohru pronunciò l'ultima parola, fece preoccupare la detective.
Era un tono fortemente infastidito, come se la loro presenza stesse rovinando tutto.
E Naoto non voleva che lui si sentisse così.
«Dovreste tornare a casa. Entrambi. State rovinando la missione.» disse automaticamente, cercando di rimediare a ciò che quei due avevano combinato.
Rise si voltò nuovamente verso Naoto, mostrandole uno sguardo completamente spaesato.
Kanji, invece, la stava guardando in un modo che era nuovo agli occhi della detective.
Era come se la sua espressione solitamente neutra e impassibile, avesse lasciato il posto ad uno sguardo preoccupato, quasi… dispiaciuto?
«Andiamo Rise, ti riaccompagno.»
Il ragazzo si voltò, afferrando il braccio della idol.
«No.»
Questa volta fu Tohru a parlare e Naoto si voltò verso di lui, confusa.
«Cosa c'è?– chiese Kanji, mantenendo il suo tono inespressivo –Dovevamo tornare a casa, no?»
Già, è quello che avrebbero dovuto fare.
Ma quelle parole non uscirono dalla bocca della detective.
Lei era lì, che continuava a guardare l'uomo che adesso aveva raggiunto il suo fianco, aspettando che quest'ultimo desse la sua decisione.
«Riaccompagno io Kujikawa.– disse, passandosi una mano dietro al collo –Non conviene portarla a casa. Se l'assassino ha visto che è uscita la starà aspettando. La porto in centrale.»
Nonostante le sembrasse strano, Naoto sentì il mondo crollarle addosso.
Prima ancora di potersi fermare, la ragazza afferrò il braccio del suo fidanzato, aggrappandosi a questo come se fosse la sua unica ancora di salvezza.
«Naoto...?»
«E io come faccio se non ci sei tu?»
Neanche lei sapeva cosa le stava succedendo.
Una fortissima ansia si era sprigionata da dentro di lei ed era come se adesso l'avesse presa per la gola e la stesse stringendo con una tale forza da farle mancare il respiro.
Solo di una cosa era certa.
Non poteva portare avanti quella missione da sola.
Non poteva fare niente se non aveva Tohru al suo fianco...!
Quando la mano dell'uomo si posò sulla sua testa, il tremore che aveva colto il suo corpo fino a quel momento cessò, seppure lentamente.
«Torno subito, devo solo portare Kujikawa al sicuro. Non è questo quello che vuoi?»
Quello che voleva...?
Naoto non aveva minimamente idea di cosa volesse in quel momento.
Ma se Tohru diceva che era così, allora andava bene.
Fu in quel momento che successe qualcosa di inaspettato.
Rise afferrò la detective per un braccio, tirandola verso di sé e separandola dall'uomo.
«Rise...?» Naoto guardò incredula l'amica che adesso le stava stringendo il braccio con una forza tale da farle quasi male.
«Qualsiasi cosa tu le stia facendo, vedi di piantarla.» disse, con voce ferma nonostante le lacrime che continuavano a scivolarle lungo le guance.
Chi stava facendo cosa a chi...?
«Scusami?»
La voce con cui Tohru aveva pronunciato quella parola era una che Naoto non aveva mai sentito prima.
La ragazza si voltò verso di lui, osservando come sul volto dell'uomo si fosse adesso formato un sorrisino che la detective aveva visto veramente poche volte sul suo volto, e come stesse guardando Rise con uno sguardo divertito.
«Hai sentito benissimo quello che ho detto.– continuò la idol, stringendo con più forza la sua amica –È diventata un robot da quando esce con te! Non ragiona più, è come parlare con una bambola!»
In tutto quello, Naoto non poteva far altro che guardare la sua amica che, singhiozzante, stava affrontando l’uomo a pochi centimetri da lei, per aiutarla.
Ma… lei aveva davvero bisogno di aiuto?
«Naoto non è una bambola.– disse Tohru, sottolineando con un tono dispregiativo l’ultima parola –E io non le sto facendo niente, è lei che si sta comportando così di sua spontanea volontà. Non è vero, Naoto?»
La detective deglutì.
Tohru aveva ragione, no?
Lei faceva sempre come lui le diceva.
Erano anime gemelle, era normale che lui sapesse quello che lei voleva.
E allora perché quel “sì” non riusciva ad uscirle dalla gola?
Era come se una piccola parte del suo cervello, che aveva smesso di funzionare fino a quel momento, avesse ripreso a ragionare e le stesse gridando che c’era qualcosa di sbagliato.
Ma cosa poteva esserci di sbagliato in quello?
«Non è vero, Naoto?»
Tohru aveva ripetuto la domanda e ora la ragazza poteva sentire il suo sguardo puntato su di lei.
Seppur quella parte di lei continuasse a gridare, Naoto la rinchiuse nuovamente in un angolino, così come faceva ogni volta che capiva che non serviva a nulla.
Poi, annuì.
«Naoto...»
La detective era sicura che non si sarebbe mai dimenticata lo sguardo che Rise le mostrò in quel momento.
Era come se tutte le sue ultime speranze fossero completamente crollate, come se tutto quello che si aspettava che la sua amica dicesse fosse scomparso nel nulla.
«Rise,– disse, con una voce che non immaginava fosse così roca –vai con Tohru. Ti porterà al sicuro.»
La idol rimase per un attimo aggrappata a quel braccio, come se questo fosse la sua ultima ancora di salvezza.
O come se lo fosse stato per Naoto.
La detective non riusciva a capirlo.
Poi, lentamente, si allontanò, non smettendo però di osservare la sua amica.
«Ecco, vedi Kujikawa? Avevo ragione.– disse Tohru, raccogliendole l’ombrello da terra e porgendoglielo –Tatsumi, posso chiederti di rimanere con Naoto?»
Solo allora la ragazza notò che Kanji fino a quel momento era stato in silenzio, un’espressione quasi dolorante sul volto.
Naoto vide anche che stava stringendo con così tanta forza i pugni da rischiare di farsi male.
Quando Tohru lo chiamò, però, si riscosse.
«Cosa…?»
«So che la proteggerai.– continuò l’uomo, sorridendo –Ne sono certo.»
Naoto non sapeva da dove quella convinzione fosse venuta fuori.
Il suo istinto da detective le diceva che quella sembrava più una minaccia che una richiesta, ma lei cacciò quella sensazione.
Non vedeva perché Tohru avrebbe dovuto minacciare a quel modo il ragazzo.
«Naoto.» l’uomo la chiamò.
«Sì?» rispose lei, immediatamente.
«Aspettami qui, ok?– le disse, indicando il tavolo da picnic sotto al gazebo –Non muoverti finché non torno.»
La ragazza annuì, mettendosi a sedere.
Kanji le lanciò un’altro sguardo che Naoto non potè che definire enigmatico, prima di sedersi anche lui all’altro lato del tavolo.
Tohru le sorrise e si abbassò, posandole un bacio sulla nuca.
«Torno subito, tesoro.» disse.
Poi, se ne andò, portando con sé Rise che lanciò un’ultimo sguardo alla sua amica, prima di seguire l’uomo.
QUESTA STORIA PARTECIPA AL COW-T9 INDETTO DA LANDE DI FANDOM
Prompt: Parità (M1)
Fandom: Bravely Default
Personaggi/Coppie: Ringabel/Edea, Agnès, Tiz, Airy
Parole: 2307

Alternis non riusciva a muoversi.
Era completamente inerme, il corpo disteso sul pavimento di legno della nave, la testa che gli faceva così male che il ragazzo aveva paura potesse scoppiargli da un momento all’altro.
Un fischio continuo e acuto gli aveva così tanto intasato le orecchie che il ragazzo non riusciva a captare le parole che il gruppo che era venuto a catturare stava gridando, a poca distanza da lui.
Poteva sentire solo la voce della Vestale del vento sopra le altre che, tremante, cercava di bloccare gli incantesimi che quell’orribile mostro stava mandando contro di loro, erigendo quanti più scudi possibile di fronte a lei e ai suoi due compagni.
Alternis tentò di alzarsi da quel pavimento e di mettere a fuoco la scena che aveva davanti.
Tiz Arrior, un pastore che si era offerto di combattere al fianco della sacerdotessa, aveva una profonda ferita sul braccio ma, nonostante questo, continuava ad attaccare il mostro di fronte a lui, cercando con tutte le sue forze di proteggere la ragazza alle sue spalle.
Alternis cercò di avvertirli di andarsene, ma nessun suono uscì dalle sue labbra quando queste si schiusero.
Sapeva che non avevano nessuna chance di vittoria.
Pensavano di essere al sicuro, di aver finalmente combattuto e sconfitto tutti i loro nemici.
Non erano pronti per un'altra battaglia.
Soprattutto non una del genere.
La vestale urlò qualcosa che Alternis non riuscì a capire, poiché quel suono indistinto provocò un aumento del fischio che lo stava torturando da quando quel mostro lo aveva messo K.O., poco prima.
Si voltò per quanto le sue ferite gli permettevano, assottigliando lo sguardo per poter intravedere qualcosa attraverso la visiera crepata della sua maschera.
E fu in quel momento che sentì il sangue gelarsi nelle sue vene.
Tiz Arrior era adesso infilzato all’albero maestro della nave da una delle stalagmiti di giacchio che il mostro era in grado di lanciare, il sangue che fuoriusciva a fiotti dalla ferita che si era aperta sul suo ventre.
Alternis non aveva mai assistito ad una cosa simile.
Aveva visto tante di quelle guerre in vita sua che mai avrebbe pensato che esistesse qualcosa di così cruento da riuscire ancora a scioccarlo.
E invece si stava sbagliando.
Fu in quel momento che un lampo di luce lo accecò, un altro degli incantesimi che quell’essere era in grado di lanciare.
Alternis chiuse gli occhi, ma niente gli impedì di sentire l'urlo terrificante e altissimo della Vestale seguito poi da un tonfo sordo.
Doveva averla uccisa.
E quello sarebbe stato anche il suo destino.
Il cavaliere nero sapeva di doversi alzare, di dover iniziare a correre e cercare di salvarsi da quella morte che era oramai diventata certa.
Ma non poteva.
Non quando lei era ancora lì.
«Agnès!»
Una voce disperata che conosceva fin troppo bene lo raggiunse. Quella era la prima parola di senso compiuto che era riuscito a sentire da quando si trovava su quel pavimento.
Alternis aprì nuovamente gli occhi, facendo del suo meglio per mettere a fuoco la scena di fronte a lui.
E fu in quel momento che la vide.
Edea Lee era in piedi, i piedi ben saldi a terra e la sua fedele katana stretta nella mano destra.
Nonostante fosse completamente surreale, visto le condizioni pietose in cui si trovavano la sua vista e la sua visiera, era come se il ragazzo riuscisse a vedere qualsiasi particolare del suo volto.
Gli occhi celesti, fermi, impassibili della ragazza, che lui non aveva mai visto vacillare, erano adesso carichi di lacrime che male si addicevano a quello sguardo così severo che Edea stava puntando dritto di fronte a sé, verso il suo nemico.
Le sue labbra rosse e sempre piegate in uno stupendo sorriso, capace di illuminare anche i suoi giorni più bui, erano adesso macchiate di sangue ed erano serrate, come se la ragazza stesse cercando con tutte le sue forze di non iniziare ad urlare e piangere.
Le guance, che lui aveva spesso sognato di poter raggiungere con la propria mano e di poter accarezzare dolcemente, erano adesso piene di tagli da cui uscivano grosse gocce di sangue che si mischiavano alle poche lacrime che la ragazza non era riuscita a trattenere.
Alternis tentò di dire il suo nome.
Cercò con tutte le sue forze di far uscire qualcosa dalle sue labbra.
Ma era come se la gola gli stesse andando completamente in fiamme, impedendogli di parlare e di emettere qualunque suono che non fosse un rantolio, appena udibile.
Edea doveva assolutamente scappare di lì.
Edea doveva salvarsi.
Edea era il vero motivo per cui lui era salito su quella benedetta nave, nonostante tutti gli avessero detto che oramai era troppo tardi per fermare il piano di quel mostro.
Vide la ragazza mettersi in posizione d'attacco, nonostante le gambe non la sorreggessero quasi più.
No, doveva fuggire!
«E-E...–»
Alternis tentò di fare forza sui polsi, cercando di alzarsi.
«...de...»
Edea scattò in avanti, mentre un urlo di battaglia usciva dalle sue labbra.
Un urlo così diverso dal solito.
Un urlo carico di dolore per la perdita dei suoi compagni.
Un urlo che il ragazzo desiderò di non aver mai udito.
Alternis allungò un braccio, mentre sentiva il suo stesso respiro farsi più pesante.
«...a.»
Successe in un attimo.
Un altro letale lampo fulminò la sua visione e il ragazzo dovette assottigliare lo sguardo.
Quando la luce scomparve dal suo campo visivo, Alternis aprì nuovamente gli occhi, mettendo a fuoco ciò che aveva di fronte a sé.
E fu come se il tempo si fosse congelato.
Edea aveva lasciato andare la sua katana e stava adesso cadendo all'indietro, gli occhi ancora aperti, spalancati.
Le lacrime che avevano iniziato a rigarle quelle bellissime e candide guance si erano ormai fermate.
Il celeste luminoso e puro delle sue iridi era adesso tetro, spento, come se la vita le avesse completamente abbandonate.
Alternis si ricordò di tornare a respirare solo quando il corpo della ragazza toccò terra, con un rumore sordo, attutito, come se tutto fosse solo un sogno;un qualcosa di irreale;un incubo da cui lui sarebbe presto potuto scappare.
Ma, nonostante lui continuasse a negarlo con tutto se stesso, ciò che aveva di fronte era la realtà.
Edea era morta.
Edea, l'unica ragazza a cui lui avesse mai pensato in tutta la sua vita, era morta.
Edea, l'unica persona che lui avesse mai amato, era morta.
Con una forza che neanche sapeva di possedere, Alternis riuscì a trascinarsi fino al corpo inerme della ragazza.
Era incredibile modo in cui riuscisse a essere sempre bella, perfetta, nonostante il calore che a lui piaceva tanto sentire non veniva più emanato dal suo corpo o nonostante l’enorme ferita che adesso stava facendo sanguinare il suo ventre.
Era bellissima.
E lui non era riuscito a preservare quella bellezza.
Non era riuscito a proteggerla.
Lui era stato un codardo.
E solo in quel momento, Alternis si rese conto di quanto tutto quello fosse terribilmente ingiusto.
Perché?
Perché lui si era salvato e lei no?
Perché lui era scappato da quel destino e lei aveva combattuto fino alla morte?
Perché lui si era arreso e lei aveva continuato ad avanzare?
Perché questo aveva portato alla morte di lei e non alla sua?!
La risata del mostro gli arrivò alle orecchie e lui si voltò, puntando il suo sguardo su quell'orribile mostro.
E, prima di perdere i sensi, Alternis capì quale sarebbe stata la sua prossima missione.
Avrebbe seguito quell’essere e l’avrebbe ucciso.
Non importava ciò che il Ducato di Eternia poteva ordinargli.
Lui avrebbe fatto di tutto pur di vendicare Edea.
Anche sacrificare se stesso se necessario.
Poi, la sua armatura colpì il pavimento, e lui cadde in un sonno profondo.
 
Ringabel non poteva far altro che osservare quel piccolo angolo di cielo celeste sopra di lui, l’unico ancora visibile oltre la spessa coltre di fumo che lo circondava.
Era bloccato contro il pavimento di legno di quella nave, l’esatta copia della stessa su cui era stato inerme molto tempo prima nel suo mondo di provenienza.
Fin da quando aveva messo piede sulla nuova Luxendarc, il ragazzo aveva avuto la sensazione di avere una missione da portare avanti, nonostante la memoria gli fosse stata completamente cancellata.
Doveva salvarli. 
Quella era stata la promessa che aveva fatto al se stesso di non sapeva quanto tempo prima. 
Dopotutto, come poteva sapere quanti giorni, mesi o anni fossero passati? 
Aveva viaggiato in così tante dimensioni che ora gli era praticamente impossibile misurare effettivamente il tempo trascorso.
Ma questo non importava.
Lui era lì, era riuscito a sopravvivere fino a quel momento solo per raggiungere quell'obbiettivo.
Quando Ringabel aveva ricordato chi fosse e qual era il suo scopo, aveva fatto di tutto per stare al fianco di colei che lui aveva da sempre desiderato proteggere più di qualsiasi altra cosa.
E quindi non poteva fallire.
Avrebbe fermato Airy.
Avrebbe strappato le ali a quella fata che era riuscita a prenderlo in giro anche una seconda volta, facendogli perdere la memoria e accogliendolo nel suo gruppo, come se non si fossero mai incontrati prima.
Avrebbe distrutto qualsiasi piano quel mostro gli avrebbe posto davanti.
E lo avrebbe fatto da solo se le cose si fossero messe male.
Per questo, poco prima, il ragazzo aveva portato gli altri ad una delle tante scialuppe di salvataggio, dando ordine a Tiz di portare le ragazze il più lontano possibile da lì. 
Se chiudeva gli occhi, poteva ancora vedere l’espressione che si era dipinta sul volto del suo amico quando aveva capito che lui non sarebbe andato con loro.
Aveva provato a insistere, a dirgli che sarebbe rimasto lì con lui e l’avrebbe aiutato.
Ma non era quella la cosa giusta da fare.
Agnès era stata ferita e anche Edea non se la stava passando affatto bene.
Aveva quasi perso tutte le sue forze nel combattimento di poco prima, mentre cercava di proteggere la sua amica.
«Ringabel, ma cosa stai dicendo?!»
Nonostante questo comunque, niente gli aveva impedito di urlargli quelle parole, mentre, con le lacrime agli occhi, cercava di mettersi nuovamente in piedi e scendere dalla scialuppa su cui il ragazzo l’aveva trasportata.
«Edea, tu, Tiz e Agnès dovete scappare. Ci ucciderà tutti se rimaniamo qui.»
Ricordava perfettamente di aver mantenuto la calma mentre pronunciava quelle parole.
Non sapeva neanche lui come ci era riuscito.
«Non possiamo restare a combattere anche noi?– aveva provato a farlo ragionare Agnès, i singhiozzi che già le stavano scuotendo le spalle –Sono stata io ad essermi fidata di Airy; è colpa mia se...»
«No Agnès, non è colpa tua.»
Quando quelle parole che aveva pronunciato poco prima gli tornarono in mente, anche Ringabel si meravigliò.
Lo aveva detto sul serio?
E pensare che in realtà,
quando Ringabel era arrivato in quel mondo, il suo unico obiettivo era quello di salvare la ragazza che tanto amava, senza minimamente curarsi delle altre due persone che la seguivano.
Tiz Arrior e Agnès Oblige erano solo dei semplici traditori; dei sovversivi che erano andati contro al volere del Ducato di Eternia.
Non aveva alcuna motivazione per salvarli.
Anzi, erano stati loro a mettere la sua Edea in pericolo.
Ringabel ricordava bene l'odio che aveva provato per quei due ragazzini che gli avevano portato via l'unica persona che lui aveva mai amato.
Ricordava bene cosa pensava su di loro.
Ricordava bene perché fosse salito su quella nave, quel giorno.
Non gli sarebbe importato di ucciderli se necessario.
Ma l'importante era riportare indietro quella ragazza.
Quindi lasciarli combattere contro Airy era una cosa perfetta, no?
Il piano era sempre stato quello dopotutto.
Il piano era che loro combattessero contro quel mostro, distraendolo mentre lui portava Edea in salvo.
Non importava se le loro vite fossero finite.
Loro non erano nessuno per lui, solo due pedine da utilizzare per il suo scopo ultimo.
Però...
Oramai non era più così.
Non dopo tutto quel tempo che aveva passato con loro.
Solo in quel momento si rese conto che la sua missione era cambiata.
Tiz, Agnès, Edea.
 Li avrebbe salvati tutti.
Anche a costo di perdere la sua ultima possibilità di vita.
E per questo adesso si trovava lì, il suo cuore che, piano piano, si avvicinava ai suoi ultimi battiti di vita.
Era riuscito a sconfiggere Airy.
Era riuscito a impedirle di scendere su quella nave e, anche se non era riuscito a ucciderla, l’aveva ferita in modo abbastanza grave da poterla bloccare al suolo, a pochi centimetri da lui.
Tanto non importava che fosse lui a mettere fine alla sua vita.
La nave aveva preso fuoco, le fiamme li stavano circondando e dovevano anche avergli bruciato parte dei vestiti, nonostante oramai lui non sentisse alcun tipo di dolore.
Presto sarebbero affondati, entrambi.
Airy sarebbe morta lì, con lui.
Era riuscito a compiere la sua missione.
Presto entrambi sarebbero scomparsi da quel mondo che non era il loro, mettendo fine a quell'assurda e terribile guerra.
Quando il fumo coprì anche il poco cielo che riusciva a vedere fino a quel momento, Ringabel chiuse gli occhi, cercando di pensare a come doveva stare la ragazza che tanto amava in quel momento.
Gli pareva quasi di vederla, esattamente come se la ricordava.
Gli occhi celesti, fermi e impassibili.
Il suo sguardo così severo con cui lei scrutava ogni nemico.
Le sue labbra rosse e sempre piegate in uno stupendo sorriso.
Le guance che lui aveva spesso sognato poter raggiungere con la propria mano e accarezzare dolcemente.
E, mentre una singola lacrima gli scivolava lungo la guancia, Ringabel pensò che finalmente erano alla pari.
Nell'altro mondo, lui si era salvato e lei no.
Nell'altro mondo, lui era scappato e lei aveva combattuto fino alla morte.
Nell'altro mondo, lui si era arreso e lei aveva continuato ad avanzare.
Adesso, in questo mondo, le cose si erano capovolte.
E questa era l'unica cosa che gli importava.
La sua missione si poteva considerare completa.
 QUESTA STORIA PARTECIPA AL COW-T9 INDETTO DA LANDE DI FANDOM
PROMPT: Scontro (M1)
NUMERO PAROLE: 10000
PERSONAGGI: Naoto Shirogane, Kanji Tatsumi, Tohru Adachi, Rise Kujikawa, Ryotaro Dojima, altri
COPPIE: NaotoxAdachi, NaotoxKanji
AVVERTIMENTI: Soulmate!AU dove non si vedono i colori prima di incontrare la propria anima gemella; UnderAge.



Silenzio.
Questa era l’unica cosa che c’era in quel momento.
Naoto si era completamente lasciata andare sul tavolo, le braccia incrociate sul legno e la testa poggiata su queste, diretta nella stessa direzione in cui Tohru se ne era andato qualche minuto prima.
Kanji continuava a guardarla, con un’espressione che lei non gli aveva mai visto prima in volto.
Che anche lui fosse preoccupato per la sua salute? Così come lo erano gli altri?
Ma lei stava benissimo.
Non aveva senso che avessero tutti così tanta ansia per lei.
Così come non aveva avuto minimamente senso la scenata che Rise aveva fatto poco prima.
Eppure… anche lei sentiva che qualcosa era cambiato.
La detective si era resa conto che ogni volta che Tohru le era accanto, lei non riusciva più a ragionare in maniera corretta.
Ma non era colpa dell’uomo.
Era lei che continuava ad aggrapparsi a lui, da quando Satonaka era morta.
Ma se questo era il caso… perché Rise si era accanita in quel modo?
Giusto, Rise. Forse avrebbe dovuto ringraziarla, prima; era venuta lì solo per lei, nonostante fosse molto pericoloso uscire quella sera. Invece la aveva solo ignorata…
Con la coda dell’occhio, la detective lanciò uno sguardo a Kanji.
Il ragazzo era seduto davanti a lei e si stava guardando intorno, esaminando con attenzione l’oscurità che li circondava. Beh, almeno lui poteva ringraziarlo.
«Grazie.» sussurrò, non appena quel pensiero attraversò la sua mente.
Kanji si riscosse, sussultando visivamente.
«D-di cosa?» le chiese, interdetto.
Naoto non si alzò.
Non si voltò nemmeno per guardarlo in volto.
Rimase lì, semi-distesa su quel tavolo, come un burattino a cui avevano tagliato i fili.
«Per aver accompagnato Rise e non averla mandata da sola.– disse, rannicchiandosi maggiormente quando una folata di vento le fece scorrere un brivido lungo la schiena –Se fosse stata da sola sarebbe stato un disastro. L’assassino l’avrebbe sicuramente presa di mira.»
Silenzio.
«Perché “sicuramente”?»
La ragazza si bloccò.
Cosa voleva dire…?
Non c’era un motivo per cui l’aveva detto.
«L’ho usato a caso.»
«Tu non fai mai niente a caso Naoto.»
Quando Kanji disse quelle parole con quella decisione, la ragazza sentì come un fortissimo calore sprigionarsi dal suo petto.
Aveva ragione.
Lei non faceva mai niente a caso.
Allora perché aveva risposto in quel modo…?
«Sai Naoto,– il ragazzo aveva continuato a parlare, le parole che erano un sussurro appena udibile nel fruscio della pioggia –mi vergogno un po’ a dirtelo, ma io ti ho osservato molto. Non fraintendermi, non sono un maniaco o qualcosa del genere; ma tu sei molto amica di Rise e quindi vi ho visto spesso insieme e, allo stesso tempo, lei mi ha parlato molto di te.»
La ragazza non si muoveva.
Continuava ad ascoltare le parole di quello che per lei era praticamente alla stregua di uno sconosciuto, ma che ora comunque stava riuscendo a darle una sicurezza che non sentiva da settimane.
«Tutte le volte che vi ho visto parlare, ho pensato che tu fossi davvero una tipa… tosta, ecco. Sicuramente non una ragazza che va in giro in minigonna e ascolta ciecamente ciò che qualcun altro le ordina di fare.»
Perché sentiva come se avesse ragione?
Perché non riusciva a ribattere?
«Solo che ultimamente sei cambiata; tanto. Non so come vanno le cose con Adachi e so che non sono fatti miei, ma mi sembra strano che tu ancora non abbia esposto una tua teoria su questo caso. Rise è molto preoccupata per te, l’altro giorno è anche venuta a parlarmi, ma non sono riuscito a capire molto visto che non faceva che piangere...»
L’altro giorno…
Che si riferisse a quando avevano litigato sul tetto?
Aspetta.
Avevano litigato? Perché se ne rendeva conto solo in quel momento? Fino ad allora non ci aveva neanche pensato…
«Sono convinto che hai le tue ragioni per comportarti così, solo vorrei vedere Rise sorridere nuovamente. E vedere anche il tuo di sorriso...»
Quando le ultime parole uscirono dalle labbra del ragazzo, Naoto sentì le sue guance arrossire leggermente.
Cosa vorrebbe dire che voleva vedere il suo di sorriso?!
E… perché lei si sentiva così felice per quelle parole?
«Questo sì che è un discorso da maniaco, però.» sussurrò la ragazza, trattenendo una risata.
Perché si sentiva così… tranquilla?
Tohru non era con lei.
Fino ad allora quando l’uomo la lasciava sola, sentiva sempre l’aria iniziare a mancarle...
«E-ehi!– esclamò Kanji e, dal modo in cui balbettava, Naoto capì che doveva essere arrossito –H-ho… ti ho detto all’inizio che non lo sono!»
La ragazza ridacchiò leggermente.
Perché si sentiva così bene quando sentiva la sua voce?
Non era strano?
Erano come due sconosciuti, non ci aveva mai parlato tanto fino ad allora.
Anzi, lo aveva sempre evitato.
Perché lo aveva fatto…? C’era un motivo particolare per cui si era comportata in quel modo?
«Scusami...»
Il ragazzo, che era nuovamente rimasto in silenzio fino a quel momento, sussultò quando la ragazza pronunciò quella parola.
«E-eh? Perché?»
Neanche Naoto sapeva perché lo stesse facendo.
Sentiva solo che non era giusto far finta di niente.
«Ti ho giudicato male.– disse, rimanendo sempre nella solita posizione, senza guardarlo –Ti  ho sempre evitato perché pensavo che fossi solo un teppista, soprattutto dopo averti visto discutere con Tohru. Invece sei una persona per bene. Mi dispiace, non avrei dovuto.»
Quelle parole erano scivolate fuori dalle sue labbra, come se fossero la cosa più normale da dire.
Naoto non ricordava che fosse così facile parlare con le persone.
Perché si era chiusa in quel modo per tutto quel tempo?
«F-Figurati, non è un problema.»
«Invece sì.– continuò lei, rannicchiandosi maggiormente –Mi sarebbe piaciuto diventare tua amica.»
...
Le guance le andarono a fuoco, quando si rese conto di ciò che aveva detto.
Ma cosa sta facendo?!
«B-beh...– le parole di Kanji erano un sussurro –Non è mica t-troppo tardi...»
Naoto sentì il suo cuore accelerare, mentre un sorriso si formava sulle sue labbra, dopo tanto tempo.
Perché?
Perché era così felice che quel ragazzo le stesse dando quella possibilità che lei stessa aveva distrutto per tutto quel tempo?
Perché continuava a sentire l’impulso di alzare lo sguardo e guardarlo negli occhi…?
«T-tornando al discorso di prima,– disse lui, cercando evidentemente di salvare la situazione in calcio d’angolo –c’è qualcosa che non ti convince in questo piano? Sembravi abbastanza seria quando hai detto che Rise sarebbe stata sicuramente presa di mira.»
Naoto deglutì, mentre il sorriso di poco prima svaniva lentamente.
«Tohru ha detto che questo piano era una buona idea.» disse, mentre la voce le si faceva più fievole.
«Mh… io ho chiesto a te. Non a lui.»
Lui voleva la sua opinione…?
«Io...– la ragazza fece un respiro profondo –io penso che sia strano che l’assassino cada in questa trappola tanto assurda, di conseguenza avrebbe rivolto la sua attenzione nei confronti di qualcun altro.– sussurrò, non muovendosi di un millimetro –E se avesse trovato Rise da sola, sarebbe stata la fine.»
E’ vero. Aveva pensato che quel piano era stupido fin dall’inizio.
Perché non lo aveva detto prima allora?
«E perché? A me sembra un buon piano invece.» commentò il ragazzo, incredulo.
Per la prima volta da quando erano lì, la ragazza si tirò su, incrociando il suo sguardo.
«Oh andiamo. Davvero pensi che vestirmi in questo modo– disse, indicando il vestitino attillato che stava indossando –e mettermi come un cartello a led in testa con su scritto “sono una preda facile” possa far cadere in trappola quell’uomo? Non penso che abbia così poco QI se è riuscito a uccidere ben sette persone sotto il nostro naso.»
Fu solo quando Naoto finì di parlare che si rese conto che Kanji non le stava mostrando più quell’espressione neutra che gli aveva sempre visto sul suo volto.
Adesso teneva il gomito sul tavolo e aveva poggiato il mento sulla mano.
E stava sorridendo.
Kanji Tatsumi le stava sorridendo.
La ragazza sentì le guance iniziare ad arrossire, senza capirne realmente la ragione.
«P-Perché mi guardi in quel modo?» domandò, distogliendo lo sguardo.
«Perché questa è la vera Naoto Shirogane. Non quella che si fa mettere i piedi in testa da qualcuno.»
Naoto non sapeva davvero come rispondere di fronte a quel commento.
Come faceva quel ragazzo a conoscerla così bene?
Possibile che l’avesse osservata davvero di nascosto per tutto quel tempo?
La ragazza sentì il suo cuore iniziare a battere con più forza nel suo petto.
Perché?
Perché provava sempre quella strana sensazione quando lo aveva intorno…?
«Questo comunque non ci aiuta.– disse, cercando di cambiare discorso –Anzi, ci complica le cose. Non riusciremo minimamente a capire chi è l’assassino stanotte e lui adesso è lì fuori, chissà dove, a cercare una persona da uccidere.»
Questa volta, Kanji non ebbe niente da ribattere.
Annuì solamente, distogliendo lo sguardo dalla ragazza e iniziando a guardarsi intorno.
Naoto lo aveva notato solo in quel momento, ma il ragazzo doveva averlo fatto spesso in quella mezzora che avevano passato a sedere a quel tavolo.
Nonostante le probabilità che l’assassino li colpisse erano molto basse, infatti, conveniva sempre stare all’erta.
«Non preoccuparti.– gli disse lei, iniziando a battere le dita sul tavolo –Abbiamo un poliziotto di guardia che ci sta osservando. Spara a vista se ce n’è bisogno.»
Kanji si voltò verso di lei, mostrandole uno sguardo leggermente sorpreso.
«Avete sparso poliziotti per tutta la città?»
«Aha.» rispose lei, continuando a tamburellare con le dita.
«E lo avete fatto anche le altre volte?» domandò ancora lui.
«Sì, certo.– rispose Naoto, sorridendogli debolmente –Ogni singola notte di pioggia da quando Satonaka è morta per un mio stupido errore; ma nonostante questo l’assassino ce l’ha sempre fatta sotto il naso. Capisci perché penso che sia impossibile che cada in questa pagliacciata?»
Da quanto è che non parlava così tanto?
La gola iniziava a farle quasi male.
Fu solo in quel momento che Naoto si rese conto che, da quando Satonaka era morta, aveva praticamente smesso di parlare.
Le parole erano come se le si fossero bloccate in gola fino a quel momento, nonostante Tohru avesse provato più volte a portare avanti delle conversazioni con lei.
Alla fine era evidentemente arrivata ad un punto tale da non volere neanche più pensare e si era affidata completamente al suo fidanzato.
Ma allora perché…?
Perché quel ragazzo era in grado di tirarle fuori tutte quelle parole che fino a poche ore prima le rimanevano bloccate in fondo alla gola?
«Certo però che deve avere un’auto davvero comune.»
Quando Kanji parlò, Naoto si riscosse dai suoi pensieri (oddio, quanto tempo era passato dall’ultima volte che le era successo?) e si voltò nuovamente verso di lui.
Non sapeva perché, ma quell’affermazione aveva come acceso una lampadina all’interno del suo cervello.
«Cosa?» domandò, mentre sentiva quel suo sesto senso che lei aveva segregato per settimane iniziare a tornare a scorrere in lei.
Il ragazzo arrossì, distogliendo lo sguardo.
«S-stavo solo pensando ad alta voce.» balbettò, a disagio.
«Kanji.– il ragazzo avvampò quando lei lo chiamò per nome –Ho bisogno che tu mi ripeta cosa hai appena detto.»
Lui si voltò a guardarla.
«Ho solo detto che deve avere una macchina molto comune.– ripetè, ancora rosso in viso –Cioè, è strano che con tutti i poliziotti che ci sono a giro la sua auto passi così inosserv-»
Il ragazzo sussultò quando Naoto si alzò in piedi e sbatté con forza le mani sul tavolo.
Gli ingranaggi nel suo cervello, che erano stati fermi fino a quel momento, ricominciarono a funzionare.
Come poteva essere stata così idiota?!
Aveva avuto la risposta davanti agli occhi fino a quel momento! 
Una persona che avrebbe potuto usare un mezzo senza essere ritenuta sospetta.
Una una persona di cui delle donne e ragazze si sarebbero potute fidare, nonostante i casi di omicidio che continuavano ad aumentare ogni volta che pioveva.
E persona che avrebbe potuto conoscere i piani della polizia.
Dannazione.
Il nemico era stato tra di loro per tutto quel tempo.
«E-ehm… N-Naoto?»
Naoto afferrò il cellulare, ignorando il ragazzo che adesso la guardava con occhi spaesati, pronta a chiamare Dojima, ma si fermò.
Cosa la rassicurava che non fosse proprio lui l'assassino? Cosa poteva garantirle che una volta chiamato l'uomo, lui non le avrebbe tagliato la gola?
Non poteva condividere con nessuno questa teoria.
Non era consigliabile neanche chiamare Tohru. Se il suo telefono fosse stato in qualche modo hackerato avrebbero potuto ascoltare la conversazione.
Doveva escogitare un piano...
«Naoto stai bene…?»
Gli occhi della ragazza si posarono immediatamente sul ragazzo di fronte a lei.
Fu in quel momento che il sangue le si gelò completamente nelle vene.
Rise.
Rise era stata portata in centrale da Tohru.
Lui l’avrebbe sicuramente lasciata lì, da sola, pensando che lei fosse al sicuro.
Ma se l’assassino poteva essere qualunque poliziotto...
«Kanji.– disse, tornando a sedere al suo posto e avvicinandosi a lui –Ora ascoltami, ho bisogno che tu faccia una cosa per me.»
Kanji la guardò interdetto, come se non comprendesse a pieno ciò che la ragazza gli stesse dicendo.
Ma Naoto non aveva tempo per pensarci.
Doveva muoversi in fretta e, forse, questa volta avrebbe catturato l’assassino e salvato Rise.
No. L’avrebbe catturato di sicuro.
Quanto era vero che il suo nome era Naoto Shirogane.
 
«Quindi… cosa è che dobbiamo fare?»
Naoto si passò una mano sul volto, esasperata.
Non sapeva quante volte aveva spiegato il piano.
Sicuramente troppe per contarle.
La ragazza indicò la mappa che aveva steso sul tavolo. Gliel’aveva data Tohru quando erano usciti di casa quella sera, per far sì che lei potesse osservare i luoghi coperti dalla polizia e non andare in luoghi troppo pericolosi.
«Come ti ho già detto,– iniziò la detective, indicando una delle x disegnate sulla mappa –Questi sono i punti in cui sono nascosti i poliziotti. Noi dobbiamo riuscire a raggiungere il telefono pubblico più vicino, quello all’entrata del distretto commerciale, e da lì dobbiamo avvertire Tohru.»
Kanji si grattò la testa, confuso.
«So che forse lo hai già detto, ma perché non usiamo un cellulare?»
«Perché il mio potrebbe essere controllato dalla polizia e il tuo da quel che mi hai detto è scarico.»
«Sì, ma non potremmo chiedere al poliziotto che ci sta sorvegliando?»
«Il nostro obiettivo è proprio quello di non farci trovare da nessun poliziotto.»
Il ragazzo non sembrava molto convinto.
«Ok, ma noi dove è che siamo?»
Naoto avrebbe voluto sbattere la testa contro il tavolo.
«Ascolta.– disse, maledicendo se stessa per aver tentato di spiegargli tutto fino a quel momento –Non abbiamo tempo per queste cose. Tu seguimi e basta, ok?»
Kanji sembrava avere anche altre domande da farle ma, dopo aver visto lo sguardo con cui la detective lo stava osservando, decise di tacere.
Naoto dette un’ultima occhiata alla mappa, per poi ripiegarla e nasconderla nuovamente nella cintura del vestito.
Poi, salì sul tavolo di legno.
Kanji avvampò, quando lei si sedette esattamente davanti a lui.
«C-che stai facend-»
«Su, attaccami.» disse lei, come se fosse la cosa più normale del mondo.
Il ragazzo cercò un punto in cui guardare senza che sentisse ogni centimetro del suo corpo impazzire completamente e, non trovandolo, distolse lo sguardo.
«N-non capisco c-cosa tu stia facendo.»
Naoto non ne poteva più.
Ma almeno l’aveva ascoltata?
«Kanji,– spiegò, cercando di mantenere la voce calma –abbiamo un poliziotto vicino a noi al momento. Non sappiamo se è lui l’assassino e, allo stesso tempo, non possiamo lasciarlo parlare con i suoi colleghi. Di conseguenza non possiamo andarcene come se niente fosse. Dobbiamo metterlo k.o.»
Il ragazzo annuì.
Bene, la stava ascoltando.
«E-e quindi…?»
«Quindi ora faremo finta che tu voglia farmi del male e lui sarà costretto a intervenire.– continuò la ragazza, tenendo la voce bassa –La mia pistola nascosta nella cintura, afferrala e puntamela alla testa. Non preoccuparti, ho la sicura attivata. Poi urla al poliziotto di mettere giù la pistola e qualsiasi ricevitore abbia e di avvicinarsi lentamente per essere perquisito e essere sicuri non abbia qualcosa con lui e manda me a controllare.»
Kanji stette in silenzio, le guance in fiamme.
«Kanji, dobbiamo salvare Rise.– Naoto non sapeva più come fare a convincerlo –Per favore, iniziamo questa recit-»
Non riuscì neanche a finire la frase che un gridolino uscì dalle sue labbra quando il ragazzo la afferrò per le spalle e la fece sdraiare di colpo sul tavolo, dominandola.
Certo che avrebbe potuto avvertire.
Però, quando la ragazza sentì il poliziotto avvicinarsi, capì che quell’urlo che aveva appena lanciato era stato la mossa migliore che poteva fare per attirare la sua attenzione.
«Mani in alto!» urlò l’uomo, puntando la pistola.
Naoto rimase quasi stupita dalla forza e dalla velocità con cui Kanji la tirò su, le mise un braccio intorno alla gola e afferrò la sua pistola, puntandola alla sua testa.
Era bravo.
E forte.
Tanto forte.
«Metta giù la pistola o la ammazzo.»
La voce con cui aveva detto quelle parole era davvero terrificante.
Naoto portò le sue mani al braccio che la teneva bloccata al petto del ragazzo, per far finta di stare cercando di liberarsi e non riuscirci.
Non che dovesse fingere più di tanto.
Le sarebbe stato sicuramente impossibile liberarsi davvero da una stretta del genere.
L’uomo guardò verso di lei, come se aspettasse un suo ordine.
«F-fa come dice.» disse la ragazza, utilizzando la voce più spaventata che riuscisse.
Il poliziotto iniziò ad abbassarsi.
«Lentamente.» aggiunse Kanji, la stessa voce di prima.
Cavolo se era bravo.
Naoto poteva sentire il battito del suo cuore aumentare, mentre il ragazzo la stringeva di più contro il suo petto.
Si vergognava ad ammetterlo, ma sentire tutti quei muscoli a contatto con la sua schiena non era una sensazione per niente sgradevole. Anzi.
Senza contare quel braccio così forte che la stava tenendo-
«Metta giù anche il cellulare e la ricetrasmittente. Se chiama qualcuno uccido entrambi.»
Giusto, il piano.
Doveva pensare al piano.
L’uomo fece come richiesto, tremando leggermente.
«Ora si avvicini. Mani dietro la testa.» ordinò il ragazzo, con una voce ancora più minacciosa di prima.
Evidentemente ci stava prendendo gusto.
Quando l’uomo fu sotto il gazebo, Kanji lasciò andare Naoto, spingendola verso di lui.
La ragazza si voltò verso il “rapitore”.
«Perquisiscilo.– disse, puntandole la pistola contro e, nonostante la ragazza sapesse che fosse tutta una recita, non poté trattenere un brivido quando notò lo sguardo serio con cui la stava guardando –Un solo giochetto che non mi piace e ti faccio saltare la testa.»
La detective annuì, avvicinandosi al suo collega.
L’uomo era rimasto fermo, le mani sempre bloccate dietro la testa.
«Mi dispiace, Shirogane.– disse, abbassando lo sguardo –Non pensavo che potesse essere lui l’assassino.»
Naoto si sentì quasi in colpa di fronte a quel tono.
Il poliziotto doveva essere davvero spaventato e preoccupato per lei…
Ma non poteva farci niente.
Era per una buona causa.
«Dispiace anche a me.» rispose, mentre iniziava a “perquisirlo”.
«Sta tranquilla.– sussurrò lui, quando lei si avvicinò di più –Stanno arrivando i rinforzi.»
Cazzo.
Senza neanche ragionare più, Naoto colpì con forza il poliziotto dietro al collo.
L’uomo cadde in avanti e la ragazza lo afferrò, facendolo poi sedere sulla panchina del tavolo da picnic.
«Beh sono stato bravo, no?» 
La ragazza si voltò verso Kanji, riprendendo la sua pistola e afferrando il ragazzo per la mano.
«C-cosa?»
«Dobbiamo correre, ha chiamato gli altri prima di consegnare tutto quanto.– disse la ragazza, uscendo da sotto il gazebo e iniziando a correre sotto la pioggia, trascinando il ragazzo –Seguimi e non fiatare!»
Poi, i due scomparvero nel buio del sentiero, pochi secondi prima che le volanti della polizia si fermassero lì vicino.
 
Naoto non aveva idea di come fossero riusciti ad arrivare fino a lì.
La fortuna doveva necessariamente girare dalla loro parte.
La ragazza afferrò la cornetta del telefono pubblico, componendo velocemente il numero di Tohru.
«Naoto, fa veloce.»
Kanji era dietro di lei e continuava a guardarsi intorno, per individuare l’arrivo di qualsiasi poliziotto che avrebbe potuto trovarli.
Certo che avrebbe fatto alla svelta.
Non erano proprio nelle condizioni di perdere tempo visto che ora tutti credevano che Kanji fosse l’assassino e lei la prossima vittima. Se fossero stati catturati avrebbe dovuto spiegare tutto quanto, rischiando così di mettere davvero in pericolo Rise…
La ragazza ascoltò gli squilli del telefono.
Poteva sentire il suo intero corpo tremare dal freddo e Naoto dovette stringere la cornetta con due mani pur di non farla scivolare.
“Rispondi, rispondi, rispo-”
«Pronto?»
Quando la voce di Tohru arrivò dall’altro lato del telefono, la ragazza fece un sospiro di sollievo.
«Tohru!– esclamò, stringendo con più forza la cornetta –Ascoltami, ho capito una cosa importante.»
Per un attimo, l’uomo non rispose, come se non l’avesse riconosciuta.
«Naoto?– domandò poi, con un tono di voce che lei non aveva mai sentito prima –Perché stai chiamando da un telefono pubblico? Non ti avevo detto di aspettare sotto il gazebo?»
Per un attimo, la ragazza sentì un senso di colpa invaderla.
Aveva ragione.
Le aveva detto di aspettare sotto il gazebo.
Perché lei si era mossa da lì-
Kanji le posò una mano sulla spalla, facendola sussultare.
«Dobbiamo fare veloce.»
Giusto. Non aveva tempo da perdere.
«Tohru ascolta, non è il momento di parlare di questo adesso.– Naoto aveva riacquistato la fiducia che pochi secondi prima aveva perso –Ci sono arrivata. L’assassino è tra di noi, Tohru. È tra i poliziotti.»
L’uomo non rispose nuovamente.
Era come se stesse cercando di valutare la situazione.
«Lo so anche io Naoto.– disse poi, tornando a utilizzare il suo solito tono di sempre –Per questo avevo ideato questo piano stasera.»
Lo aveva capito…?
E allora perché non gliel’aveva detto…?
«Dov’è Rise?» chiese la ragazza, stringendo con più forza la cornetta.
C’era qualcosa che non le tornava.
«L’ho nascosta in un luogo sicuro, dove l’assassino non può trovarla.– disse l’uomo, con tranquillità –Non l’ho portata in centrale se è questo che ti preoccupava. Ora, per favore, torna al ga-»
«Dimmi dov’è.»
Qualcosa non andava.
Nonostante sapesse che Tohru aveva ragione e doveva tornare al gazebo, la ragazza non riusciva più a reprimere la vocina nella sua testa che le urlava di andare dalla sua amica.
L’uomo non rispose.
Per un attimo, Naoto ebbe quasi paura che avesse riagganciato.
«Va bene, va bene.– disse poi, ridacchiando –Se ci tieni tanto ad andare da lei vai, magari riesci a tranquillizzarla visto era abbastanza spaventata di restare lì da sola. È nel capanno in cima alla collina; quella dalla quale si vedono i fuochi d’artificio, presente?»
Sì.
Naoto sapeva qual era.
«Grazie Tohru.– disse –Ci vediamo più tardi.»
«A più tardi Naoto.»
L’uomo riattaccò.
«Allora? Dov’è Rise?»
Kanji le pose quella domanda non appena la ragazza mise la cornetta al suo posto.
«Fortunatamente non è in centrale. È nel capanno sulla collina.»
Nonostante avesse detto “fortunatamente”, Naoto non era poi così sicura che fosse il termine esatto da usare.
Qualcosa continuava a dirle che Rise era in pericolo.
In grave pericolo.
E che se voleva aiutarla avrebbe dovuto sbrigarsi.
«Ok ma,– la ragazza sentì un brivido correrle lungo la schiena quando Kanji stava per porle l’ennesima domanda quella sera –come ci arriviamo?»
Cavolo.
Aveva ragione.
Ci avrebbero messo almeno tre ore ad andare a piedi e, sotto quella pioggia, non era poi così consigliabile.
«Hai una moto, Kanji?» domandò lei, speranzosa.
Quale razza di teppista non avrebbe una moto dopotutto?
Il ragazzo arrossì leggermente.
«Sono troppo piccolo per averla.– rispose, grattandosi la testa –Ho solo quindici anni.»
Era più piccolo di lei?!
«Questo può essere un problema.– commentò la ragazza, passandosi una mano tra i capelli bagnati –Neanche io la ho, nonostante abbia sedici anni. L’unica cosa che so guidare è una bicicletta.»
Gli occhi di Kanji si illuminarono.
«Quella la ho.»
 
Non poteva stare succedendo davvero.
Naoto si trovava attaccata alla schiena di Kanji, che, pedalando ad una velocità quasi inumana, stava risalendo velocemente la collina.
«N-Non puoi andare un po’ più piano?!» gli chiese, stringendolo con più forza.
Era quasi impossibile tenere l’equilibrio in quelle condizioni.
Oltre alla pendenza estrema della collina si aggiungeva anche la pioggia che li aveva completamente inzuppati e rendeva ogni appiglio che Naoto trovava terribilmente scivoloso.
«Se vado più piano cadiamo di sicuro.– le rispose il ragazzo, lasciando il manubrio con una mano e afferrandole il braccio e spingendolo di più contro il suo petto –Stringi di più.»
Come se fosse facile.
La detective si aggrappò con più forza a Kanji che, senza battere ciglio, continuava a pedalare verso la cima della collina.
Quando il ragazzo aveva proposto di usare la sua bicicletta, Naoto aveva davvero creduto che fosse completamente impazzito.
Ora invece, mentre stavano raggiungendo la cima ad una velocità che neanche nei suoi sogni si sarebbe immaginata, pensava che fosse pazzo fin dall’inizio.
Una folata di vento la prese in pieno e la ragazza si rannicchiò maggiormente contro la schiena di lui, attratta dal calore che Kanji emanava nonostante i vestiti fradici.
Si sarebbero sicuramente ammalati entrambi, con tutta l’acqua che avevano preso quella sera.
Ma alla detective quello non importava.
L’unica cosa che le interessava al momento era trovare Rise e tenerla al sicuro.
Sperava con tutta se stessa che l’assassino non l’avesse trovata fino a quel momento, che non avesse in realtà idea di dove potesse trovarsi.
In lontananza, poteva sentire le sirene della polizia che continuavano a suonare.
La stavano cercando per tutta Inaba.
Forse, questo avrebbe reso le cose più difficili anche all’uomo.
Quando arrivò nello spiazzo poco sotto la cima, Kanji si fermò, accostando con la bicicletta alla ringhiera di legno.
Naoto scese immediatamente dalla bici, voltandosi verso il ragazzo.
«Non posso andare oltre con la bici, lì il terreno è troppo fangoso. Tu va da Rise, Naoto.– le disse, sorridendole leggermente –Io nascondo questa e controllo che nessuno sbirro ci abbia seguiti. Se succede qualcosa, urla.»
La ragazza annuì.
«Kanji, ti ringrazio.»
«Hm?»
«Nessuno ha mai fatto tanto per una mia teoria.– spiegò lei, le guance che le si tingevano di rosso –Fino ad ora nessuno le ha quasi mai prese sul serio, soprattutto dopo che scoprivano che ero una ragazza.»
Kanji le sorrise, posandole una mano sulla testa.
«Io mi fido di te, Naoto.– rispose, accarezzandole i capelli –Sono sicuro che troverai l’assassino. Adesso va.»
La ragazza sorrise, mentre sentiva un forte calore sprigionarsi dal suo petto.
Non sapeva perché si sentiva così.
Era completamente irrazionale che provasse quelle sensazioni in quel momento.
Nonostante avesse passato più di un mese con la sua anima gemella, non si era mai sentita così capita e apprezzata come invece si era sentita quella sera.
Certo, non sempre Kanji capiva le istruzioni alla prima volta che gli venivano spiegate (anzi, quasi mai), ma non per questo lei non aveva notato come lui l’ascoltasse e cercasse di capirla.
Si era sentita bene.
Libera, dopo tanto tempo.
E sperava che si sarebbe sentita così anche in futuro.
Dopo aver lanciato un ultimo sguardo al ragazzo, Naoto iniziò a correre verso il capanno, ben visibile dalla posizione in cui si trovava.
Il terreno era completamente fangoso e i tacchi che stava indossando non la stavano minimamente agevolando nella sua impresa.
Forse, Tohru non aveva sbagliato completamente a portare Rise in quel luogo.
L’assassino avrebbe dovuto essersi proprio accanito con lei per decidere di arrivare fino a lassù.
Eppure, c’era quel brutto presentimento che continuava a torturarla.
Dopo qualche minuto, Naoto era riuscita finalmente ad arrivare di fronte al capanno.
Riprese fiato, aprendo lentamente la porta e entrando all’interno.
«Rise?»
Nessuna risposta.
La ragazza chiuse la porta alle sue spalle, iniziando a camminare nel buio.
Gli unici rumore che riusciva a sentire erano i suoi passi, il suo respiro e il battito del suo cuore, che andava sempre più veloce, mano mano che continuava a camminare.
«Rise?» chiamò nuovamente, cercando di vedere qualcosa nel buio.
Era strano che la sua amica non le rispondesse.
Naoto non sapeva quante stanze ci fossero in quel capanno, ma non sembrava così grande da poterne contenere poi chissà quante.
Una luce.
Doveva trovare una luce.
La detective iniziò a tastare il muro, cercando quello che poteva essere un interruttore.
L’ansia stava prendendo quasi il sopravvento.
Perché Rise non le rispondeva?
Che se ne fosse andata?
Che avesse lasciato quel posto?
Oppure… l’assassino era lì con lei?
I movimenti di Naoto si bloccarono, quando quel pensiero le sfiorò la mente.
La ragazza drizzò le orecchie, pronta a captare qualunque suono potesse indicarle che c’era qualcuno.
E fu in quel momento che sentì un singhiozzo strozzato provenire da dietro di lei.
«Rise?!»
La ragazza si voltò, cercando di individuare la sua amica nel buio.
«Rise dimmi dove sei.»
«N-N...N-Na...»
La detective riprese a tastare il muro, in cerca di un benedetto interruttore.
Stava faticando a parlare.
Ma poteva sentirla, lei era lì.
La sua mano finalmente trovò quello che stava cercando e Naoto accese la luce, voltandosi poi di scatto.
Il sangue le si gelò nelle vene.
Rise era lì, a terra, sdraiata su quel gelido e bagnato pavimento di legno.
«Rise!»
La detective si precipitò al suo fianco, buttandosi in ginocchio con una tale forza da sentire male alle ginocchia.
Fu in quel momento che si rese conto che la sua amica non aveva niente addosso.
Tutti i suoi vestiti erano stati gettati poco lontano.
La sua pelle pallida era ricoperta di lividi e escoriazioni.
Naoto si tolse immediatamente il giubbotto zuppo, coprendo la sua amica.
«Rise, cosa è successo?!»
La detective poteva sentire tutto il suo corpo tremare.
Era arrivata tardi.
L’assassino aveva già…
«S-sc...»
Naoto stava andando completamente nel panico.
Sollevò delicatamente il corpo della ragazza da terra.
Era come un peso morto.
«S-sca...»
«Rise non sforzarti. Non parlare.»
La ragazza alzò lo sguardo, osservando la distanza che la separava dall’uscita del capanno.
Doveva assolutamente portarla via di lì.
Non sapeva perché l’assassino avesse lasciato quel luogo prima di ucciderla, ma non aveva il tempo per pensarci.
Doveva prendere Rise, chiamare un’ambulanza e andarsene.
Fu in quel momento che sentì la mano tremante della sua amica posarsi sul sul petto, stringendole il vestito.
La detective si voltò verso di lei.
«S-scappa...»
La porta del capanno si aprì, facendola sussultare.
L’assassino.
L’assassino era tornato.
Con uno scatto, Naoto afferrò la pistola con la mano sinistra e, sostenendo Rise con il braccio destro, si voltò verso l’entrata puntando l’arma che aveva verso l’uomo.
Un sospiro di sollievo lasciò le sue labbra.
«Tohru!» esclamò.
Tohru era appena entrato nel capanno e le stava osservando.
La detective abbassò la pistola.
Erano salve.
Erano salve!
«Dobbiamo assolutamente chiamare un’ambulanza, Rise è gravemente ferit-»
«Sei arrivata prima del previsto, Naoto.»
Tohru le lanciò uno sguardo annoiato.
Naoto sentì un fortissimo brivido correrle lungo la schiena.
«Cosa intendi dire…?» sussurrò, mentre il suo corpo iniziare a tremare.
Solo in quel momento si rese conto che l’uomo teneva una corda nella mano destra e un bastone nella sinistra.
«Esattamente quello che ho detto.– rispose lui con un tono che la ragazza non aveva mai sentito prima e mentre un sorrisetto si formava sul suo volto –Volevo farti trovare la tua amichetta appesa all’albero qua fuori. Non pensavo che facessi così in fretta.»
No.
No no no no!
Doveva essere un incubo.
Tohru non poteva…
«E poi, portarsi dietro quel Tatsumi… volevi tradirmi per caso, Naoto?»
L’uomo lasciò cadere il bastone al suolo.
Solo in quel momento la ragazza si accorse che era macchiato di sangue.
Poteva sentire Rise singhiozzare contro il suo petto, mentre cercava ancora di dirle di scappare.
«C-cosa stai dicendo, Tohru…?»
Non doveva piangere.
Sapeva che mettersi a piangere avrebbe solo peggiorato le cose.
«Sei così dura di comprendonio, Naoto?– disse, facendo un passo avanti –Perché non chiedi a Kujikawa? Sai, prima abbiamo avuto una bella chiacchierata.»
Quando Tohru la nominò, Rise strinse con più forza il vestito di Naoto, continuando a singhiozzare.
La detective era completamente nel pallone.
Sapeva di dover chiamare aiuto, di dover scappare con Rise, ma non aveva la forza di muoversi.
Poteva solo osservare l’uomo che si avvicinava.
«Sai Naoto, io neanche me la volevo fare quella lì.– continuò, indicando Rise con la testa –Ma tu mi hai disubbidito, e quindi dovevo sfogare la mia rabbia con qualcuno. Sbaglio o ti avevo detto di aspettarmi sotto al gazebo?»
Naoto poteva sentire l’aria mancarle.
Era colpa sua se Rise era in quelle condizioni.
Era stata lei a metterla in pericolo…
«La stessa cosa vale per Satonaka, sai?– Tohru era ormai a pochi passi da lei –Quella sera dovevi essere tu la fortunata, Naoto. Ma sei scappata proprio sul più bello.»
La tazza di cioccolata di quella sera le tornò alla mente.
Un fortissimo brivido le corse lungo la schiena quando capì che l’uomo aveva tentato di drogarla.
«T-Tohru, per favore,– la voce della ragazza era flebile –smettila di scherzare.»
L’uomo scoppiò a ridere.
«Ti pare che io stia scherzando, Naoto?»
Naoto aveva paura.
Aveva tanta paura.
«Non sai quanto è stato divertente vederti perdere il controllo, ogni volta che un’altra vittima veniva uccisa sotto il tuo naso.»
La stava terrorizzando.
La ragazza poteva sentire tutto il suo corpo tremare.
«Oh, ma non preoccuparti. Stavolta farò in modo che tu veda tutto quanto. Taglierò la gola alla tua amichetta proprio davanti ai tuoi occhi.»
Quando l’uomo fece un altro passo, la detective alzò nuovamente la pistola, puntandola contro di lui.
«Oh, vuoi spararmi Naoto?»
Tohru si era fermato e adesso la stava guardando divertito.
La ragazza non rispose.
«Fallo, ti sfido.»
Doveva sparare.
Doveva salvare Rise.
Ma allora perché non riusciva a premere il grilletto?
«Cosa aspetti? Te lo devo ordinare io? Come ho fatto per tutto questo tempo?»
La mano iniziò a tremarle con più forza, mentre la prima lacrima usciva dai suoi occhi.
«Sai è stato così divertente.– l’uomo aveva ripreso a camminare verso di lei –Bastava schioccare le dita e tu eri subito al mio servizio. Chi avrebbe mai pensato che bastava così poco per controllare la grande Naoto Shirogane, vero?»
Il suo campo visivo si era fatto appannato, mentre le lacrime avevano ormai iniziato a rigarle le guance.
Tohru la afferrò dal braccio con cui teneva la pistola, tirandola su, in piedi, e facendole perdere la presa su Rise.
«E adesso neanche lotti per la tua vita, sei patetica. Chi mai vorrebbe un’anima gemella come te?»
La pistola le cadde sul pavimento.
Era finita.
Non poteva continuare così.
«L-Lasc… l-lascial...»
Naoto vide che la sua amica, nuovamente distesa sul pavimento, cercava di alzarsi.
«Tu devi stare zitta.»
Tohru la colpi con forza con un calcio allo stomaco e Rise lasciò andare un rantolo, rannicchiandosi nuovamente a terra.
«No!»
La detective provò a colpire l’uomo, ma si ritrovò contro il pavimento, la mano di lui attorno al collo.
«Non essere gelosa,– le disse, tenendola bloccata a terra –ora penso a te.»
Perché?
Perché lui le stava facendo questo?
Perché l’uomo che le aveva detto di amarla le stava facendo del male?
Tohru continuò a tenerla ferma, con la mano intorno al suo collo.
«Facciamo vedere alla tua amica che non deve intromettersi nei fatti nostri, Naoto.– le disse, mettendo una gamba tra le sue e costringendola ad aprirle –Facciamole vedere quanto ti piace.»
Naoto portò le mani al collo, cercando di liberarsi da quella presa che la stava uccidendo.
Non riusciva a respirare.
Aveva la gola completamente bloccata.
Tohru continuava a guardarla, dominandola completamente.
La detective non poteva far altro che tentare di liberarsi, mentre l’uomo le strappava il sopra del vestito con una forza che Naoto non pensava potesse avere.
Non poteva crederci.
Non poteva credere che la sua anima gemella, l’uomo che lei amava, le stesse facendo questo.
Non poteva credere di essere stata così tanto stupida da non rendersi conto di quanto Tohru fosse pazzo.
L’aveva usata fino a quel momento e lei, come una stupida, era caduta in trappola.
E questo solo perché chissà quale dio, lassù, aveva scelto che loro due dovevano stare insieme.
La detective chiuse gli occhi, mentre Tohru continuava a stringerle con forza il collo e, con l’altra mano, le apriva il reggiseno.
Era finita.
Nessuno avrebbe potuto salvarl-
Un colpo secco, seguito da un lamento, le arrivò alle orecchie.
Il peso che aveva sopra di lei si tolse di colpo e la ragazza sentì l’aria tornare finalmente nei suoi polmoni.
Si portò una mano alla gola, rendendosi conto che quella dell’uomo non c’era più…
«Naoto, prendi Rise e scappa!»
La ragazza si voltò verso il punto da cui veniva la voce.
«K-Kanji...»
Alla sua destra, a pochi centimetri da lei, Kanji aveva atterrato Tohru e cercava di tenerlo fermo, mentre l’uomo, sotto di lui, cercava di liberarsi.
«Scappa!»
La detective non se lo fece ripetere due volte.
Si alzò, correndo verso la sua amica e caricandola come poteva in spalla, mentre afferrava la sua pistola, rimasta sul pavimento.
Nel frattempo poteva sentire i due lottare dietro di lei, anche se non aveva il coraggio di scoprire chi stesse avendo la meglio.
Doveva correre.
Doveva correre fuori da lì e chiamare Dojima.
«Naoto, attenta!»
La detective si abbassò di colpo e un proiettile passò esattamente sopra di lei, nel punto in cui poco prima c’era la sua testa.
Giusto.
Anche Tohru aveva una pistola.
Un altro colpo esplose, ma Kanji dovette riuscire a deviarlo perché questa volta Naoto fu solo colpita di striscio alla gamba.
«Metti giù quella cosa!»
La detective sentì il ragazzo urlare quelle parole e un rumore metallico arrivò dalle sue spalle, come se la pistola fosse caduta al suolo.
Ma non aveva tempo di voltarsi.
Era finalmente arrivata alla porta del capanno e ora stava correndo all’esterno, mentre la pioggia di poco prima tornava a bagnarle ciò che rimaneva dei suoi vestiti.
Naoto continuò a correre, stando attenta a non lasciare andare Rise che, rannicchiata contro la sua schiena, continuava a piangere e a tremare per il freddo che doveva starle congelando le ossa.
«K...K-Ka...K-Kanji...»
Il cuore della detective perse un colpo quando sentì la sua amica chiamare quel nome.
Era come se la stesse implorando di non lasciarlo lì, di tornare dentro, di aiutarlo contro Tohru.
«D-dobbiamo chiamare la polizia, Rise.– le disse Naoto, continuando a scendere lungo il pendio fangoso, stando attenta a non cadere –Non possiamo fare niente da sole. Kanji starà bene, te lo prometto.»
Non era minimamente sicura di quello che aveva appena detto.
Ma non poteva fare altro, doveva assolutamente chiamare Dojima e chiedergli aiuto.
La ragazza si maledì di non aver chiamato subito quell’uomo che era da sempre stato così tanto gentile e che lei non aveva avvertito per paura che fosse l’assassino…
No, non doveva pensarci in quel momento.
Sapeva che sulla collina non c’era campo, non c’era mai stato, e inoltre non aveva neanche idea di dove avesse lasciato il suo cellulare in quel momento.
Doveva assolutamente raggiungere il telefono pubblico che si trovava nello spiazzo dove si era lasciata con Kanji, pochi minuti prima-
Fu in quel momento che il tacco della sua scarpa si ruppe e Naoto scivolò, cadendo in avanti.
«Rise!»
Con uno scatto felino, afferrò il braccio di Rise e portò la ragazza davanti a sé, stringendola tra le sue braccia mentre lei cadeva al suolo.
Sentì la sua amica lasciare andare un gridolino strozzato quando le due toccarono terra e iniziarono a rotolare nel fango.
Naoto continuava a tenere stretta la sua amica, cercando di farle prendere meno colpi possibili, mentre lei sentiva ogni centimetro del suo corpo iniziare a farle male.
Rotolarono giù dal pendio, sbattendo ogni parte del loro corpo contro il suolo e i ciottoli che formavano il sentiero.
Quando finalmente si fermarono, la detective si rese conto che oramai si trovava nello spiazzo prima della cima della collina, il luogo in cui sarebbe dovuta arrivare.
Aprì le braccia, per controllare se Rise stesse bene.
«R-Rise, stai bene?!»
La sua amica non rispose.
«R-Rise…?»
Naoto sentì il sangue gelarsi nelle vene quando notò che la mano con cui le stava parando la testa era sporca di sangue.
Doveva assolutamente chiamare aiuto.
La detective strinse Rise a sé e si alzò, ignorando il dolore lancinante che le lanciavano le sue gambe e la sua schiena.
Il telefono era lì, poco lontano.
Doveva solo raggiungerlo e tutto sarebbe finito.
Naoto iniziò a camminare, incurante della pioggia che si era fatta più pesante su di lei e che stava quasi cercando di schiacciarla al suolo.
Quando sentì uno sparo in lontananza, la ragazza aumentò il passo.
Non poteva permettere che Tohru uccidesse Kanji.
Non poteva lasciare che quello accadesse…
Arrivò finalmente alla cabina e vi entrò, poggiando Rise a terra.
La ragazza afferrò la cornetta, digitando velocemente il numero del suo superiore.
«Pronto?»
Quando la voce di Dojima le arrivò dall’altro capo della linea, le gambe di Naoto cedettero e lei cadde al suolo.
«D-Dojima.»
«Shirogane! Sei ferita?! Mi hanno detto che Tatsumi-» la voce dell’uomo era chiaramente preoccupata.
«Tohru. È Tohru l’assassino.»
Quelle parole scivolarono fuori dalle sue labbra e la ragazza sentì tutta l’ansia che aveva accumulato fino a quel momento esplodere dentro di lei.
«Adachi? Cosa stai dicend-»
«L-la prego ci aiuti.– Naoto poteva sentire le lacrime iniziare a riempire nuovamente i suoi occhi, mentre continuava a parlare, non riuscendo a fermarsi –Rise è gravemente ferita, ha anche sbattuto la testa e non risponde. Kanji sta fermando Tohru, ma non so quanto a lungo ci riuscirà e non voglio ch-»
«Arriviamo subito, Shirogane.– la detective poteva sentire l’uomo mettere in moto la sua auto –Dimmi solo dove vi trovate.»
Naoto aprì la bocca, quando una fortissima fitta di dolore la colse completamente alla sprovvista.
Un fortissimo ronzio si propagò nelle sue orecchie e la ragazza lasciò andare la cornetta del telefono, portando le mani ai lati della testa e chiudendo gli occhi.
«Shirogane? Shirogane?!»
Quando la voce di Dojima arrivò dal telefono, la ragazza aprì nuovamente gli occhi e allungò la mano per recuperare la cornetta che ora penzolava nel vuoto.
I suoi movimenti si fermarono e il suo respiro si fece più pesante quando notò che il rosa pallido della sua pelle era adesso grigio.
«Shirogane, cosa sta succedendo?!»
La detective sbatté le palpebre e la scala di grigi, che un secondo prima aveva preso possesso del suo mondo, scomparve nuovamente.
Una strana sensazione la avvolse.
Se i colori stavano per andarsene, voleva dire che Tohru stava-
«Naoto?!»
La ragazza afferrò la cornetta del telefono, riportandola all’orecchio.
«S-Siamo al capanno sulla collina.» disse, mentre la voce le tremava.
«Arrivo.»
Poi, Dojima mise giù.
Naoto lasciò andare la cornetta, rilassandosi completamente contro la parete della cabina.
Afferrò Rise accanto a lei, stringendola a sé e cercando di riscaldarla per quanto fosse possibile.
Poteva sentire la sua amica respirare contro il suo petto.
Era viva.
Doveva solo mantenerla al caldo fino all’arrivo dei soccorsi.
La detective lanciò un ultimo sguardo al capanno, che si trovava poco più su rispetto al luogo in cui erano nascoste loro due.
Se quello che aveva visto poco prima non era un’allucinazione, la sua anima gemella aveva appena ricevuto un colpo al limite del fatale.
Tohru doveva essere ferito gravemente.
Naoto credeva che in una situazione del genere sarebbe corsa immediatamente sul posto, cercando in tutti i modi di salvare la vita all’uomo che amava.
E invece non fu così.
Anzi, poco prima, quando quella scala di grigi era tornata nel suo mondo, le sue lacrime si erano completamente fermate.
 
La polizia arrivò solo cinque minuti dopo.
Naoto non avrebbe mai pensato che ci fosse anche solo la possibilità che lei si potesse trovare un giorno dalla parte delle vittime e non di chi stava indagando.
Dojima era entrato personalmente nella cabina telefonica quando le aveva viste e aveva preso sia lei che Rise in braccio, portandole immediatamente dai paramedici che erano arrivati sul posto.
La sua amica era stata caricata in una delle ambulanze che avevano chiamato ed era stata portata via, all’ospedale più vicino, ma i paramedici avevano comunque rassicurato la detective e i poliziotti, dicendo che la idol non era fortunatamente in pericolo di vita.
Naoto sarebbe voluta andare con lei, stringerle la mano per tutto il tragitto e stare al suo fianco per tutto il tempo, ma, nonostante le proteste di Dojima, aveva deciso che era meglio restare.
Doveva assolutamente vedere come stava Kanji.
Per questo in quel momento si trovava lì, seduta dentro ad una delle macchine che si trovavano dietro al capanno, con la giacca del suo superiore addosso.
Non poteva far altro che osservare le sue gambe, completamente bendate, sbucare da quell’indumento così enorme per lei.
Era strano che ci mettessero tanto in realtà.
Lei era lì da già trenta minuti e i colori intorno a lei erano diventati così instabili che continuavano ad andare e venire, ogni volta che lei sbatteva le palpebre.
Tohru doveva essere ferito.
Gravemente ferito.
Allora perché ci mettevano tutto quel tempo per catturarlo?
Non aveva senso…
Un brivido le corse lungo la schiena.
Qualcosa non andava. C’era decisamente qualcosa che non andava.
Non sapeva perché, ma una fortissima sensazione di angoscia si era trasmessa dentro di lei dal momento in cui Dojima le aveva detto di aspettare lì.
Che Tohru fosse riuscito a ferire Kanji in qualche modo…?
Naoto uscì dall’auto, stringendosi nella giacca del suo superiore quando la pioggia tornò a colpirla.
Le facevano male i piedi. Le facevano incredibilmente male.
Abbassò lo sguardo, osservando come erano stati completamente fasciati dai paramedici e come ora non stesse indossando delle scarpe.
«Shirogane, cosa sta facendo?– un agente di polizia si era avvicinato a lei e l’aveva immediatamente coperta con il suo ombrello –Ha bisogno di qualcosa?»
Naoto scosse la testa.
«Voglio solo sapere cosa sta succedendo. Perché Dojima non ha ancora catturato Tohru?» domandò, alzando lo sguardo.
L’agente la guardò, leggermente a disagio.
«Adachi è comunque un poliziotto, è allenato.– le spiegò, grattandosi la testa –È normale che non si faccia catturare tanto facilmente.»
Sì, aveva ragione.
Era una cosa normale.
Se solo lei non continuasse a vedere i colori che non facevano che cambiare.
«Posso andare da loro?»
Doveva vedere la situazione con i suoi occhi.
Doveva assolutamente riuscire a capire cosa stesse succedendo.
L’agente non sembrava del tutto convinto.
«Potrebbe farsi male.» le disse, cercando di farla ragionare.
Naoto si guardò un attimo.
Tanto oramai, peggio di così.
«Sono la sua anima gemella. Posso provare a calmarlo.– tentò –Devo parlare con lui.»
Sapeva che in realtà non era quello il suo scopo.
L’unico motivo per cui Naoto voleva andare da Tohru, era per capire cosa stesse succedendo, e agire di conseguenza.
L’agente si guardò intorno.
Poi, sbuffò.
«Non sono nessuno per fermarla, Shirogane.– le disse, facendo un passo indietro –Vada pure, ma non dica a Dojima che sono stato io a lasciarla andare.»
Naoto annuì, riprendendo a camminare lungo la parete del capanno per raggiungere l’entrata dall’altro lato.
Fu solo quando era ormai a metà strada, che la ragazza li sentì.
«Adachi, ti ho detto di mettere giù la pistola!»
La voce di Dojima era più alta del solito.
Non l’aveva mai sentito così, come se ci fosse un pericolo imminente.
La detective accelerò il passo, nonostante tutto il suo corpo le lanciasse fitte di dolore.
Svoltò l’angolo e fu in quel momento che vide che il suo superiore si trovava davanti all’entrata del capanno, insieme ad altri agenti.
Tutti puntavano le pistole verso l’interno.
«Io ho detto che lo uccido se pensate di fare qualche gioco strano.»
Naoto sussultò leggermente, quando sentì Tohru pronunciare quelle parole dall’interno del capanno.
I suoi dubbi erano fondati.
Dalla voce non sembrava in pena, né che fosse particolarmente dolorante.
Allora perché la sua visione continuava a cambiare…?
«Libera l’ostaggio. Adesso.»
Dojima continuava ad urlare verso l’interno del capanno.
Un ostaggio?
Chi stava usando come ostaggio?
Come poteva star minacciando qualcuno se doveva essere ferito?
«Ho detto che voglio parlare con quella sgualdrina. Fatemela vedere.»
La detective sentì un brivido lungo la schiena.
Stava parlando di lei…?
Improvvisamente le sue gambe iniziarono a tremare.
Possibile che volesse ancora farle del male? Nonostante i poliziotti avessero ormai circondato il capanno…?
«Shirogane è ferita, la stiamo cur-»
Uno sparo esplose e la visione di Naoto si fece nuovamente grigia per un secondo.
«Adachi!»
«Questa volta l’ho mancato.– disse Tohru, la voce calma come al solito –Ma se non vedo Naoto entro 3 minuti nel punto in cui sei tu, a Tatsumi salta la testa.»
Fu come se una doccia d’acqua fredda la colpisse in pieno.
Kanji.
Kanji era ancora là dentro.
Kanji era l’ostaggio.
Una fortissima sensazione di rabbia la pervase.
Doveva aiutarlo. Doveva fare di tutto per salvarlo.
Le sue gambe iniziarono a muoversi senza che lei potesse farci niente.
«Vai a prenderla Dojim-.»
«Non ce n’è bisogno, sono già qui.»
Dojima si voltò immediatamente verso di lei quando la ragazza pronunciò quelle parole, raggiungendoli e piazzandosi davanti all’entrata del capanno.
«Shirogane!»
«Ecco vedi, Dojima? Lei a differenza tua sa che deve obbedire.»
Naoto non lo stava ascoltando.
Continuava ad esaminare la scena di fronte a lei, cercando di ottenere più informazioni possibili per capire come era meglio agire.
Tohru era in piedi, nel bel mezzo del capanno.
Era ferito, certo; ma niente di così grave in fondo.
Quello messo male era Kanji.
Il ragazzo era seduto contro il muro, aveva il respiro pesante e teneva il braccio intorno allo stomaco, come se fosse stato colpito con forza.
Una pozza di sangue si era espansa da sotto la sua gamba sinistra e la detective notò con orrore che Tohru doveva avergli sparato.
Due volte a giudicare dai due buchi ben visibili dal punto in cui lei si trovava.
Rischiava di morire dissanguato se non si sbrigava.
«Su Naoto, entra.»
Naoto riportò nuovamente lo sguardo all’uomo davanti a lei e vide solo in quel momento che Tohru teneva il braccio teso, la pistola puntata dritta alla testa di Kanji.
«Shirogane, non farlo.» Dojima le sussurrò quelle parole, visibilmente preoccupato.
Ma la ragazza non poteva stare ferma.
Doveva intervenire.
Doveva assolutamente mettere fine a quella storia.
«Naoto,– la voce di Tohru si era fatta più impaziente, il dito sul grilletto si stava muovendo –entra. Adesso.»
«N-Naoto, n-non farlo.»
Questa volta fu Kanji a parlare.
«Sbrigati o lo ammazzo.»
La ragazza si voltò verso Dojima.
«Mi dispiace.» disse, togliendosi la giacca che lui le aveva prestato e restituendola all’uomo.
Poi, sotto lo sguardo terrorizzato del suo supervisore, la ragazza entrò all’interno del capanno.
«Chiudi la porta.» le ordinò Tohru, sorridendo.
Naoto annuì.
In quel mese in cui erano stati insieme, la ragazza aveva notato quanto lui si sentisse appagato quando lei annuiva e basta, senza dire una parola.
Non sapeva perché le era sembrata una cosa normale fino a quel momento.
Non riusciva a spiegarselo.
«N-Naoto, s-scappa, p-per favore.»
Poteva sentire la voce di Kanji provenire dalla sua sinistra, ma la ragazza non si voltò.
Sapeva che, se lo avrebbe fatto, Tohru non avrebbe esitato a sparargli.
«La porta, Naoto. Senza voltarti.»
«Shirogane non farlo!»
La detective ignorò Dojima e portò una mano dietro la schiena, chiudendo la porta alle sue spalle.
Poteva sentire le urla del poliziotto dall’altro lato, ma sapeva che, se gli avrebbe risposto, la situazione avrebbe preso una piega ben peggiore.
«Vedo che sei obbediente come al solito.– le disse l’uomo, sorridendole –Eppure prima sei scappata. Non mi è piaciuto poi così tanto quel tuo comportamento, sai?»
Naoto non disse nulla.
Doveva assolutamente tirare fuori Kanji da quella situazione.
Doveva in tutti i costi salvare quel ragazzo.
«Su, adesso fa la brava e inizia a spogliarti.– le ordinò Tohru –Facciamo vedere a Kanji quanto ci amiamo, ti va?»
Naoto poteva sentire lo sguardo di Kanji posato su di lei.
Era come se cercasse di implorarla di scappare, di non fare niente di quello che l’uomo le stava chiedendo, di salvarsi e lasciarlo lì se necessario.
La ragazza portò una mano alla sua cintura, afferrando la sua pistola.
«Naoto, cosa stai facendo?»
«Mi dispiace, Tohru.»
No, non era vero. Non le dispiaceva affatto. 
Naoto puntò la pistola contro l'uomo di fronte a lei, il braccio fermo, mentre lo osservava con uno sguardo di ghiaccio.
Tohru scoppiò a ridere.
«Oh andiamo, Naoto.– disse, incredulo –Pensi davvero che io ci cada? Non prendermi in giro, sappiamo entrambi che tu non vuoi uccidermi.»
La detective non si mosse.
Era strano.
Era molto strano.
Ma era come se tutto in quel momento avesse riacquistato un senso.
«Perché non dovrei?» rispose lei, continuando a puntare la pistola contro l'uomo.
Tohru scosse la testa, con il suo solito fare teatrale.
«Perché siamo anime gemelle, no?– le disse, alzando le spalle –Vuoi davvero distruggere ciò che il destino ha creato, Naoto?»
Quante volte le aveva detto quella frase durante quel mese?
Tante, troppe per contarle.
Ogni volta che lei vacillava, lui le ricordava quel fatto, come se quello lo autorizzasse a farle fare tutto quello che lui voleva.
«Siamo fatti l'uno per l'altra,– Tohru aveva ancora quel sorriso stampato in volto –lo hai detto tu stessa, ricordi?»
Sì, ricordava; ricordava perfettamente.
E ora si sentiva anche fin troppo stupida per averlo anche solo pensato.
«Dai su, metti giù la pistola e inizia a fare la brava.»
«Scordatelo.»
Quella situazione le sembrava quasi irreale.
Normalmente si sarebbe aspettata di avere paura, di non riuscire neanche a parlare, come era successo solo un’ora prima, in quello stesso capanno.
Invece adesso non provava alcun tipo di terrore.
Non provava neanche rabbia, a dire la verità.
Solo puro odio.
«Ehi.– la voce di Tohru era dura, il sorriso era scomparso dal suo volto –Vedi di non farmi arrabbiare.»
La ragazza incrociò il suo sguardo.
E fu in quel momento che vide gli occhi di Tohr- Adachi spalancarsi.
Come se solo in quel momento avesse capito che lei non gli avrebbe più dato ascolto, che lei non era più il suo pupazzo; che non era più la sua “bambola”, così come aveva detto Rise quella sera.
«Naoto...? Cosa stai...?»
La ragazza ripensò a tutto quello che aveva subito in quel mese.
Ad ogni volta in cui l'aveva costretta a fare qualcosa che lei non voleva.
Ad ogni volta che lei aveva compiaciuto quell’uomo.
Ad ogni fottutissima volta in cui lei aveva nascosto la vera se stessa, in cui aveva rinchiuso il suo istinto da detective in un angolino del suo cervello, in cui si era lasciata comandare da quello sporco assassino.
«Va' al diavolo.» sussurrò, mentre tutte le emozioni che aveva tenuto rinchiuse dentro di lei fino a quel momento esplodevano.
Adachi portò immediatamente il dito al grilletto, pronto ad uccidere il ragazzo.
Ma Naoto si mosse per prima.
L'uomo urlò dal dolore quando il colpo della detective arrivò alla sua spalla, facendogli perdere l'equilibrio.
Sparò anche lui, ma il proiettile non raggiunse Kanji: si conficcò nel pavimento, almeno a 20 cm dalla gamba del ragazzo.
«N-Naoto...»
La voce che Adachi aveva usato in quel momento era un sibilo.
La ragazza  si preparò a esplodere il colpo successivo, puntando stavolta la pistola alla sua testa.
«Questa volta è il tuo braccio.– disse, ripetendo le stesse parole che l'uomo aveva detto poco prima, modificandole leggermente –Ma se non metti giù la pistola entro 3 secondi, la tua testa salta.»
L’uomo la guardò, incredulo.
«Shirogane!»
Quando Dojima entrò nel capanno, urlando il suo nome, Adachi aveva già lasciato cadere l’arma e si era messo in ginocchio.
La ragazza non si voltò verso il suo superiore.
Tenendo sempre la pistola ferma verso il suo obiettivo, corse verso Kanji, inginocchiandosi accanto a lui e abbassando l’arma solo quando vide Dojima e gli altri poliziotti andare a catturare l’uomo che era ormai a terra.
«N-Naoto…»
La sua voce era dolorante.
Doveva star provando dolore.
«Non parlare.– gli disse lei, strappando il bordo inferiore del suo vestito e fasciandogli la gamba come meglio poteva –Adesso andrà tutto bene. È tutto finito.»
Kanji la guardava, preoccupato.
«S-sicura di stare bene?» le chiese, mentre i poliziotti portavano via Adachi e chiamavano i paramedici.
Naoto lo guardò, sentendo una sensazione che mai aveva sentito prima invaderle il petto.
Non era lei quella che era gravemente ferita.
Non era lei quella che aveva rischiato di morire.
Non era lei quella che aveva fatto a pugni e si era presa due proiettili nella gamba.
Eppure lui si preoccupava per lei.
«Sì, sto bene.– rispose, quando notò che lo sguardo del ragazzo si era fatto più preoccupato, vedendo che lei non accennava a rispondere  –Sei tu quello che è messo male adesso, non io. Dobbiamo pensare a te.»
Fortunatamente la ferita che gli era stata inflitta non era mortale e non era neanche poi così tanto grave come le era sembrata alla prima occhiata.
Fu in quel momento che Kanji le mise un braccio intorno alla schiena e la tirò a sé, stringendola contro il suo petto.
Naoto sapeva fin troppo che, normalmente, se quella fosse stata una qualsiasi altra persona, si sarebbe immediatamente staccata da quell’abbraccio.
Ma quella sensazione di sicurezza, che mai aveva provato prima di allora, la travolse, la detective eliminò immediatamente qualsiasi minimo tentativo di resistenza.
Si lasciò abbracciare, mentre sentiva un calore che mai aveva sentito prima invaderla completamente.
Poi, lentamente, portò anche lei le braccia intorno al suo busto, stringendolo con più forza, mentre il suo corpo iniziava a tremare.
Fu in quel momento che lo notò.
Gli occhi di Naoto si spalancarono quando quel piccolo dettaglio, che fino a quel momento le era sfuggito, si faceva così evidente davanti ai suoi occhi. 
Il sangue.
Il colore del sangue che era a terra era adesso molto più vivido di prima, come se stesse brillando.
La ragazza alzò immediatamente lo sguardo, guardandosi intorno.
E rimase senza fiato.
Tutti i colori della stanza erano come se fossero molto più intensi del solito.
Erano così brillanti e luminosi che Naoto pensò che fosse come se in realtà, fino a quel momento, ne avesse visto solo una versione spenta e smorta di quelle stesse sfumature, come se il mondo fosse ancora più bello di come lei lo avesse visto fino ad allora, come se…
...come se stesse venendo i colori per la prima, vera, volta.
E fu in quel momento che tutti i pezzi andarono al suo posto.
Ricordò come i colori continuassero a sparire dalla sua visione e venissero soppiantati da quell’odiosa scala di grigi, nonostante Adachi non fosse ferito.
Ricordò cosa aveva passato quella sera.
Ricordò come Kanji era riuscito a farla sentire viva dopo tanto, troppo tempo.
Ricordò come le sue sole parole fossero state in grado di riattivare il suo cervello, completamente spento a causa di Adachi e il modo in cui quell’uomo la aveva manipolata.
Ricordò il giorno in cui aveva incontrato il ragazzo a scuola, il modo in cui il suo cuore aveva reagito quando aveva incrociato il suo sguardo, ciò che lei aveva provato quando lo aveva visto seduto al banco dietro al suo, a pochi centimetri da sé.
Ricordò l’espressione sconvolta e triste che Rise aveva fatto sul tetto della scuola, mentre osservava la reazione del ragazzo quando lui aveva sentito che lei pensava fosse Adachi la sua anima gemella.
Ricordò il momento in cui lui era uscito dall’ufficio di Adachi e lo sguardo triste che le aveva lanciato, prima di tornare a osservarla con quella sua solita freddezza e inespressività.
Ricordò il suo primo giorno ad Inaba.
Ricordò quando aveva visto lui e Adachi per la strada.
E, soprattutto, ricordò il mondo che si era colorato intorno a lei, quando aveva incrociato il suo sguardo.
Per la prima volta da quando era entrata in quel capanno, Naoto sentì tutta la paura che aveva provato sparire completamente e venire sostituita da una forte sensazione di calma e di tranquillità.
Una prima lacrima le rigò il viso e lei nascose il volto nell’incavo del collo del ragazzo, mentre le sue spalle iniziavano ad essere scosse dai singhiozzi.
Kanji la strinse di più a sé, posandole il mento sulla testa.
E anche dopo l’arrivo dei paramedici loro restarono così, in silenzio, fino a quando Naoto non verso tutte le lacrime accumulate in quell’inferno che era, finalmente, finito.
QUESTA STORIA PARTECIPA AL COW-T9 INDETTO DA LANDE DI FANDOM
Prompt: Solitudine
Fandom: Nier:Automata
Personaggi: 9S
Note: canon del romanzo ufficiale "Long Story Short"


"Un robot non può morire di solitudine."
Chiunque leggendo questa frase, dicendola, sentendola o anche solo pensandola, crederebbe immediatamente nella sua veridicità.
Dopotutto, come poteva un essere senza cuore, incapace di provare qualsiasi emozione, sentirsi anche minimamente solo al mondo? Come poteva un involucro contenente solo un gran numero di ingranaggi e chip soffrire un qualcosa come la mancanza di affetto di altri? Come poteva un androide, seppur con sembianze umane, provare un sentimento che era unico per quella razza che era così simile in aspetto ma tanto lontana emotivamente da lui?
Già, quel pensiero era più che logico.
Ed era anche quello che 9S aveva sempre pensato.
Un robot non può morire di solitudine.
Questa era stata una delle frasi che 21O gli aveva detto in passato, quando lui aveva azzardato porle quella domanda durante una delle sue missioni.
E anche lui pensava che lei avesse sicuramente ragione.
Per questo, inizialmente, non ci aveva dato poi così tanto peso.
9S aveva sempre portato avanti la sua vita in solitaria, svolgendo le sue missioni da Scanner così come gli era stato assegnato e ignorando la fitta di gelosia che provava ogni volta che vedeva i vari androidi di tipo B fare squadra per portare avanti missioni insieme.
Sempre se quella poteva essere chiamata “gelosia”.
Se un androide non poteva provare emozioni come la solitudine, non poteva neanche essere geloso, no?
Era un qualcosa di completamente irrazionale anche il solo pensare che quel sentimento fosse minimamente possibile per uno come lui.
Nonostante avesse accettato la sua condizione, però, 9S non era ancora del tutto convinto di quella terribile sensazione che lo coglieva ogni volta che, portata a termine una missione, si guardava intorno, cercando qualcuno con cui congratularsi... invano.
Certo, aveva sempre il suo fedele Pod con sé, ma non era esattamente la stessa cosa.
Il Pod era programmato per seguirlo, per combattere al suo fianco e non lasciarlo mai solo.
Non poteva valere come un "amico", utilizzando uno dei termini che aveva letto in uno dei tanti libri scritti dagli umani presenti nell’Archivio.
Per questo, quando anche a lui fu assegnata una compagna, 9S non potè far a meno di essere al settimo cielo.
Insomma, nonostante sapesse che gli androidi di modello Battaglia non fossero poi così amichevoli, a lui bastava avere qualcuno con cui passare del tempo.
E 2B era perfetta per questo suo scopo.
Anche se inizialmente lo aveva trattato in modo freddo, 9S si era reso conto del modo in cui l'androide si era mano mano aperta a lui.
Adesso aveva qualcuno che lo ascoltasse ogni volta che scovava qualcosa.
Adesso aveva qualcuno che parlasse con lui.
Adesso aveva qualcuno che lo camminasse al suo fianco, combattendo con lui.
Adesso aveva finalmente qualcuno che lo capisse e che impedisse che lui si sentisse, anche se solo per poco, solo...
...o almeno così credeva.
9S sapeva benissimo che quella era tutta una messinscena, messa in atto dal loro Comandante.
Sapeva fin troppo bene che 2B era in realtà un tipo di androide completamente diverso da quello di Battaglia.
Lei era un tipo E.
Un Esecutore.
Un tipo di androide nascosto, che era designato solo ed unicamente per diventare alleato con un androide che poteva diventare problematico, per poterlo uccidere e resettare nel caso in cui ci fosse qualcosa che non andasse.
E il tutto aveva perfettamente senso.
Lui era un tipo Scanner di ultima generazione.
Molto probabilmente, anche se con l'ausilio del tempo, non gli ci sarebbe voluto niente per arrivare a capire qualcosa che il Comandante e il Consiglio dell'Umanità volevano nascondere.
E per questo lo avevano affidato ad un altro androide che lo tenesse d'occhio e gli impedisse di scoprire qualcosa di troppo.
E, in tutto questo, 9S non era neanche sicuro di quante volte quel ciclo si stesse ormai ripetendo.
Se era stato già ucciso da 2B in passato, se alcuni delle missioni e dei ricordi che aveva con lei fossero in realtà repliche di ciò che era già successo, se lui avesse capito altre volte la sua identità... tutte queste restavano incognite che gli impedivano di avere un quadro completo della situazione.
Ad essere sinceri, quando aveva capito cosa si stava nascondendo dietro quel suo volto impassibile e freddo, 9S non aveva escluso la possibilità di fuggire.
Aveva pensato sul serio di uccidere quell'androide che era diventato il suo boia e che avrebbe prima o poi calato la sua falce su di lui, resettandolo.
Ci aveva anche provato a dire la verità.
Non gli ci sarebbe voluto molto; essendo lui un tipo Scanner di ultima generazione, era in grado di hackerare qualsiasi essere robotico si trovasse davanti, mandandolo completamente in corto circuito.
Se ne erano presentate tante di occasioni in cui lui avrebbe potuto farlo.
Bastava solo che lei abbassasse la guardia per un momento e lui avrebbe agito.
Si era sempre ripetuto quelle parole, convinto sul da farsi...
Eppure, ogni volta che ne aveva l'occasione, 9S si tirava indietro.
"Ancora un po'." pensava "Voglio stare con qualcuno per ancora un po'."
"Non voglio restare solo di nuovo."
E questo lo aveva portato in quella condizione.
In quella spirale infinita di vita e morte che continuava a tornare sui suoi passi, facendo ripetere eventi che già erano accaduti e aggiungendone di nuovi ogni volta che lui veniva resettato.
Ma a 9S questo non importava.
L'unica cosa che per lui era importante era poter ancora stare al fianco di quell'androide che era la sua più temibile nemica ma, allo stesso tempo, anche la sua più fedele amica.
Per questo aveva stretto i denti e aveva accettato quella situazione.
Per questo aveva fatto finta di non rendersene conto.
Per questo aveva continuato a comportarsi come niente fosse, continuando a stare al fianco di 2B.
Se quello voleva dire che non sarebbe stato più solo, gli sarebbe bastato.
Di questo era certo.
Però...
...non immaginava certo che le cose potessero prendere una tale piega.
Era successo tutto così in fretta, che neanche gli sembrava un qualcosa di reale.
Il Quartier Generale era crollato.
2B era morta.
E lui era di nuovo solo; completamente solo.
E, per quanto finalmente si sentisse libero da quel controllo continuo a cui era stato sottoposto per un tempo che lui non era in grado di calcolare, 9S non riusciva più ad andare avanti in quel modo.
In un istante aveva perso tutto quello a cui più teneva.
In un solo, singolo, secondo tutto quello su cui aveva fatto affidamento in quei mesi, se non in quegli anni, era scomparso.
Non sapeva quante volte gli era capitato di svegliarsi e pensare che tutto quello era un incubo, che, quando avrebbe aperto gli occhi, 2B sarebbe stata nuovamente al suo fianco, pronta per un'altra missione.
Non sapeva quante volte si era voltato alla sua destra, per parlarle, per poi ricordarsi che lei non c'era più.
Non sapeva più neanche quante volte si era ritrovato al buio, rannicchiato in qualche angolo della stanza che la Resistenza aveva preparato per lui.
E, mentre lacrime che non sentiva neanche appartenere più a lui gli rigavano il viso, bagnandogli la pelle sintetica, 9S non poteva far altro che pensare a quelle dure parole che continuavano a ronzargli in testa.
"Un robot non può morire di solitudine."
Lo sapeva.
Lo sapeva fin troppo bene.
Ma, nonostante questo, non poteva far altro che desiderare che potesse accadere, così da poter finalmente porre fine a quel dolore incessante che continuava a logorargli quel cuore che non possedeva.
QUESTA STORIA PARTECIPA AL COW-T9 INDETTO DA LANDE DI FANDOM
Prompt: In fuga (M1)
Parole: 921
Fandom: Bravely Default
Coppia: RingabelxEdea


Ringabel sapeva che c'erano molte cose che dei comuni mortali non erano in grado di fare.
Ad esempio, quasi nessuno era in grado di essere perfettamente equilibrato nel suo animo, bilanciando perfettamente modestia e narcisismo, difetti e qualità; quasi nessuno era in grado di essere così tanto sicuro di sé da non avere neanche un punto debole; quasi nessuno era così perfetto da riuscire a rimorchiare qualsiasi ragazza su cui mettesse gli occhi.
E, nonostante il ragazzo fosse fermamente convinto di far parte della categoria dei pochi eletti che aveva tutte le caratteristiche sopra elencate, lui era a conoscenza del fatto che, anche per persone così elevate e superiori come lui, c'erano ostacoli impossibili da superare.
«Ringabel, vieni fuori se ne hai il coraggio!»
... E una di quelle cose era sicuramente riuscire a sopravvivere ai una Edea Lee alquanto arrabbiata.
Il ragazzo lanciò un'occhiata veloce alla strada principale di Florem, rimanendo il più nascosto possibile dietro ad uno dei grandi edifici che la incorniciava ai lati.
Ed eccola lì.
Non che fosse difficile identificarla in quel momento.
Nonostante si trovasse in mezzo alla folla di turisti e abitanti del luogo che riempiva completamente la strada principale, era impossibile che anche una sola persona non potesse essere in grado di identificare Edea in quel momento.
Era così tanto furiosa che, anche se Ringabel si chiedesse come fosse possibile, era come se fossero ben visibili le nuvole di fumo che uscivano dalla sua testa.
I suoi capelli – biondi, luminosi e stupendi come sempre – erano sicuramente più elettrizzati del solito, soprattutto il suo ciuffo biondo che ritto, sull'attenti, era paragonabile quasi ad una temibile antenna pronta a localizzarlo ovunque lui si fosse nascosto.
Senza considerare il suo sguardo.
Quello sì che la rendeva fin troppo visibile in mezzo a quella folla.
Gli occhi azzurri di Edea erano adesso freddi, ghiacciati, e la ragazza non faceva che muoverli a destra e a sinistra, in alto e in basso, lanciando occhiatacce alle persone che passavano, cercando di localizzare il suo obiettivo.
Ringabel sentì un fortissimo brivido corrergli lungo la schiena quando notò che, anche se solo per un momento, lo sguardo della ragazza fu puntato nella sua direzione.
Odiava quello sguardo.
Cioè, ovviamente lo amava, così come amava tutto di quella ragazza.
Ma, allo stesso tempo, non poteva far altro che sentire il suo sangue gelarsi completamente nelle sue vene ogni volta che lei gli lanciava una di quelle occhiate che tanto la contraddistinguevano dalle altre ragazze con cui lui era uscito.
Non sapeva come fosse possibile una cosa del genere, ma Ringabel era convinto che, quando lei utilizzava quello sguardo così tanto letale e assassino, Edea riusciva perfettamente a localizzare la sua preda, ovunque essa fosse.
Niente poteva fermarla. Persone, mura, case, colline, montagne, oceani. Qualsiasi nascondiglio era vano.
Eppure, nonostante tutta la pericolosità che la ragazza trasmetteva in quel momento, Ringabel non poteva fare a meno che trovarla bellissima.
Avrebbe potuto passare ore ad osservarla in quello stato.
La smorfia arrabbiata che si era formata sul suo volto; le guance leggermente rosse; le spalle che le tremavano leggermente; i pugni che teneva così stretti da conficcare le sue unghie nella sua stessa carne; le gambe piantate al suolo, pronte a scattare non appena avrebbe avvistato la sua preda–
«Ringabel!»
Cazzo.
Quando vide che Edea si stava avvicinando ad una velocità quasi sovrumana, il ragazzo riprese a correre, cercando in tutti i modi una via di fuga che gli permettesse di seminare il mostro che continuava a inseguirlo.
Sapeva che lei era dietro di lui.
Sapeva fin troppo bene che oramai era stato agganciato.
E, soprattutto, sapeva che se lo avesse raggiunto, sarebbe stato davvero difficile sopravvivere.
Con quel pensiero in testa, il ragazzo continuò a correre lungo le vie di Florem, scansando qualsiasi persona gli capitasse sulla sua strada e cercando di confondere il suo inseguitore, cambiando continuamente la via che stava prendendo.
Poteva sentire i passi della ragazza dietro di lui farsi sempre più lontani.
Che la stesse seminando...?
Preso da un coraggio che neanche lui sapeva di avere, Ringabel lanciò uno sguardo alle sue spalle.
Un sospiro di sollievo lasciò le sue labbra. Edea non c'era più. Era riuscito a scappare.
Beh, questo lo rivalutava ulteriormente, no?
Se era riuscito a fuggire ad una bestia del genere, doveva assolutamente appartenere ad un'élite ancora più elevata e superiore di quella che credeva–
Il ragazzo andò a sbattere contro qualcuno e perse l'equilibrio, cadendo a terra all'indietro e ritrovandosi a sedere sul freddo pavimento in pietra.
Merda.
Sarebbe dovuto tornare a guardare davanti a sé.
«Mi scusi, non l'ho vista...» si scusò, alzando lo sguardo.
E fu in quel momento che il sangue gli si gelò nelle vene.
Edea Lee era lì, davanti a lui, le braccia incrociate al petto.
«Ringabel.»
«E-Edea.– il ragazzo poteva sentire il sudore scivolargli lungo la fronte –C-Che coincidenza, t-ti stavo giusto cercando.»
Prima che potesse aggiungere altro, lei si abbassò e lo afferrò per il colletto della camicia, portandolo a due centimetri dal suo viso.
«Questa me la paghi cara. Hai anche cercato di scappare.»
Ringabel deglutì.
Era spacciato.
«E-Edea ti posso spiegare!» cercò di salvarsi, invano.
«Risparmiati le tue scuse, so che sei stato tu a mangiare tutta la scorta di biscotti che mi ero portata da Eternia. Ripeto: questa me la paghi cara.»
Così, mentre Edea lo trascinava via, il ragazzo si rese conto che nessuno, ma proprio nessuno, sarebbe potuto appartenere a quell'élite tanto elevata da riuscire a fuggire da quella ragazza.
QUESTA STORIA PARTECIPA AL COW-T9 INDETTO DA LANDE DI FANDOM
Prompt: Dimenticarsi di qualcosa/qualcuno
Numero parole: 620
Fandom: Nier:Automata
Personaggi/Coppie: 2B/9S



«Tu sei 2B, vero?»
9S disse quelle parole con tranquillità, così come aveva fatto sempre.
«Il mio nome è 9S, sono qui per fornire supporto.»
Quante volte aveva sentito ripetere quelle parole?
Tante, troppe per ricordare, anche per un androide.
2B mostrò il suo solito volto impassibile al robot di fronte a lei, mentre questo si presentava per quella che doveva essere oramai la quinta volta in quel mese.
Sapeva esattamente come doveva procedere.
Doveva solo seguire le direttive che le erano state richieste, come aveva sempre fatto, fino a quel momento.
Come da copione, la ragazza si presentò a sua volta, senza lasciar trapelare alcun tipo di emozione che provasse in quel momento.
Come se lei potesse provare davvero emozioni.
Dopotutto era un’androide, un semplice robot, costruito ad hoc per assomigliare il più possibile alla razza che adesso stava cercando di proteggere.
La sua pelle non era vera, così come non lo erano neanche le sue labbra, i suoi occhi, i suoi capelli.
E come tutti gli androidi di questo mondo, era ovvio che non avesse neanche un cuore.
Quindi come poteva provare emozioni?
Quella era una domanda che 2B continuava a ripetersi, ogni volta che quel loop ripartiva da capo.
Lei era un Esecutore.
Un tipo E che era stato designato con l'unico intento di uccidere quel robot con cui collaborava da ormai tanto tempo.
Quel robot che però, ogni volta, la dimenticava.
Sì, perché era questo che accadeva ogni volta che quel ciclo arrivava a fine.
Ogni volta che lui si presentava nuovamente, dopo essere stato ricostruito, la robot non poteva fare altro che sperare che, per una volta, le cose potessero andare diversamente.
Forse, se 9S non fosse entrato in contatto con certi registri della base, non avrebbe scoperto quei dati sensibili che l'avrebbero costretta ad ucciderlo.
Forse, se per una singola volta lei stessa fosse stata più dura con lui, sarebbe riuscita a evitare che la verità di cui neanche lei era realmente a conoscenza ma che le era stato espressamente chiesto di proteggere.
Eppure lei non poteva farne a meno.
Non sapeva neanche lei perché, ma ogni volta che vedeva il volto di 9S illuminarsi di fronte ad una nuova scoperta, sentiva come una stranissima sensazione pervaderla.
Sensazione che presto si trasformava in puro terrore quando capiva che il ragazzo aveva superato il limite e che era l'ora di resettarlo nuovamente.
Ed era quello che era sempre accaduto.
Ogni singola volta.
2B metteva da parte quelli che gli umani chiamavano "sentimenti" e tirava fuori la sua spada, prima che 9S potesse anche solo aprire bocca per dirle ciò che aveva scoperto.
E questo perché?
Perché lei era una codarda.
Sapeva che se avesse provato anche solo per una volta a sentire quello che lui aveva da dirle, anche a lei sarebbe toccato lo stesso destino: sarebbe stata anche lei uccisa e resettata, magari da un altro YoHRa di tipo E, o dal Comandante in persona.
Ma non era certo la morte che la preoccupava.
Lei era un’androide, poteva rinascere ogni volta che voleva.
La cosa che le faceva più male era la sola possibilità di potersi dimenticare di quel robot di cui, in modo completamente irrazionale, lei si era innamorata.
Così come, oramai, succedeva a lui, ogni volta che lei lo assassinava.
E per questo, nonostante sentisse l’impulso di abbracciarlo e stringerlo a sé mentre lui si presentava nuovamente, 2B non fece altro che comportarsi nel suo solito modo freddo di sempre, fingendo di non averlo mai visto prima e seguendo quegli ordini così dolorosi.
Nella speranza che, un giorno, fossero entrambi finalmente liberi.
E che, nonostante lui non avesse più ricordi, lei potesse comunque ricordare tutto quello che avevano passato insieme, per sempre.

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sofytrancy

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